System Of A Down

Toxicity (Columbia/Sony, 2001)
Angelo Mora
05 Giugno 2007

Pubblicato nel 2001.
Registrato presso i Cello Studios, Hollywood, California.
Prodotto da Rick Rubin e Daron Malakian. Co-prodotto da Serj Tankian.
Mixato da Andy Wallace presso gli Enterprise Studios, Burbank, California.
Tecnico del suono: David Schiffmann.
Direzione artistica: Shavo Odadjian e Brandy Flower.
Copertina: Mark Wakefield.
Fotografie: Martin Atkins, Glen E. Friedman, John Dolmayan e Hallie Sirota.
Musicisti: Serj Tankian (voce e tastiere); Daron Malakian (chitarra); Shavo Odadjian (basso); John Dolmayan (batteria).

Prison Song / Needles / Deer Dance / Jet Pilot / X / Chop Suey! / Bounce / Forest / Atwa / Science / Shimmy / Toxicity / Psycho / Aerials

Se, nel bel mezzo degli anni Ottanta, a un qualsiasi metallaro lungocrinito e tutto pelle-e-borchie fosse stato predetto che, qualche anno più tardi, il miglior gruppo heavy metal della scena mondiale sarebbe stato composto da un clan di quattro fricchettoni di origine armena coi capelli corti, il look eccentrico e l’aria da zingari… nella migliore delle ipotesi avrebbe sorriso, pensando a uno scherzo di cattivo gusto. Ma la realtà supera quasi sempre la fantasia e, all’alba del terzo millennio, uno degli insiemi più motivati, convincenti e rappresentativi dell’intero panorama metallico si chiama System Of A Down. Ossia un clan composto da quattro fricchettoni di origine armena che hanno i capelli corti (ma in compenso si dilettano con barbe e pizzetti vistosi), vestono sul palco un look eccentrico e sfoggiano con malcelata fierezza una certa aria zingaresca! E i loro testi non raccontano di motociclette, sbronze e ragazze facili, ma di una condizione esistenziale turbata e di un pensiero assai critico nei confronti del sistema…
Nel 2001 l’attesa per la seconda fatica dei System Of A Down è notevole. Tre anni prima il loro omonimo esordio ha contribuito in maniera decisiva a far rialzare le quotazioni del crossover. Nell’epoca delle accordature ribassate e delle psicosi maniaco-depressive di Korn e Deftones (e attendendo il ritorno dei messaggi esoterici dei Tool dopo l’eccelso Aenima del ’96), System Of A Down è stato a suo modo l’equivalente di The Real Thing dei Faith No More nell’89: una ventata di aria fresca in un contesto un po’ troppo asfittico. La materia heavy metal, pur avvicinata con competenza e devozione, è stata rivoltata come un calzino e asservita alle proprie bizzarre intuizioni. L’effetto? Inusitato e spiazzante, ma pur sempre travolgente. Brani frastagliati, originali e solo in apparenza caotici come Suite-Pee, Sugar, War?, Peephole e l’incantevole «ballata» Spiders, contaminati con le strambe nenie folk della loro terra e vocalmente interpretati con uno stile peculiare e sopra le righe, assumono la valenza di portabandiera di un modo nuovo di intendere il suono rock pesante: obliquo e genialoide, coeso e viscerale. È evidente che il gruppo dispone del talento e del carisma potenziali per diventare un vessillo della sua epoca. L’entusiasmo dei ragazzi yankee nel corso dei vari tour seguenti lo testimonia, ma necessita una riconferma quantomeno di pari qualità. Secondo le regole del music business, è raro che una grossa etichetta conceda così tanto tempo per registrare il seguito di un debutto di successo. La consuetudine vuole che il combo in questione venga spremuto al massimo, al fine di capitalizzarne il più velocemente possibile la popolarità. Esaurito il momento magico, fuori uno e dentro un altro. Un modus operandi che trova nel contemporaneo boom del nu metal statunitense un filone dorato, fatto di incassi milionari e musicisti «usa e getta» (Orgy, Crazy Town, Papa Roach). Ma loro, Serj, Daron, Shavo e John, tutti e quattro cresciuti in California da famiglie di provenienza mediorientale, non ci stanno. Hanno un’integrità da difendere, uno spessore artistico e morale non comune da tutelare e un’urgenza espressiva da incanalare con foga ed estro: istanze troppo importanti, che non possono e non devono scendere a patti con la macchina affaristica. I System Of A Down hanno anche il cuore rigonfio di orgoglio patriottico, ma senza retorica. «Non è obbligatorio leggere le nostre liriche in chiave politica», specifica il chitarrista Malakian. «Abbiamo sovente posto l’accento sulla causa armena (il cosiddetto genocidio armeno del 1915, l’uccisione di un milione e mezzo di cittadini per mano dell’impero Ottomano: un fatto storico documentato da più fonti, ma mai ufficialmente riconosciuto dal governo turco, nda), ma la nostra musica non si ferma solo a questo. Parliamo di vincoli con la gente e cultura propria. Il mondo è ricolmo di ingiustizie, ma noi non siamo dei supereroi che possono riparare tutti i torti. Ci piace anche mangiare il gelato e andare in skateboard… non definiteci armenian rock!».
