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Jack White

Boarding House Reach
Third Man/XL Recordings
Il "caos ordinato" nel terzo album solista dell'ex White Stripes
di Leonardo Follieri
23 Marzo 2018
(Foto di David James Samson)
 
Per iniziare a lavorare sui tredici pezzi inediti del suo terzo album solista, Jack White si è chiuso in un appartamento con la strumentazione in analogico che utilizzava quando aveva quindici anni.
Coinvolgere musicisti maggiormente legati all’hip hop per fare rock è stata poi un’altra mirabile intuizione per reinventare un materiale che all’inizio potrebbe risultare spiazzante, a tratti schizofrenico e delirante, e soltanto in brevi momenti fin troppo delicato e rassicurante grazie ai pochi brani o alle poche parti strutturate in maniera “tradizionale”.
 
L'ex White Stripes è partito quindi in questo modo per giungere alla realizzazione di Boarding House Reach. L’album vede subito la partecipazione delle McCrary Sisters direttamente da Nashville, Tennessee, che appaiono ben inserite nel coro di Connected By Love: blues, soul e gospel si incontrano infatti alla perfezione e poi l’hammond e la chitarra elettrica nel finale ci ricordano una volta di più chi è l’artista di Detroit.
Lo spoken word di C.W. Stoneking di Abulia and Akrasia arriva dopo l’hip hop e il funk di Corporation e un po’ alla volta questi suoni, spesso distorti e cupi, delineano una sorta di “caos ordinato” dallo stesso Jack White, come accade anche ascoltando ad esempio un brano come Hypermisophoniac, tra cori, beat elettronici, sintetizzatori e un pianoforte tradizionale che si muove tra blues e jazz. Lo stesso piano potrebbe rappresentare una sorta di filo conduttore in Ice Station Zebra, ma non è così. E non deve esserlo per forza.
Il Jack White “più conosciuto” e con il solito riff “marchio di fabbrica” si può ascoltare in Over and Over and Over, mentre in Get In The Mind Shaft si presenta in una versione di nuovo “stravolta”.
 
L’artista di Detroit è consapevole di vivere nel 2018 e adesso cerca di (ri)definire un sound, spesso relegato al citazionismo. E lo fa attraverso un suo percorso, stavolta più che mai caratterizzato da accenni, frammenti e sensazioni che convergono in Boarding House Reach.
Già David Bowie in Lazarus aveva chiamato musicisti jazz per fare rock e qui il principio è lo stesso, considerando che il risultato mantiene intatta l’impronta dell’artista principale, ma ne modifica in positivo la prospettiva.
Jack White dà libero sfogo alla sua bravura non per il semplice gusto di sperimentare o di elargire lezioni spaziando tra più stili musicali. L’ex White Stripes infatti traduce in musica le sue emozioni, filtrate attraverso la clausura cercata per comporre i brani, la fase successiva svoltasi negli studi di New York e Los Angeles e infine la fase finale, nonché più importante e più difficile: non stupire semplicemente, ma tenere sempre viva l’attenzione dell’ascoltatore creando un’aspettativa sempre diversa, ma sempre ben ripagata tra un brano e l’altro.
Perché in fondo Jack White dà l’impressione di voler tradurre in musica tutto se stesso... e di riuscirci.