U2

LIVE!
Loris Cantarelli
29 Giugno 2009

UNO SGUARDO A 360°
Gigantismi: il palco degli U2 può contenere quello degli Stones

ESSERE GLI U2
Bono, The Edge, Adam Clayton e il potere del rock

UN CAST DI VISIONARI
Gli artisti dietro il successo live degli U2

È SOLO ROCK’N’ROLL?
Le 20 esibizioni più importanti dal 1980 ai giorni nostri

PER ASCOLTARE (E VEDERE) DI PIÙ

I live e il paradosso U2: non esiste un “vero” album dal vivo

Gli U2, si sa, sono un gruppo da vedere dal vivo. Il ritorno in Italia della band irlandese è l’occasione per raccontare oltre trent’anni di esibizioni fra trovate indimenticabili e brillanti esagerazioni

Live is where we live», ha sintetizzato con la consueta efficacia l’altrimenti taciturno Larry Mullen Jr., ricevendo con il resto degli U2 un MTV Award a Rotterdam nel 1997. Difficile dargli torto: esistono centinaia di migliaia di appassionati che non hanno mai comprato un disco del quartetto irlandese, ma che non hanno mai voluto perdersi un loro concerto, ben sapendo l’energia che sanno esprimere su un palco, nell’intimità di un teatro, in un palazzetto o nei grandi spazi di uno stadio, con una versatilità propria di un ristretto numero di artisti al mondo.
Nel corso di questi decenni, in tutto il mondo si sono versati i proverbiali fiumi d’inchiostro per descrivere la loro inquietudine figlia legittima delle origini nell’Isola di Smeraldo, le ansie di una generazione intercettate nella precarietà di fine secolo, una presenza scenica senza uguali capace di affrontare misticismo, carnalità e politica – spesso e volentieri in un’unica soluzione – e i riflettori continuamente puntati addosso. In pochissimi anni, gli U2 hanno rovesciato l’immagine decadente della rockstar inasprita dagli eccessi del punk, evocando il risveglio della spiritualità di fronte all’unica religione del profitto, e mostrando che anche il rock è in grado di parlare all’uomo maturo. Negli anni 80 alcuni loro concerti hanno raggiunto punte di coinvolgimento da fanatismo beatlesiano, così come negli anni 90 le loro tournée hanno spinto a rivedere l’idea stessa delle esibizioni dal vivo, da allora quasi impensabili senza megaschermi, tanto quanto la grammatica delle riprese televisive sempre più alla ricerca di un senso alla propria frenesia. Investita per anni di aspettative e considerazioni tali da sgretolare l’equilibrio di chiunque – essere sopravvissuti alle quali è forse il loro tratto più stupefacente – in seguito la band ha scelto di mascherare (anche se non del tutto) la propria personalità umana e musicale, riaffacciandosi al nuovo millennio con una sintesi peculiare di schiettezza e ironia, slancio ideale e arrangiamenti moderni. Gli ex ragazzi di Dublino hanno ormai dato l’impronta a tre decadi e influenzato il lavoro di almeno due generazioni di gruppi musicali in studio e dal vivo, in un’era pre Internet ma già globalizzata, con l’uso consapevole dei mezzi di comunicazione di massa.
La forza interna degli U2 è espressa perfino fisicamente dal convivere – in un’amicizia risultata a prova di bomba – di personalità così diverse come Adam e Larry (l’uno tenace e sempre incline al cambiamento, l’altro pragmatico e con un look che sembra pressoché immutabile) o di Bono e The Edge (l’uno instancabile chiacchierone, l’altro alla perenne ricerca dell’essenzialità), in un continuo gioco di specchi e sostegno reciproco. Il tutto affiancato da un manager con una visione lungimirante e più attento a investire a lungo termine sulle persone anziché sul profitto immediato, perfetta chiusura del cerchio con la (coltivata) solidità spirituale della band.
Nel 1987 dell’epocale The Joshua Tree, Edge non aveva remore ad ammettere su Rolling Stone che «sarebbe bello pensare che le persone capiscano quello di cui stai parlando, ma di fatto lo fa soltanto la metà, o forse meno. Il resto ne coglie qualcosa, o niente del tutto. Penso che comunque abbiamo un bilancio abbastanza buono: alcuni vengono ai concerti perché siamo una grande rock band, qualcun altro viene perché ci vanno tutti gli altri e qualcuno viene perché capisce esattamente da dove veniamo ed è d’accordo. Ma il rock’n’roll per me è comunicazione, non soltanto d’idee ma di emozioni. Nel rock’n’roll è la cosa più importante: non è necessario che la tua idea sia grande, ma che sia la tua». Bono chiosava: «La gente dice che ci prendiamo troppo seriamente e io potrei esserne ritenuto il colpevole. Ma io non mi prendo seriamente, noi prendiamo seriamente la musica». Dieci anni dopo lo stesso frontman rivelava civettuolo la propria fragilità: «Se avessi fiducia in me stesso, se non fossi stato timido, non mi sarei mai unito a un gruppo rock. È un rifugio per gli handicappati della vita. Bisogna veramente avere un problema affettivo enorme per reclamare ogni sera l’amore di 50 mila spettatori, per aver bisogno di questa passione per sentirsi bene».