Di fronte a una simile determinazione e maturità, poco frequenti nel medesimo ambiente, ed evitato con ironia lo stereotipo della band «militante e politicamente impegnata» a tutti i costi, persino una major potente come la Columbia non può che attendere, rispettando la loro lenta scrittura. Nel periodo stesso della sua uscita, si ha però la netta sensazione che il nuovo album (prodotto ancora da Rick Rubin, loro scopritore e titolare del marchio American Recordings che fa capolino nelle incisioni) farà da spartiacque: della carriera del quartetto, ma pure di uno scenario dove il nu metal ha già il fiato corto e necessita disperatamente di un leader diverso con i tutti i crismi del caso. E se alla luce del primo disco e della sua verve innovativa i System Of A Down sono stati per sbaglio iscritti alla medesima corrente nu metal, con Toxicity è invece ancor più esplicita la loro estraneità al movimento. Le radici affondano per bene nel thrash affilato degli Slayer e nella cupa distorsione del death di fine anni Ottanta (Daron cita fra le sue influenze i Deicide), stravolgendone i dettami secondo l’insegnamento formale di Frank Zappa, Primus e Mike Patton & Co. (non solo Faith No More, ma anche Mr. Bungle) e contribuendo con la propria folle ispirazione a personalizzare il risultato finale. Le composizioni sono quasi tutte delle schegge impazzite di violenza e poesia (e la poesia, in senso letterario, è l’altra grande passione di Tankian, al punto da pubblicare il libro Cool Garden per conto della sua piccola etichetta Serjical Strike fondata nel 2001): quattordici canzoni che solo nella conclusiva Aerials superano i tre minuti di durata, e che partono in quarta con proiettili a bruciapelo: come nel caso di Prison Song, di Needles, della ipnotica Deer Dance, e poi ancora Jet Pilot e X. Il crescendo di tensione è magistrale e Chop Suey! è il primo climax dell’opera: una commovente preghiera urbana rivolta a un Dio che forse non c’è e, se c’è, deve di certo esibire un buon alibi… «Io non penso che tu creda / Nel mio giusto suicidio / Io piango, quando gli Angeli chiedono di morire»: un coro da brivido destinato a spopolare tra i fan, urlato a squarciagola e con le lacrime agli occhi nelle loro stanze da letto così come ai concerti. Preceduta dalle scosse telluriche di Bounce e Forest, la triste e avvincente Atwa vive di un’emotività tangibile e dell’alternanza fra «pieni» e «vuoti», secondo uno schema tipico del metallo pesante degli anni Novanta. Introdotta dalle scariche nervose di Science e Shimmy e riecheggiata da quelle di Psycho (ossessiva) e Aerials (più la ghost-track «etnica» Arto eseguita assieme al polistrumentista armeno Arto Tuncboyaciyan, con cui il frontman nel 2003 darà alle stampe anche un progetto parallelo denominato Serart), la title-track costituisce la seconda e definitiva catarsi. La «città tossica» parafrasata nella foto di copertina è la famosissima Los Angeles, che la band conosce a fondo non come la sfavillante Città degli angeli dei luoghi comuni, ma come drammatico crocevia di personaggi squallidi, situazioni disperate e sogni infranti. Sul banco d’accusa finisce l’ipocrisia della società americana, dove l’apparire conta infinitamente di più dell’essere e dove la tolleranza reciproca (con implicazioni razziali o meno) è un’utopia sbiadita. Una spanna sopra chiunque, per creatività e ricchezza di contenuti. Complice un’efficace campagna promozionale, ora non sono più i soli Usa a realizzare la vera portata dei System Of A Down: anche l’Europa si fa trovare pronta all’appuntamento, tributando loro il giusto riconoscimento in termini di critica e vendite. La stella rivelatasi nel 1998 oggi splende radiosa su tutto il globo del rock duro alternativo.
Sebbene dal vivo i System Of A Down non abbiano mai del tutto ribadito la propria caratura, offrendo in qualche occasione uno spettacolo non all’altezza delle prove in studio (gli show europei di supporto a Slayer e Sepultura nell’autunno del ‘98, per esempio), la loro impronta nella storia di questo genere musicale è già indelebile. A fine 2002 è bastato un lavoro di inediti e rarità estratti dalle sessioni di Toxicity, intitolato spiritosamente Steal This Album! (in risposta a coloro che ne avevano già scaricato in via clandestina i pezzi attraverso Internet) per riscuotere ulteriori – e non del tutto giustificati – consensi di stampa e pubblico: segno ad ogni modo di un credito enorme e di una «mano» ormai vincente a priori, capace di grandi cose anche col minimo sforzo.
«Down with the system», mente aperta e pugni chiusi: il segreto di una delle più significative realtà heavy metal moderne.

