Francesco De Gregori

Rimmel (RCA, 1975)
Paolo Vites
18 Maggio 2007

Arrangiamenti e produzione di  Francesco De Gregori

Musicisti: Francesco De  Gregori (voce, chitarra acustica); Mario Schiano (sax alto) e altri.

Rimmel / Pezzi  di vetro / Il signor Hood (A M. con autonomia) / Pablo / Buonanotte fiorellino / Le storie di ieri / Quattro cani / Piccola  mela / Piano bar

Trastevere come il Greenwich  Village. Il Folkstudio come il Gerde’s Folk City. Giancarlo Cesaroni, fondatore del Folkstudio, come Mike Porco, l’uomo che gestiva il  club newyorkese e che diede più di una chance al giovane Bob Dylan.  Francesco De Gregori come Bob Dylan, allora? Non proprio,  naturalmente, ma è certo che il giovane cantautore romano muove i  primi passi in un’atmosfera che ricorda quella in cui mosse i primi  passi Dylan. E quanto De Gregori abbia assorbito, musicalmente e  stilisticamente, dal cantautore americano è cosa nota ormai a tutti.

Certo è che il Folkstudio,  tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, era un luogo  unico, in Italia (in cui, peraltro, come narrano le leggende, si  sarebbe esibito, nel ‘62, un ancor sconosciuto Bob Dylan, di  passaggio in Italia sulle tracce della fidanzata). Un piccolo e buio  scantinato, dove si sarebbe allevata una generazione di cantautori  destinata a cambiare le regole della canzone d’autore italiana nel  corso degli anni Settanta, passati alla storia come «quelli della  scuola romana».

Fra i tanti, furono due i  nomi che avrebbero lasciato il segno più profondo, quelli di  Antonello Venditti e Francesco De Gregori. Che non a caso avevano  esordito con un disco «in comproprietà», quel Theorius Campus  uscito nel 1972. Dopo di questo disco le strade si erano divise:  Venditti con la sua visione personale, maggiormente tendente al pop,  De Gregori sempre più innamorato del songwriting di stampo nordamericano.

Prima di Rimmel c’era stato  l’acclamato Alice non lo sa (1973), che conteneva l’omonima  title-track di grande successo commerciale, grazie anche a quel tema  (allora) scabroso, quello di un matrimonio celebrato all’insegna  della verginità perduta e di una non chiara paternità.

Poi c’era stato il  bellissimo disco che portava solo il suo nome e cognome, chiamato  anche «il disco della pecora» per via del dipinto in copertina: un  disco spartano, essenzialmente acustico. Un disco che conteneva una  galleria di immagini desolate e allucinate, in perfetto stile  dylaniano (ma non quello del menestrello di protesta, piuttosto quello  del rocker anfetaminico e devastato di Blonde On Blonde) e anche  alcune delle canzoni più belle mai composte dal musicista romano.

Nello stesso periodo De  Gregori è però invitato da un personaggio straordinario, Fabrizio De  André, che gli chiede una mano per il suo nuovo disco. L’avventura  con De Gregori non sembra funzionare in modo ottimale: il risultato è  l’album Volume VIII, uno dei meno apprezzati del cantautore  genovese, in cui è però evidente in molti brani l’impronta  visionaria di De Gregori ma che soprattutto contiene una traduzione  italiana di Desolation Row, dal songbook dylaniano, che diventa Via  della povertà, un apprezzabilissimo lavoro di riadattamento  interamente curato da De Gregori («È stata la prima canzone di Dylan  che mi ha colpito, da ragazzino. Allora non c’erano ancora libri con  le traduzioni dei suoi testi e passavo ore e ore a cercare di capirne  il testo. In quel periodo avevo una necessità ’’biologica’’  di impratichirmi con certe regole tecniche per scrivere una canzone,  quindi anche tradurre mi serviva»).

De André sperava in un  apporto maggiore per il suo disco, ma evidentemente De Gregori stava  ancora maturando le splendide composizioni che di lì a poco sarebbero  finite su Rimmel.

Disco, Rimmel, che segna uno  spartiacque deciso sulla scena cantautorale italiana del decennio, introducendo un nuovo linguaggio musicale e lirico che ne avrebbe  segnato il cammino fino ai giorni nostri. Giustamente definito «il  disco del perfetto cantautore» (per la produzione equilibrata e  moderna; per l’alto livello compositivo dei brani; per l’accompagnamento  strumentale raffinato e squisito), Rimmel è veramente un manifesto  della canzone d’autore italiana moderna. Quella, cioè, che ha  saputo coniugare la nuova lezione giunta dai cantautori americani con  la melodia classica di casa nostra, superando gli ormai stantii  riferimenti alla canzone francese (come era invece accaduto per la generazione precedente) e allo stesso tempo la canzone dall’esclusivo  contenuto politico come era maturata nella prima metà degli anni  Settanta.