Dopo la primissima esibizione nella cucina paterna di Larry (addì 25 settembre 1976) e un certo seguito nella zona nord di Dublino prima come Feedback («L’unica cosa che sembrava uscire dall’amplificatore di Adam», ma anche la precisa voglia di stabilire uno stretto legame con il pubblico) e poi The Hype (lo “stimolante” che provano sul palco e cercano di trasmettere alla platea), per più di un anno gli aspiranti musicisti non riescono nemmeno a suonare un brano per intero: «Ce la facevamo per un minuto e mezzo, poi la semplice tensione di andare avanti era troppo e ci fermavamo. È per questo che abbiamo iniziato a scrivere canzoni: non sapevamo suonare quelle degli altri», ricorda candidamente Edge. La vittoria alla Settimana Civica di Limerick una volta ribattezzatisi U2 (che si pronuncia come «you too») a San Patrizio del 1978 e l’incontro con il manager Paul McGuinness (che diviene socio al 20%) due mesi dopo dà alla band ancora più convinzione nei propri mezzi. Bono cerca idealisticamente di rompere ogni barriera con gli spettatori, invitandoli a suonare sul palco o brindare a champagne. Per la prima uscita discografica (l’ep Three) il lato A è scelto dagli ascoltatori del deejay Dave Fanning: i brani originali aumentano, spesso non diventano registrazioni ufficiali ma ottenengono notorietà successiva grazie a trasmissioni radiofoniche, pubblicazioni sotterranee (i famosi bootleg) dal 1981 e i file audio in formato mp3 disponibili su Internet dal 1999.
Il contratto a lungo termine con la Island porta nel 1980 una tournée inglese e una in Europa e Nord America: dopo oltre tre anni dal vivo, il quartetto può affinare i brani più maturi per il primo album Boy, una gigantografia della cui copertina campeggia sul palco nel lungo tour seguente. Il NME paragona il carisma di Bono a quello di Iggy Pop, l’esordio nei locali americani è gestito dal celebre promoter Frank Barsalona (che segue Who e Bruce Springsteen). Per il successivo October (1981) non c’è alcun telone, ma debutta al fianco di Edge una tastiera. A Dallas un fan canta con Bono Southern Man di Neil Young: l’idea si ripete sovente fino a diventare un tratto distintivo dei concerti, come le acrobazie di Bono che si arrampica sulle transenne e sventola una bandiera bianca nell’ansia di raggiungere ognuno nell’intimo: «Io sono prima di tutto un autore, in secondo luogo un cantante e in terza battuta un performer. Ma a volte il performer è il lato più forte. Sul palco cerco spesso di trovare un modo di esprimere una canzone in un altro modo, oltre a cantarla. Il che probabilmente avviene perché non sono un grande cantante». L’abbraccio simbolico a tutti diventa quasi un marchio di fabbrica nella trionfale tournée di War (1983): alle spalle la nuova gigantografia della copertina, sul palco una tastiera e tre bandiere bianche. Debuttano le luci coordinate da Peter “Willie” Williams (che dal 1997 terrà un diario sul web per ogni data) e la salmodica 40, a lungo deputata al commiato finale. Per aumentare il contatto con il pubblico, in un paio di occasioni Bono fa installare un palchetto davanti a quello principale: un’idea sviluppata il decennio seguente, così come il rivolgere verso gli spettatori veri “protagonisti” le telecamere degli inviati televisivi. Il tour comprende il primo sbarco in Giappone ed esibizioni divenute storiche: riprese dalle telecamere con tre torce a creare atmosfera nel Red Rocks Amphitheater di Denver per il vhs Under A Blood Red Sky e al Loreley Festival (in gran parte) per il mini ellepi omonimo, pubblicazione dal vivo che si spiega anche con il costante desiderio reso esplicito da Bono: «Spero che la musica riesca a sostituire le nostre persone perché non puoi andare fuori a parlare con tutti». La prima vera vacanza non è però casuale, come espresso in una conferenza stampa: «È molto facile diventare una parodia di te stesso... Questa è la fine di un ciclo».
