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Il piacere della condivisione

Intervista a Vincenzo Costantino Cinaski
Di Massimiliano Spada
13 Febbraio 2013

Lo scorso 10 gennaio ho avuto il piacere di trascorrere qualche ora in compagnia di Vincenzo Costantino Cinaski (qui sopra in uno scatto di Chico De Luigi).
Ci siamo incontrati nel suo ufficio milanese, il Bar Italia di Piazzale Lodi, e davanti a una tazza di caffè abbiamo parlato del suo primo affascinante disco, Smoke [parole senza filtro]. Un lavoro intenso come l’aroma di un Montecristo, in cui la poesia si veste di musica e il cinema si fonde con la letteratura; un mondo popolato di «affetti speciali» e «faccende che meritano restituzione», modelli formativi e famelici «cocainuomini»; un mondo in cui il diritto di sognare ad occhi aperti è svanito insieme al romanticismo della notte, lasciando il posto a una tremenda nostalgia.
Una parte di quella lunga conversazione, incentrata su tematiche più squisitamente musicali, è apparsa su JAM di febbraio. L’altra parte potete leggerla qui. Argomento? La poesia, la vita, il piacere della condivisione...

Per chi ancora non lo sapesse, come e quando è nato il soprannome Cinaski?
«È un retaggio adolescenziale. Era il 1980, avevo 15 anni e leggevo già molto, cosa anomala per un ragazzo di San Giuliano Milanese. Una mattina non andai a scuola e mi infilai in un cinema che esibiva la locandina del film Storie di ordinaria follia di Marco Ferreri, con il sedere di Ornella Muti in bella evidenza. Non conoscevo quel titolo, né sapevo granché del regista, ma conoscevo bene quel sedere... non il suo in particolare, diciamo che ero attirato da quella forma di cultura [ride]. Quando uscii dalla sala, però, mi ero completamente dimenticato del fondoschiena della Muti e avevo acquisito un bagaglio enorme per un quindicenne: avevo scoperto Bukowski, nella figura di Cinaski, e avevo scoperto Ferreri, che aveva scelto di dare a quel personaggio il volto di Ben Gazzara. Mi fiondai subito nella libreria di fronte al cinema e rubai il mio primo libro di Bukowski, una raccolta di poesie con un titolo particolare, 4623014: era il suo numero di telefono di Los Angeles. Numero che feci molte volte di notte, dopo essermi ubriacato, anche a casa di amici [ride]. Mi rispondeva sempre una domestica ispanica: “No, el borrachon está no mas aquí!” [l’ubriacone non vive più qui]. Evidentemente era abituata a rispondere a quel tipo di telefonate. Mi innamorai del personaggio inventato da Bukowski e, con tutto il lusso e il diritto dell’adolescenza, il giorno dopo andai a scuola e dissi a tutti urlando: «Vaffanculo! D’ora in poi io sarò Cinaski”. All’epoca il mio soprannome era Hans, molto vicino a Hank [soprannome di Bukowski]. È stata una scelta destinata, penso. Quello che mi ha avvicinato di più a Bukowski è stata la sua adolescenza, molto vicina alla mia... L’acne, i tumori alla pelle curati non col trapano ma comunque alla meno peggio... è una storia che ho raccontato anche nel libro In clandestinità scritto con Vinicio. È una cosa che mi ha fatto molto male, mi ha fatto iniziare a bere e mi ha spinto a continuare, con piacere notevole... Questa è stata una delle prime similitudini col vecchio, e negli anni ce ne sono state altre, non cercate. Quindi il soprannome Cinaski era la cosa più adatta a me in quel momento della mia vita, anche se credo che nessun sedicenne nel 1980 conoscesse Bukowski. Io leggevo i suoi libri e ascoltavo Tom Waits: o ero troppo in anticipo sul futuro, o troppo in ritardo sul passato... ero molto presente nel mio presente. È una cosa che mi è caduta addosso come una bomba e mi ha sconvolto la vita... Da allora è rimasto il soprannome, ma non ho cambiato di un millimetro le mie posizioni e i miei percorsi; per cui non si tratta di un furto come qualcuno può legittimamente sostenere. Alcune vite hanno lo stesso mandante, e io voglio pensare che il mandante della vita di Bukowski e della mia, come di tante altre che non conosciamo, sia stato lo stesso... Prima o poi ci si rincontrerà tutti».