Profondo conoscitore della  canzone americana, non solo di quella dylaniana, De Gregori riesce a coniugare perfettamente i ritmi e le cadenze della musica d’oltreoceano  con quelli mediterranei: James Taylor, Neil Young, John Prine (e Dylan,  naturalmente; lo stesso De Gregori avrebbe dichiarato: «Ho il sospetto che tutto il mio album Rimmel sia stato influenzato dal suono  dylaniano. Del resto come potrebbe un romanziere di oggi prescindere  dalla lezione di Manzoni, Cervantes o Céline?»), ma anche Elton John  che, ricordiamolo, fino alla prima metà degli anni Settanta era  autore di una purissima canzone pop di matrice americana, convivono  con la melodia italiana, e il risultato finale è, insieme a quanto  sta facendo Venditti nello stesso periodo (vedi scheda di Lilly) la  nascita di una figura cantautorale nuova e originale da cui si  attingerà fino ai giorni nostri.

A differenza dell’album  precedente, in cui una cupa disperazione sembrava il tema fondamentale  di gran parte delle canzoni, il De Gregori di Rimmel è più solare (o  forse sarebbe meglio dire «innamorato»), anche se non rinuncia a un  linguaggio obliquo, fatto di immagini metaforiche e visionarie che a  molti critici lo faranno definire «ermetico» al limite della  comprensibilità. Giaime Pintor, in un numero di Linus del ‘75  scrive che De Gregori «è tanto ermetico che le sue parole non si  aprono a nessuna interpretazione».

La prerogativa di queste  liriche è fondamentalmente lo spezzare l’unità narrativa del  linguaggio (esattamente come faceva Dylan dieci anni prima) inserendo  metafore di difficilissima interpretazione. Ancora oggi ci si chiede  chi è il Signor Hood, o piuttosto chi sia Pablo.

Un disco che, insieme al  successivo Buffalo Bill, gli costerà la scomunica degli ambienti più  integralisti della sinistra extra parlamentare del periodo, culminando  nel famoso episodio del «processo» al Palalido di Milano, quando un  gruppo di «compagni» salirà sul palco interrompendo l’esibizione  del cantautore accusandolo di essersi venduto e di fare solo  canzonette commerciali. Curioso, visto che Rimmel contiene forse la  canzone più esplicitamente di indirizzo politico che De Gregori,  almeno negli anni Settanta, abbia composto, e cioè Le storie di ieri,  in cui i capi di governo dell’Italia del periodo vengono paragonati  ai gerarchi di epoca mussoliniana. Tant’è: lo shock di quel  «processo» sarebbe stato tale per De Gregori che si sarebbe ritirato  dalle scene concertistiche per circa tre anni.

«Non ho mai fatto la canzone  ‘’con il dito puntato’’», avrebbe detto anni dopo a proposito  della sua concezione di canzone politica, «anzi, è strano che l’abbia  fatto Dylan che non è mai stato inquadrabile politicamente al  contrario di me che invece quando mi chiedono per che partito voto non  ho nessun problema a dirlo».

Il disco comincia con il  brano omonimo, dove sono evidenti i richiami a Bob Dylan, con quella  scala ascendente di accordi che ricorda Like A Rolling Stone nonché l’uso  di pianoforte e organo Hammond che svisano, proprio come nel celebre  brano dylaniano. Canzone dalla melodia impeccabile, descrive i ricordi di una relazione sentimentale ormai terminata con immagini  personalissime e delicatamente poetiche. Insieme a Pablo e a  Buonanotte fiorellino è il brano che da sempre identifica il  cantautore.

Pezzi di vetro mostra la  classe superiore del cantautore romano rispetto ai colleghi del  periodo: il suono scintilante di una chitarra acustica in accordatura  aperta e con un delizioso uso del fingerpicking, tutti accorgimenti  mutuati dall’intelligente ascolto di tanti dischi di folk rock  americano. «Sì», mi avrebbe detto De Gregori anni dopo, «è una  canzone autobiografica che parla delle mie disavventure amorose giovanili». Ma certo non con il linguaggio della canzonetta sanremese…

Il signor Hood, sottotitolata  A M. con autonomia, per anni è stata identificata come una dedica a  Marco Pannella (l’«M» del sottotitolo) e presenta un  brillantissimo assolo di chitarra acustica al suo interno.

Pablo, probabilmente il suo  cavallo di battaglia concertistico che lui, molto dylanianamente, dal  vivo si diverte sempre a stravolgere, vede Lucio Dalla accreditato  come co-autore. In realtà il suo contributo è assai limitato, e  cioè un consiglio sulla modulazione del ritornello, e in questo De  Gregori mostra una riconoscenza sconosciuta nell’ambiente musicale.  Lucio Dalla comunque appare alla voce nella complessa Quattro cani, l’unico  brano che sembra un po’ fuori contesto da questo disco di puro  crossover tra America e Italia. Pablo narra in modo sentito la storia  di un emigrante spagnolo arrivato in Svizzera e che muore sul lavoro,  un atto di accusa nei confronti delle cosiddette «morti bianche».