Scelti infatti i nuovi produttori Brian Eno e Daniel Lanois per The Unforgettable Fire (1984), i quattro sbarcano in Nuova Zelanda e Australia dove un gioiello come Bad dimostra subito un’estrema flessibilità e capacità di coinvolgimento, senza che l’eccessiva intraprendenza di Bono metta a repentaglio la sicurezza di qualcuno. Affinando i nuovi brani, sul palco vengono proiettate litografie dei sopravvissuti a Hiroshima e Nagasaki e il ritratto di Martin Luther King, con festoni dal soffitto. A febbraio 1985 l’esordio italiano a Milano e Bologna («Sono stato in vacanza a Pisa due anni fa, ma nel vostro paese c’è troppo clientelismo, devi pagare sempre per ottenere qualcosa di solido», dichiara Adam al fan club di Davide Sapienza), mentre le date al Madison Square Garden di New York e al Croke Park di Dublino dimostrano lo status ormai raggiunto dalla band, sulla via per diventare una vera e propria industria, d’impatto paragonabile alla birra e al turismo irlandese. L’esibizione più famosa è il 13 luglio a Wembley per il londinese Live Aid di Bob Geldof in favore dell’Etiopia: Bono dilata Bad a dismisura per ballare con due ragazze giù dal palco, a discapito della celebre Pride (In The Name Of Love) che non può essere eseguita. Ma l’impatto emozionale e l’audience televisiva di oltre un miliardo di persone fa conoscere a tutto il mondo praticamente di botto il quartetto, che nel 1986 partecipa ad altri benefit come il casalingo Self Aid e il tour A Conspiracy Of Hope negli States per Amnesty International, incamerando un profluvio di esperienze stimolanti, confluite nel disco capolavoro The Joshua Tree (1987). Il nuovo tour mondiale è preceduto dalle riprese del videoclip per Where The Streets Have No Name sul tetto di un negozio a Los Angeles (un richiamo ai Beatles che tornerà più volte negli anni Duemila): il palco è all’inizio minimale, mentre la data di Roma (seguita da due a Modena) inaugura il ramo outdoor con un grande albero di Giosuè sullo sfondo e sugli amplificatori ai lati. In qualche data americana viene posizionato uno schermo dietro le luci al centro dello stadio: insieme allo scherzo di salire sul palco travestiti dalla finta band di supporto dei Dalton Brothers, è di nuovo un presagio della (clamorosa) tournée successiva. La svolta è preannunciata anche da un film distribuito nei cinema, che raccoglie esibizioni maiuscole affiancate da inediti registrati in studio, per il corrispettivo doppio vinile (e unico cd, nonché esordio editoriale con libro fotografico) Rattle And Hum (1988), seguito dal breve LoveTown Tour in Australia ed Europa a fine 1989. L’orchestra di B.B. King è supporter e ospite in alcuni brani, ma ancora una volta la percezione è la fine di un ciclo, dichiarato in quattro serate dublinesi a dicembre: «È stato un grande decennio. Dobbiamo fare qualcos’altro adesso, dobbiamo andar via per un po’...», il che fa scrivere ai giornali di mezzo mondo che gli U2 stanno per sciogliersi. Ma Bono precisa: «È soltanto che dobbiamo sparire... e sognare tutto da capo». Il concerto di fine anno viene trasmesso via radio per 300 milioni di ascoltatori: la band invita a registrarlo pubblicando sulle riviste musicali la copertina dal titolo Radio Free U2, poi fa (opportunamente) perdere le sue tracce per oltre un anno.

