Tu sei qui

Robert Plant

Carry Fire
Nonesuch
Una nuova grande prova solista tra critica sociale, brani romantici, blues, folk, rock e musica orientale per l'ex frontman dei Led Zeppelin
di Francesco Taranto
13 Ottobre 2017
Se negli anni ’80 e ’90 la carriera solista di Robert Plant deluse molti, rimanendo troppo legata al peso dell’eredità dei Led Zeppelin, nel nuovo millennio è emerso un artista ritrovato, capace di unire folk, blues, rock psichedelico, R&B e influenze africane e mediorientali.
E grande merito va senz’altro anche al gruppo di musicisti che lo accompagna ormai da un po' di tempo, i Sensational Space Shifters.
 
Carry Fire prosegue la ricerca musicale intrapresa con la band, creando così un album che è una miscela di canzoni romantiche e critica sociale. La varietà dei brani si manifesta dal blues della iniziale The May Queen, che cita la regina di Stairway To Heaven (ma qui si esauriscono le somiglianze con i Led Zeppelin), alla dolce ballata quasi beatlesiana Season’s Song o al rock di New World, che affronta la crisi dei migranti.
I testi di commento sociale proseguono ad esempio in Carving Up The World Again... A Wall And Not A Fence, che su toni rockabilly riflette sul militarismo e sui combattimenti che hanno segnato il mondo, ammonendo che la storia è sempre pronta a ripetersi, con chiari riferimenti a Trump già nel titolo.
Se Dance With You Tonight ed A Way With Words smorzano l’atmosfera, con lente meditazioni su amori perduti e stagioni ormai passate, le influenze orientali della bella Carry Fire portano una nuova intensità.
L’unico brano che potrà accontentare i vecchi fan dei Led Zeppelin è il rock-blues di Bones Of Saints, su cui Plant si lamenta nuovamente delle guerre contemporanee («da dove vengono i soldi?/chi compra le pallottole?/chi vende i fucili?»). Mentre la sola composizione non originale è la riuscitissima cover di Bluebirds Over The Mountain di Ersel Hickey, ma resa nota anche da una versione dei Beach Boys, in cui i Sensational Space Shifters mostrano tutta la loro bravura strumentale e Plant duetta con Chrissie Hynde.
Un altro episodio notevole è rappresentato da Keep It Hid, un rhythm and blues che si avvicina a sonorità elettroniche e moderne, mentre Heaven Sent chiude il disco nuovamente sulle note di un’ode a un amore perduto.
Proprio il tema della separazione e della divisione, sia tra individui che in generale tra i popoli, sembra l’argomento chiave di quest'album.
 
Plant scava nel nostro passato, analizzando il colonialismo, la schiavitù e il nazionalismo e abbattendo al tempo stesso le distanze tra influenze solo apparentemente distanti tra loro quali il blues americano, il folk inglese e la musica orientale.