Dischi nella medesima vena artistica

Dub War / Pain (Earache, 1995)
La migliore chiave di lettura della proposta di questo combo inglese è quella della contaminazione totale, del crossover multietnico all’interno di un crogiolo di sonorità (metal, punk, hip-hop, funk, reggae) accomunate da un’interpretazione rabbiosa e aggressiva. Gruppo non geniale, ma coraggioso, stimolante e sottovalutato. Destino analogo per gli eredi Skindred di Babylon (2002), guidati sempre dall’istrionico «singer» Benji.

Amen / We’ve Come For Your Parents (Virgin, 2000)
Ancora America, ancora Los Angeles, ancora protesta e disagio a oltranza. A differenza dei System Of A Down, negli Amen scoperti dal produttore Ross Robinson manca l’elemento «esotico» e al disincanto si sostituisce il nichilismo. Ma l’impatto sonoro (metal nella forma, punk nella sostanza: il titolo dell’album cita i Dead Boys) e la coscienza di una civiltà allo sbando è la stessa. Di rado si è visto un gruppo così oltraggioso e incontrollabile: lo dimostra anche la furia masochistica esibita dal vivo dal cantante e leader Casey Chaos. Disco impressionante, ma un discreto flop nelle classifiche.

Puya / Union (Mca, 2001)
A parte i folcloristici Laberinto dal Venezuela, la prima, vera e irresistibile commistione di musica latino americana e crossover moderno arriva dal Portorico e risponde al nome di Puya, quartetto cresciuto a salsa e death metal. Un lavoro dal ritmo incalzante, poderoso e privo di folclore da quattro soldi: impossibile rimanere immobili durante il suo ascolto. I riscontri commerciali sono però troppo scarsi per conservare la fiducia di una major che li scarica pochi mesi dopo la pubblicazione del disco.