Un modello tosto per un giovane...
«C’è un piccolo momento in ogni vita che ha bisogno di punti di riferimento. La cosa intelligente da fare, dopo, è mettere un punto. Poi, come nel mio caso, se rimane un soprannome si tratta di un gentile tributo a un momento particolarmente doloroso e allo stesso tempo importante della mia vita. Il fatto che rimanga o meno mi lascia del tutto indifferente. Finché mi resta appiccicato addosso, tanto di cappello a lui, ma anche a me. Fin dall’inizio sono stato accusato di essere un emulatore, di applicare un furto d’identità, di plagiare. Comunque ti confesso che non ho mai cercato di assomigliare a Bukowski; semmai avrei voluto essere François Villon».
La poesia, ti ricordi quando è entrata nella tua vita?
«Dal momento in cui ho imparato a scrivere ho iniziato a comporre pensierini, dediche, cose del genere. La poesia è entrata prepotentemente nella mia vita alle medie, quando ho avuto la fortuna di avere degli insegnati che mi hanno avvicinato ai poeti francesi e a un certo tipo di letteratura americana che stranamente era già in programma: leggere La luna è tramontata di Steinbeck in seconda media è una cosa rara. Grazie a loro mi sono incuriosito e appassionato alla poesia, che io definisco “scrittura sintetica”. Non mi piace usare troppe parole per un concetto che può essere espresso in pochi secondi. Il poeta fondamentalmente è pigro. Riuscire a condensare in pochi versi ciò che altri scrivono in un romanzo mi sembrava una grande possibilità... si tratta di risparmiare tempo. Nei miei primi scritti c’erano i miti di quel tempo: molta musica e letteratura americana, poesia francese... Doors, Baudelaire, Rimbaud, Villon e molto Hemingway. Un polpettone molto adolescenziale sul fascino della morte, di una vita breve, la bellezza dei sentimenti. Mai uccellini e foglie, mai Whitman. Poi, intorno ai quindici anni è arrivata la folgorazione; ho trovato una chiave che ha aperto la porta della percezione».
Come nasce una tua poesia?
«Non ho un metodo. È molto più facile che la poesia venga da me piuttosto che sia io a cercarla. La finestra e il marciapiede sono le biblioteche migliori per consultare la vita. Affacciandomi o passeggiando è la vita stessa che si propone, ti spettina e ti porta a conoscenza di faccende che meritano restituzione; per cui cominci a buttar giù parole. Chi ha il talento per essere un buon traduttore di vita, ha il dovere di restituirla agli altri. La mia poesia è semplice restituzione di vita. Osservo la signora che passa per strada o il meccanico... magari stanno vivendo un momento poetico e non se ne accorgono. Io lo traduco in poesia e glielo restituisco affinché possano rendersene conto. La poesia è in ogni passo che fai... ce n’è molta di più nell’attimo insignificante che nell’epica. Mi piacciono le piccole cose. Così come amo essere libertario e anarchico nella vita, lo sono anche nel metodo: non ne ho. Scrivo quando sento di avere qualcosa da dire».
“Condivisone” è una parola che ricorre spesso quando si parla con te, di te o dei tuoi lavori. Oggi sembra avere come unico significato “postare frasi senza senso su Facebook”...
«È vero, ed è una grande occasione persa. Facebook potrebbe essere il sostituto moderno della figura ormai estinta del talent scout. Se scopro un pittore di ventidue anni che dipinge quadri meravigliosi, lo condivido immediatamente. Lo stesso se leggo una poesia che mi sconvolge l’anima, non importa chi l’abbia scritta. Purtroppo questa cosa viene fatta molto raramente e male. Non si va più a cercare per gusto, si cercano cose che non conosce nessuno solo perché fa figo, che siano belle o meno. Oggi interessa più la costruzione e la condivisione di un’immagine, di un profilo spesso non corrispondente al vero... poi però in strada ti sgamano, e la strada conta ancora molto più di Facebook, grazie a Dio. Ed è lì che io vivo. La mia vita e le mie parole sono sempre state senza filtro, nei social network invece sono costretto ad usarlo...».
Niente è più grande delle piccole cose mi ha subito fatto pensare a Opinioni di un clown di Heinrich Böll, il libro che mi hai consigliato... C’è qualche collegamento?
