Le ugole nascoste di BORIS THE SPIDER

Ezio Guaitamacchi
29 Ottobre 2008

Le avventure di un vocalist prodigioso che dal Lago d’Iseo è volato nella Grande Mela per unirsi a Zorn, Ribot e Sharp

Dicono abbia composto il brano mentre era in giro ad ubriacarsi insieme a Bill Wyman. La fantasia dei due bassisti, lubrificata da scotch e gin, di colpo pare incendiarsi producendo un’improbabile serie di nomi stravaganti associati, in modo casuale, ad altrettanti animali.
«Che ne dici di Boris il ragno?», chiede John Entwistle, detto The Ox, il bue.
«Geniale!», gli risponde il collega dei Rolling Stones.
Nasce così, in un’alcolica notte londinese del 1966, la leggenda di Boris The Spider, il più famoso tra i pezzi degli Who non composti da Pete Townshend. Oggi, a oltre 40 anni di distanza da quegli eventi, il mito di Boris il ragno rinasce al di qua della Manica. Stavolta gli Who non c’entrano nulla, né tantomeno hanno a che farci il whisky, la fantasia di altri bassisti o le torbide acque del Tamigi (sostituite, nel nostro caso, da quelle non molto più cristalline del Lago d’Iseo, sponda bresciana). Ma lui, Boris il ragno, quando entra in azione appare «creepy and crawly» proprio come Entwistle lo ritrae nel ritornello della sua celebre canzone. Filiforme, vestito di nero, con capelli corti sparati e vezzosi occhialetti rettangolari, Mr. Savoldelli on stage è una presenza inconfondibile: seduto su una sedia e spesso chinato a manovrare tra pedaliere, effetti e marchingeni vari, assume fattezze e postura aracnoidi. Anche se, a stupire, non sono le sue pur notevoli doti sceniche. Armato di un microfono Neumann KMS 150 e di una loop station, Boris costruisce, con il solo utilizzo della voce, base ritmica, linea di basso, accompagnamento e armonie andando a creare (come per incanto) una composizione completa su cui s’innestano variazioni, improvvisazioni, assolo. Ma non è finita. Lui, come un mago dal suo cilindro, è capace di cavar fuori da quel magic box non conigli bianchi ma centinaia di ugole nascoste. E, che il pezzo in questione sia un classico del rock o una sua bizzarra composizione, l’effetto è sempre garantito.

L’«uomo ragno» ha iniziato a tessere la sua ragnatela vocale nel 1999 dopo aver inciso un album tributo a Jack Kerouac. «Furio Sollazzi, un amico pavese», ricorda Boris, «mi ha detto: ma come, dedichi un lavoro a un maestro della parola come Kerouac e non ci metti neanche un brano per sola voce?». Detto, fatto. Boris acquista una looper machine, inizia a sperimentare e, nel giro di qualche anno, il suo talento decolla. Se ne sono accorti anche i cultori di nuovi suoni che, lo scorso 9 settembre, hanno gremito The Stone, il tempio newyorchese dell’avanguardia post jazz creato da John Zorn. Lì, Boris “Spiderman” Savoldelli ha condiviso il palco con Elliott Sharp dando vita a due set folgoranti. «Ho appena ricevuto una mail di complimenti dallo stesso Zorn», dice Boris con malcelato orgoglio. «Ha saputo che la serata dello Stone è stata un grande successo. Questa opportunità è nata grazie all’amicizia con Marc Ribot che, dopo aver partecipato al mio album Insanology, ha promosso la mia musica nella comunità artistica newyorchese».

Elliott Sharp, chitarrista/compositore, da sempre in mirabile equilibrio tra musica classica, punk, jazz e avantgarde, aderisce subito al progetto dell’“Uomo ragno” quando i due s’incontrano a New York City, a Natale del 2007. «Grazie a questi contatti ho conosciuto il proprietario del Downtown Music Gallery, uno dei più prestigiosi negozi di dischi d’America, a cui è piaciuto il mio album e che lo ha promosso molto bene. Quindi ho fatto avere una copia di Insanology anche a John Zorn. Non ho potuto dargliela personalmente ma l’ho lasciata in uno scatolone che usa per raccogliere il materiale che riceve. Neanche due settimane dopo mi arriva una email in cui si complimenta con me e mi incoraggia a continuare nel mio lavoro. Non ci potevo credere». Da lì, tra i due, inizia un fitto scambio di corrispondenza. Boris manda diverse idee musicali che Zorn analizza, commenta e corregge. Fino a sponsorizzarne un’esibizione al The Stone. «Lunedì 8 settembre, il giorno prima del concerto», racconta Savoldelli, «io ed Elliott Sharp ci siamo rinchiusi in studio e abbiamo registrato il materiale del nostro prossimo disco».

Trentotto anni, nato e cresciuto a Pisogne (piccolo comune all’estremità meridionale della Val Camonica, sulle rive del Lago d’Iseo), Boris Savoldelli viene da una famiglia musicale. «Sia mio padre che i miei zii sono musicisti», spiega, «quindi sono stato immerso nelle note sin da piccolo. Ho studiato pianoforte, batteria, tromba (lo strumento di mio zio) e anche il basso. Tutti questi aggeggi sonori mi piacevano ma nessuno ha fatto scattare in me la scintilla. Verso i 16 anni ho iniziato a cantare anche perché nelle band della zona mancavano i cantanti e quindi c’erano molte opportunità A 17 anni ho cominciato a studiare: prima canto lirico (per tre anni) e poi pop, rock e jazz. Ho capito che era la cosa che mi veniva meglio. Tra i miei maestri cito senza dubbio Mark Murphy, uno dei più grandi jazz singer di sempre, con cui ho fatto seminari e lezioni e che oggi è un grande amico». Ma è Demetrio Stratos il cantante che Boris ha nel cuore. «Ho ascoltato gli Area grazie a mio cugino. La voce di Demetrio è stato l’elemento che mi ha subito attratto. Quando ho iniziato a studiare, mi sono accostato al Demetrio solista, quello delle formidabili sperimentazioni. E non me ne sono staccato più». Se, anche voi, volete rimanere impigliati nella tela vocal-acustica di Boris The Spider cliccate su www.myspace/borisinger, visitate il suo web site www.borisinger.eu e ascoltate Insanology. Ne vale la pena.