«C’è una canzone, che tra  l’altro mi è venuta benissimo, in cui ho coscientemente copiato la  metrica e lo stile di un pezzo di Dylan, cioè Winterlude», dirà De  Gregori nel 1984 in una intervista all’Unità. Si riferiva a  Buonanotte fiorellino. Ma vale la pena sottolineare che se il brano di  Dylan era penosamente «zuccheroso» e piuttosto anonimo e banale, il  cantautore romano lo nobilita ripulendolo dagli orpelli che vi ha  messo Dylan e confezionando un valzer di liricismo purissimo, dominato  da una splendida performance vocale. Della voce di De Gregori si è  sempre scritto poco, eppure è uno dei pochi cantautori italiani  (insieme a Venditti) a saper «usare» la voce. Intanto perché ha una  bella voce, ma, vedi le armonie vocali da lui stesso costruite ad  esempio in Piccola mela, sempre con uno sguardo al di là del panorama  della canzone italiana: la scuola è evidentemente quella californiana  (leggasi CSN&Y o James Taylor).

Le storie di ieri è un brano  di grande poesia e nonostante qualche trovata umoristica, anche di  grande significato sociale, in cui De Gregori riflette sulla  generazione del padre, quella cresciuta ai tempi del fascismo (un tema  a lui caro, basti vedere in tempi recenti Il cuoco di Salò) facendo  paragoni sui rigurgiti di fascismo nella società a lui contemporanea.

Piccola mela riprende la  struttra semplicissima di Pezzi di vetro: chitarra acustica e voce,  anzi voci strutturate con un raffinato uso corale come detto di scuola  californiana.

Il disco si chiude con l’ironico  (e anche un po’ cinico) ritratto di un pianista di piano bar (alcune malelingue, ai tempi, sostenevano che questo brano era dedicato all’amico  Venditti, accusato di essere già allora un po’ troppo commerciale,  ma De Gregori ha sempre smentito), un brano che ricorda per la sua  struttura certe cose di Elton John tipo Daniel.

Nonostante ancora Pintor non  fosse andato leggero recensendo Rimmel («Banalità musicale da canzonetta anni Sessanta impreziosita da alcuni arrangiamenti barocchi  con un occhio al rock morbido della quarta generazione inglese, Elton  John e i suoi fratelli (…) Su questo tessuto povero egli appoggia pensantemente testi in cui la metafora ermetica campeggia vittoriosa  nei suoi vestiti più kitsch») il disco sarà baciato da un enorme  successo commerciale (500mila copie vendute), successo che continua tutt’oggi.

De Gregori aveva in un colpo  solo spazzato via la scena musicale degli anni Settanta. Pur  proveniendo da un ambiente politicamente impegnato, dimostrava di  saper trascendere i confini ideologici del periodo per proporre al  grande pubblico una serie di canzoni che, come sempre nel caso della  musica migliore, non possono essere rinchiusi in alcun steccato.

Lo squarcio di novità che De  Gregori porta con Rimmel sulla scena musicale italiana è ben  sintetizzato da Giovanna Marini (intervistata da Giorgio Lo Cascio in  De Gregori, Franco Muzzio Editore): «Rimmel ha dei testi molto  difficili, non mi stupisce che all’epoca in cui è uscito nessuno ci  capisse niente. Ha avuto successo perché era il periodo in cui noi  cantavamo ancora ‘’Cara moglie…’’. Ma lui non faceva  calcoli, lui diceva quello che doveva dire. Aveva bisogno di  raccontarti la sua anima per salvarla. C’era moltissima libertà nei  testi e anche nella musica».

Una libertà che, da allora,  è rimasta sempre per la musica di De Gregori il bene e lo stimolo  più prezioso.

DISCHI DELLA  MEDESIMA VENA ARTISTICA

Roberto  Kunstler / Eclettico ecclesiastico (It/Virgin, 1991)
 Romano e «dylaniano», proprio come De Gregori (anche se si concede una  citazione da Springsteen, la cover della sua I’m On Fire). Ascoltare  però Io contro io, il cui titolo è evidentemente ispirato dalla I And  I di Dylan. Buon cantautorato di matrice americana.

Luigi Grechi / Girardengo e  altre storie (Epic, 1994)
 Nonostante il cognome (che è poi quello della madre), Luigi è il  fratello maggiore di Francesco De Gregori. Grande esperto di folk song  americana, è responsabile di aver passato al fratello minore la passione per quella musica. Questo disco raccoglie, reincise in bella  veste, tante sue canzoni già pubblicate negli anni Settanta, ma  soprattutto quella Il bandito e il campione portata al successo da De Gregori (ma scritta da lui) poco tempo prima. In più un brano, Dublino,  scritto da Francesco negli anni Settanta ma mai inciso.

Mimmo Locasciulli / Il  futuro (PolyGram, 1997)
 Anche lui cresciuto al Folkstudio, il simpatico chirurgo (dalla voce  molto simile a quella di Francesco) imprestato alla musica è amico di  De Gregori sin dai primi anni Settanta: questi ha anche prodotto un suo  mini lp del 1980 (Quattro canzoni). In questa raccolta di brani tradotti  in italiano di Dylan, Cohen, Neil Young e altri vengono fuori le comuni  radici. De Gregori appare anche alla voce e alla chitarra in alcuni  brani.