«Non pensavo a quel libro quando ho scritto la poesia. Però, avendolo letto, le emozioni o gli attimi, come dice Hans [il protagonista] ti rimangono, fanno bagaglio. Lo definisco il miglior libro che abbia mai letto perché ci trovo tutto a livello emozionale: l’esaltazione di Dio e il suo assassinio, l’esaltazione dell’amore e il suo assassinio. C’è tutto e il contrario di tutto. Heinrich Böll era illuminato quando l’ha scritto. Pochi libri, pubblicati dopo quello, sono stati altrettanto illuminanti. Solo Emanuel Carnevali è riuscito ad avvicinarsi con Il primo dio».
Polvere di stelle invece parla di un tema che mi è molto caro, la notte. Scrivi che hai smesso di essere un animale notturno da quando la notte si è riempita di animali. Mi descrivi la tua notte, quella che ti manca...
«La notte ci è stata rubata. Non tanto dalle istituzioni o dalla criminalità, ma dalla gente stessa, anzi dal popolo. Il popolo della notte è diventato lo stesso popolo del giorno, solo che nel weekend si trasforma in popolo televisivo, “cocainuomane”. È il problema del presente come lo sarà del futuro... l’abuso ignorante dell’artificiale che non esalta e non nutre nessun tipo di sentimento. Piuttosto lo offusca, lo annienta. La notte ha perso tutto il romanticismo e il sentimento che aveva. Anche allora c’era la criminalità, ma c’erano anche i giornalisti in giro, c’era la vita da osteria notturna, la possibilità di mangiare un piatto di spaghetti a qualsiasi ora. Dagli anni Sessanta fino agli anni Ottanta è stato possibile farlo. Se avevi fame alle quattro del mattino, c’era un locale di fianco a San Vittore – luogo più sicuro di quello non poteva esistere – che ti faceva di tutto, dal pollo alla grigliata, dagli spaghetti all’astice alla pizza. Oggi non si può più fare. La gente della notte è stata defraudata dal popolo del giorno – che è ormai diventato un surrogato televisivo – il quale era convinto che la notte potesse portare da qualche altra parte. In realtà portava semplicemente all’alba. Questo popolo della notte non sa cosa sta vivendo perché non ne è conscio, mentre noi ne eravamo consci. Dire “noi” è bruttissimo, ma si sta parlando di qualcosa che non c’è più. È venuto a mancare il libero arbitrio notturno. La notte era comunque animata ad ogni livello: c’era la zona pericolosa, il mondo della condivisione, il momento e il luogo del confronto... potevi scegliere quale stanza andare ad abitare. Oggi ce n’è solo una, e questa cosa vale soprattutto per il weekend, durante il quale si aprono le gabbie e gli animali si riversano nella strada. Per cui, non avendo più scelta, se vuoi tutelare la tua integrità morale, sociale, o anche solo conservare un po’ di buon gusto, l’unica cosa da fare è startene a casa. Non voglio mischiare quella che era la sacralità della notte con il profano dell’arroganza ignorante. Non sai più chi incontri durante la notte; e questo dubbio non è solo lacerante, ma anche pericolosissimo. È una pistola puntata in fronte. Il rischio e il pericolo li ho comunque vissuti per una certa fase della mia vita, però con consapevolezza e con l’arma del dialogo sempre pronta. Oggi questo tipo di arma non serve più, anzi... Una cosa che non ho mai vissuto di notte è la paura, il terrore. A volte ci sono state situazioni molto imbarazzanti, complicate, borderline, ma non ho mai avuto il terrore di perdere qualcosa se non la vita. Oggi, pur uscendo raramente di notte, mi accorgo che quel terrore è molto aumentato. Sono terrorizzato dalla notte contemporanea, soprattutto nei weekend; e lo dico con grande cognizione di causa, non è una constatazione da vecchietto deluso... Amo e ho amato la notte in maniera totale, perché è la parte della vita che mi ha dato di più. Questa non è un’accusa alla notte, perché è lei che è stata defraudata. È il luogo del sogno, e oggi puoi sognare solo ad occhi chiusi. Non c’è niente di più bello che provare, ogni tanto, a sognare ad occhi aperti, e non lo puoi fare di giorno perché la vita diurna procede per inerzia. Questo popolo diurno che vive per inerzia si è appropriato della notte privandosi dei propri sogni e terrorizzando chiunque provi a viverla ad occhi aperti. In questa maniera se li chiudono da soli gli occhi».