Terminate le registrazioni del nuovo disco tra Berlino e Dublino lungo il 1991, il gruppo decide prepotentemente di reinventare se stesso anche e soprattutto dal vivo. Tutto si fa più complicato, quasi mastodontico: Bono ammette con la solita ironia i problemi («Stiamo tentando di scoprire come suonare tutto Achtung Baby dal vivo. Sostanzialmente riusciamo a farcela se Edge suona qualcosa di diverso con ogni parte del suo corpo»), mentre dopo le prime esibizioni dello Zoo TV Tour nel 1992 – con basi registrate e una forte impressione d’industrialità, rispetto all’apparente spontaneità del passato (in realtà costruita su un canovaccio pressoché invariato per anni) – Edge assicura: «Non ci lasceremo sopraffare da tutta quella tecnologia. Ogni sera gli assoli sono diversi. Anche la lunghezza delle canzoni è differente ogni volta. Ci dev’essere spazio per l’improvvisazione, altrimenti finiamo bloccati in un binario». Torna clamorosamente in primo piano l’ironia surreale e corrosiva che nell’adolescenza ha tenuto lontano Bono e soci da droga e alcol, mentre i concerti acquistano un’idea e una filosofia: mettere in scena una critica feroce sulla follia e le contraddizioni della moderna comunicazione di massa, prendendo il diavolo per le corna con intelligenza e mantenendo l’onestà di fondo che li contraddistingue. Su un palco ideato con Peter Williams e Brian Eno, i quattro suonano affiancati da 6 auto Trabant e 36 teleschermi che rimandano freneticamente immagini frammentate, ne inseriscono altre registrate e ne trasmettono altre ancora in diretta via satellite. Con scaletta quasi fissa, Bono recita da rockstar (con una danzatrice del ventre per Mysterious Ways) e invita una ragazza sul palco a filmarlo in diretta sul megaschermo: una passerella collega il palco principale a un palchetto per un momento acustico di tutta la band che risulta così circondata dagli spettatori. Gli episodi bizzarri si sprecano: Bono telefona alla Casa Bianca oppure ordina 10 mila pizze (ai bis ne arrivano un centinaio), la prima delle due serate al Forum di Assago viene rinviata a dopo la seconda per un tir di materiale rimasto bloccato a Barcellona (lasciando pernottare nel palazzetto gli spettatori giunti da fuori città), a Stoccolma la band interagisce con un fan inglese da casa sua, poi ridisegna il palco con Mark Fisher e Jonathan Park (già responsabili del tour di The Wall) per i concerti all’aperto, raddoppiando le Trabant e aggiungendo 4 megaschermi. Da agosto un video-confessionale permette di lasciare messaggi trasmessi prima dei bis e Satellite Of Love è eseguita in duetto virtuale con l’autore Lou Reed in un contributo registrato: l’esecuzione è stellare e denuncia la doppia faccia che può rivestire la tecnologia con la musica. A Tampa uno spettatore sale sul palco a presentare l’intero suo brano An Eye For An Eye Makes The Whole World Blind, poi vengono i primi concerti in America Centrale, e il ritorno nel vecchio continente percorso da rigurgiti razzisti: da qui l’entrata in scena dopo i filmati di Leni Riefenstahl e le stelle della bandiera europea che crollano sulle note dell’Inno alla Gioia. Per Bullet The Blue Sky le croci infuocate diventano uncinate e Bono urla «Non dobbiamo farlo succedere mai più!», poi nei panni del demoniaco MacPhisto lancia soldi in aria urlando «Ho una visione... la televisione!».
Pubblicato l’estemporaneo Zooropa (1993), gli U2 tornano in Italia con serate a Verona, Roma, Napoli, Torino e collegamenti con Sarajevo, mettendo in connessione la Bosnia con il mondo esterno dopo un anno e mezzo di guerra. Una tale intensità d’iniziative non è senza conseguenze e proprio sul finale rischia il tracollo: a Sydney Adam è sostituito dall’assistente, anche se il giorno dopo è con i compagni in diretta tv per tutto il mondo (e poi in vhs e dvd). La conclusione del tour giunge al momento giusto e, se con l’esplosione di Internet il gruppo abbandona l’idea di un cd-rom per dedicarsi a progetti personali e partecipazioni come i Passengers con Brian Eno (per Miss Sarajevo al Pavarotti & Friends 1995), il ritorno in grande stile avviene con il colossale PopMart Tour, talmente a ridosso dell’uscita di Pop (1997) da costringere a un rodaggio pressoché in diretta durante i concerti stessi. La scenografia abbandona la sofisticata critica iperrealistica ai mass media per uno sberleffo alla società-supermercato consumistica, con immagini pop di Roy Lichtenstein e Keith Haring che scorrono su un maxischermo di 17 x 52 metri e un palco sormontato da un arco di 30 metri, a fianco di un limone di specchi largo 10 metri da cui la band esce per i bis e uno stuzzicadenti di 30 metri con un’oliva in cima. Edge canta un brano diverso quasi ogni sera con il testo che scorre in un karaoke collettivo (e una data viene trasmessa in diretta sul sito ufficiale con immagini e interviste), ma con il passare dei mesi il tour assume toni ben più sofferti dello sberleffo opulento da cui è partito, giungendo a Reggio Emilia (con l’inizio in diretta sulla neonata Mtv Italia) e Roma (con un morto nella calca), poi a Sarajevo (via radio e su Internet in tutto il mondo) e a inizio 1998 in Sud America (con le Madres de Plaza de Mayo a Buenos Aires e i parenti delle vittime della dittatura di Pinochet a Santiago del Cile), Australia (con la commozione per la scomparsa dell’amico Michael Hutchence) e Sud Africa.

