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Depeche Mode

Spirit
Columbia Records
Accuse alle corporazioni, ai leader incapaci, alla disinformazione e ai lettori non educati dominano i temi del disco, in linea con il mood molto scuro delle tracce
di Francesco Taranto
17 Marzo 2017
(Foto di Anton Corbjin)
 
Come è ormai tradizione dal 1993, ogni quattro anni esce puntuale un nuovo album di inediti dei Depeche Mode. E così, dopo Delta Machine del 2013, ecco il tanto atteso Spirit, che per molti versi suona come una sorta di sequel del precedente capitolo.
Una certa dose di curiosità riguardava il cambio in cabina di regia, poiché il produttore non è più Ben Hillier, ma è stato arruolato James Ford dei Simian Mobile Disco (già produttore di Arctic Monkeys, Florence and the Machine, Foals e Mumford and Sons). E si notano subito il tocco e una grande cura nella ricerca del suono giusto, sebbene l'album percorra perlopiù territori simili a quelli di Delta Machine con brani quasi sempre lenti, meditativi, atmosferici e dai toni cupi.
 
Going Backwards è una splendida cavalcata di pianoforte e synth con un testo profondamente critico sui destini dell'umanità: la traccia conferma che i Depeche Mode non sbagliano mai il brano di apertura del disco (e presumibilmente anche del tour che toccherà l'Italia a giugno).
Sono tanti i brani che affrontano tematiche politiche e di grande disillusione verso la società, come naturalmente il primo singolo Where’s The Revolution, ma anche il frenetico Scum oppure Poorman e The Worst Crime con tanto di incursioni blues.
Accuse alle corporazioni, ai leader incapaci, alla disinformazione e ai lettori non educati dominano i temi del disco, in linea con il mood molto scuro delle tracce.
Cover Me è tra i brani più interessanti di Spirit e suona come una lunga ballata che esalta la voce unica di Gahan, sempre in grande spolvero, con un lungo finale strumentale riuscitissimo. Tra i due brani cantati da Martin Gore, e cioè Fail ed Eternal, quest'ultimo è forse il più azzeccato: una piccola chicca di romanticismo che cade esattamente a metà album.
 
Forse mancano brani più ritmati e che possano tenere il passo dei singoli storici, ma da questo punto di vista No More e So Much Love non possono comunque non considerarsi due pezzi di ottima fattura.
Perché, più in generale, la classe, la qualità dei suoni, la ricerca negli arrangiamenti e la scrittura rimangono invariate e sono (da sempre) di alto livello.