A proposito di notte, per circa cinque anni sei stato parte della banda del Caravanserraglio...
«È stato uno dei momenti più belli della vita di chi vi ha preso parte. Ogni tanto arrivano ancora messaggi di ringraziamento. Il lunedì, per molti una serata inutile a Milano, era diventato per noi il vero sabato sera. Avevo consigliato addirittura al proprietario della Casa 139 di chiudere il sabato, ché tanto non serviva a niente. Lui rispondeva che l’incasso del sabato serviva a darci la possibilità, il lunedì dopo, di vivere veramente la notte. Il Caravanserraglio era composto da soci fondatori. Da un’idea di Concetto Serranò ci siamo accodati tutti... io, Folco Orselli, Gianni Resta, Flavio Pirini, Stefano Tessadri, molti amici dello Scaldasole che sono diventati collaboratori e soci fondatori, Walter Leonardi, Gianluca De Angelis, Rafael Didoni, Germano Lanzoni, tutta gente che poi ha fatto percorsi televisivi. Sono stati anni intensi, in cui il lunedì sera sembrava di essere a New York... non c’era un orario preciso di ingresso né tantomeno uno d’uscita. Chi veniva sapeva che il martedì o si dava malato al lavoro o non andava a lezione nel caso degli universitari. Per noi è stata una palestra importante, con un continuo scambio tra diverse forme d’arte: c’erano scrittori, musicisti, cantautori, teatranti, comici, attori. È stata un po’ una nuova forma di Derby, con anche la possibilità di interagire da parte del pubblico. A fine serata chiunque aveva accesso al microfono, e questo ha favorito molti incontri: Vinicio ha conosciuto lì il suo attuale chitarrista, Asso. Ci sono state molte nottate abusive: se quel palco e quei bagni potessero parlare... [ride]. Adesso tremo al pensiero di cosa diventerà quel circolo. La Casa 139 e la Salumeria della Musica sono state cugine per molto tempo. Il continuo scambio aveva portato a una grande apertura mentale... il jazz si mescolava al rock, il cabaret entrava nella Casa, Joe Henry suonava in Salumeria».
Che rapporto hai oggi con la musica?
«Mi piace ascoltare musica, anche se faccio fatica a trovare qualcosa di bello nella contemporaneità, ad eccezione degli amici che conosco e di cui riconosco la passione e il talento. Mi riferisco a Vinicio, Folco Orselli, Flavio Pirini, La Fonomeccanica... Però non si tratta solo di amicizia... riconosco le cose belle, per lo meno quelle che piacciono a me. Molto spesso mi rifugio nei miei classici, Tom Waits, Conte, Tim Buckley. E poi nella musica classica: adoro Mozart perché era il più “pop”, inteso come popolare, tra i suoi contemporanei. Mi ero innamorato di Amy Winehouse, ma ci è stata portata via... Il periodo dagli anni ’50 agli ’80 è stato più facile per un certo verso e più difficile a livello generazionale perché si stava rinascendo dopo una guerra. Però la generazione nata nel 50, proprio perché stava rinascendo, era totalmente in preda alla curiosità. Cosa che invece noi abbiamo perso. Sappiamo tutto. Abbiamo tutto così a portata di mano che non ci facciamo neanche caso. Quindi da raccontare non abbiamo altro che noi stessi, ed è la cosa più noiosa di questo mondo. Se ci fai caso, la nuova generazione di cantautori, da un certo punto in poi, ha iniziato a raccontare solo se stessa, i proprio dolori, i propri amori. Ma chissenefrega!? Le tue lacrime lasciale a casa. Esci fuori, osserva la gente, guarda la vita che ti scorre davanti e raccontala, dialogaci. Non continuare a dire io, io, io… io un cazzo. L’io è utile quando rientra in una forma di confronto oppure diventa universale».
Cosa significa per te godere dell’amicizia e del sostegno di Dan Fante?
