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Leonard Cohen

You Want It Darker
Sony Music
Nuovo album in cui il cantautore canadese cerca di capire come un Dio di misericordia possa permettere che il mondo debba essere governato da tante ingiustizie e violenze
di Roberto Caselli
07 Novembre 2016
Era stato annunciato e, a due anni di distanza da Popular Problems, ecco arrivare il nuovo lavoro in studio di Leonard Cohen: You Want It Darker.
Non ci siamo ancora abituati a una produzione così massiccia del cantautore canadese anche perché a inframmezzare questi due album, nel maggio del 2015, è pure uscito un live con due suoi inediti e due splendide cover mai ascoltate prima.
Di sicuro Cohen ha una certa necessità di raccontare e ha probabilmente deciso di pescare in quel grande archivio di inediti che si è costruito nel corso del tempo senza magari dare alle canzoni una struttura definitiva. Così è sufficiente rivederle, adattarle al suo attuale modo di pensare e il gioco è fatto. Come dire, dopo lunghi anni di ripensamenti può finalmente godere di un credito a cui può accedere a piene mani.
You Want It Darker è in realtà la continuazione ideale di Popular Problems: con il passare del tempo in Cohen cresce sempre più l'urgenza di comprendere perché il mondo debba essere governato da tante ingiustizie e violenze, ma soprattutto di capire come possa un Dio di misericordia permettere che si perpetui tutto ciò. La domanda è ovviamente senza risposta e ancora una volta il vecchio Leonard accetta quel che non può capire confidando nell'imperscrutabilità del disegno divino.
"Se tu dai le carte, io non starò al gioco" dice nella title track. Ma poi, nonostante ribadisca "Un milione di candele accese per un aiuto mai giunto", decide di sottomettersi al volere celeste dicendo "Se tu vuoi più buio, noi spegniamo la fiamma", dove il termine "buio" andrebbe forse inteso come il "lato oscuro", cioè quello incomprensibile del procedere di Dio. Un atto di obbedienza cieca che si manifesta anche nel suo "Hineni hineni I'm ready my Lord" cioè "Sono pronto mio Signore".
L'uso dei termini ebraici dà più forza al suo atto di sottomissione e per la canzone recupera addirittura il coro della sinagoga Shaar Hashomayim di Montreal, lo stesso che ascoltava da bambino quando si recava alla funzione, in cui spicca anche la voce solista del cantore Gideon Y. Zelermyer.
Lo stesso discorso vale per Treaty, la canzone che segue, in cui Cohen arriva fino alla sfrontatezza di chiedere un patto tra il suo modo terreno di concepire l'amore e quello non indagabile della divinità.
Come sempre nelle sue canzoni, la lettura può essere fatta su diversi piani e la canzone la si può intendere anche relativa a un rapporto amoroso. Valgono entrambe le possibilità e naturalmente ciascuno può scegliere quella che più gli confà.
Da un punto di vista musicale Cohen in questo lavoro è spesso essenziale e si limita in gran parte alla presenza di un basso sintetizzato, di una batteria e di un organo Hammond B3, ma poi, ogni tanto, sente un maggior bisogno di melodia e allarga il parco strumentale: è quello che succede in Travellling Light, il cui inizio è caratterizzato dallo struggente suono di un mandolino a cui si aggiungono subito violino e coro, oppure in It Seemed The Better Way e Steer Your Way in cui ancora una volta entra prepotentemente il violino fino ad assumere in quest'ultima addirittura un incedere country. La sobrietà rimane comunque l'aspetto dominante e su di essa si propone come sempre la voce cavernosa di Leonard che sembra più recitare che cantare.
L'ultimo brano è una ripresa strumentale di Treaty e assume quasi i contorni della sacralità, un bel modo per concludere un album che è tutto sommato il procedere di una preghiera.