«Lo considero un regalo. È una specie di zio. Lui ama definirci brothers, fratelli, anche se non si sa bene di quale sostanza. Di sangue sicuramente no. Siamo consanguinei nel senso che amiamo quasi totalmente le stesse cose. Per me è stato un grande regalo conoscerlo, ed è un grande regalo per tutti noi che sia ancora vivo, considerando quello che ha passato. In più, è un regalo il tipo di approccio che mi ha comunicato: lui fa parte di quella generazione che ha vissuto in prima persona la rivoluzione linguistica avvenuta negli Stati Uniti. Ha conosciuto Hubert Selby Jr., ha visto all’opera Bukowski, ha ascoltato dal vivo il beat. Dan ha vissuto in prima persona questo senso di libertà nel momento in cui stava nascendo... l’emancipazione da un certo tipo di linguaggio aulico, di accademismo. Poter parlare con lui, vedere ancora nei suoi occhi la felicità di quello che gli è accaduto nonostante la presenza opprimente del padre... è come aver incontrato un pezzo della mia anima, della mia coscienza. Gli dico sempre che è un regalo, e ogni tanto, per spronarmi, lui risponde: “Keep writin’ Vincenzo, you’re a gift!” [continua a scrivere Vincenzo, tu sei un regalo!]. Se avrò la fortuna di arrivare alla sua età, mi piacerebbe incontrare qualcuno che mi dica la stessa cosa, “sei un regalo”, come lui lo è stato per me. Dan mi fa sentire come se il fatto che io sia ancora vivo è un regalo... anche per te, parlando senza presunzione, senza filtro».
Come sarà il prossimo disco di Cinaski? Più poesie, più canzoni... Ma poi, alla fine, qual è la differenza?
«Nel nuovo disco ci saranno molte più canzoni, ma le poesie non mancheranno... anche se poi sono la stessa cosa. De André io lo considero un poeta. Ho conosciuto Alda Merini, e una delle cose più belle che amava fare alla fine dei suoi incontri, soprattutto quelli non ufficiali, era chiedere a qualcuno di andare al pianoforte e suonare Funiculì Funiculà in modo che lei potesse cantare. La riteneva una delle cose più belle mai scritte. Il suo atteggiamento era quello giusto. Non c’è nobiltà in niente e c’è nobiltà in tutto. Montale non era più nobile di Victor Cavallo. Io amo di più Cavallo, che era un poeta beat romano immenso. Oggi non lo conosce nessuno, se non come attore caratterista. Montale lo insegnano a scuola, Ungaretti anche. Non si tratta di nobiltà. C’è piuttosto la grande intuizione in alcune poesie dell’uno e la grande consapevolezza dell’altro di quanto fosse poetica la vita. Dipende da come uno si atteggia. Atteggiarsi è completamente diverso dall’avere un atteggiamento. Non ti puoi arrogare il diritto di decidere che cosa è bello per un’altra persona. Puoi dare l’opportunità di leggere entrambi. Sarà poi la persona a scegliere in base alla propria sensibilità. Non puoi insegnare il tuo gusto, puoi educare al gusto. Molte volte la poesia è un’arma talmente impropria che non andrebbe caricata mai, di nessuna responsabilità. Chi viene definito poeta, chi si sente tale, chi crede di esserlo e chi lo è davvero non ha nessuna missione, nessun obbligo sociale. Non deve salvare il mondo, educare le masse, istruire il popolo o tutelare la gente. Per quello ci sono gli organi preposti... io voto per quello. Il poeta deve restituire, perché ha il talento di riconoscere in maniera più veloce e sensibile la vita in tutti i suoi aspetti, i suoi colori, i suoi profumi. Poi c’è chi la riconosce in una foglia che cade, chi nel canto di un uccellino e chi in una tazzina di caffè al bar. È una questione di sensibilità e di buon gusto. La pretesa che ci sia una poesia nobile, una poesia popolare, una di strada, una milanese, una toscana e via dicendo sono tutte stronzate enormi. Ce n’è una sola, ed è lì che aleggia e si respira nell’aria... e c’è qualcuno che nasce col naso migliore di altri, con gli occhi più pronti e fortunatamente non monco, per cui riesce a scriverla».
Tre libri per vivere meglio...
«Opinioni di un clown di Heinrich Böll; Il primo dio di Emanuel Carnevali; Il mestiere di vivere di Cesare Pavese. Questi sono solo i primi tre. Gli altri lasciamoli aggiungere a chi ci legge...».

Grazie Cinaski