Il nuovo millennio vede gli U2 ormai quarantenni cercare una sintesi tra la purezza degli esordi e il continuo reinventarsi: il risultato è, ancora una volta programmaticamente, All That You Can’t Leave Behind (2000), album quanto mai cesellato e lanciato con ragionate apparizioni televisive e brevi concerti in locali selezionati, seguiti dall’ufficiale Elevation Tour (dopo la prima idea U2001 Into The Heart). Il gruppo sale a luci accese sul palco ideato da Mark Fisher con una passerella a forma di cuore che racchiude qualche centinaio di spettatori attorno alla band: le casse sono appese al soffitto e 4 schermi inquadrano per alcune canzoni i musicisti. A una manciata di nuove canzoni si accompagna il meglio dei brani accumulati in carriera e i sempre più variegati impegni sociali e politici di Bono, rendendo ogni serata una sorta di greatest hits dal vivo. In ogni data diversi spettatori filmano, registrano e scattano immagini digitali grazie a moderni telefonini, videocamere e macchine fotografiche, rendendoli spesso disponibili su Internet con il tacito accordo dei quattro, che trovano la quadratura del cerchio (artistica) facendo ovunque il pieno (commerciale). Le uniche date all’aperto sono quella a Torino (furente, il giorno dopo il G8 di Genova) e le due allo Slane Castle (emozionanti anche perché a ridosso della scomparsa del padre di Bono), accogliendo l’invito dei fan a tornare negli Stati Uniti sconvolti dagli attacchi dell’11 settembre, spesso in diretta web e in un clima generale di rara intensità emotiva e catarsi collettiva, compresi i nuovi significati che tante canzoni si ritrovavano di colpo a rappresentare. Ha svelato Edge: «Tornammo a casa arricchiti e contenti per la consapevolezza di aver fatto qualcosa di bello, d’aiuto alla gente. Ma noi c’entravamo ben poco: era piuttosto la nostra musica e il significato che la nostra musica ha avuto nel corso degli anni per ciascuno degli spettatori l’elemento più importante di quegli spettacoli. Noi salivamo sul palco e facevamo quello che abbiamo sempre fatto, ma il modo in cui veniva recepito tra il pubblico, le emozioni che la musica destava, era incredibile. Provai anche un certo turbamento in quei giorni, che per certi versi furono come un bagno d’umiltà».
Sembrerebbe impossibile ripetersi a così alti livelli, eppure il successivo Vertigo Tour lancia How To Dismantle An Atomic Bomb (2004) con analogo e rinnovato vigore, preceduto da altre intelligenti apparizioni televisive (come il videoclip di All Because Of You girato per le strade di New York e un miniconcerto a Brooklyn) ma anche dall’ingresso degli U2 nella Rock And Roll Hall Of Fame (con relativo miniconcerto al Waldorf-Astoria newyorchese). La nuova tournée mondiale riscuote un successo senza precedenti già nelle prenotazioni di tutto il mondo, rivelando un palco con una passerella a forma di ellisse che racchiude gli spettatori più vicini e quattro schermi in alto per seguire i musicisti. I brani più recenti sono piacevolmente alternati ai classici addirittura del primo album (un Bono in forma smagliante recupera perfino Miss Sarajevo), con brevi filmati ed efficaci immagini pop proiettate su uno schermo semovente a cristalli liquidi, allargato per le date all’aperto a un grande videowall e con due palchetti che si estendono tra la folla. Dopo aver aperto con Paul McCartney il ramo londinese del Live 8 organizzato di nuovo da Bob Geldof, gli U2 tornano a Milano (allo Stadio San Siro, ripresi da 18 telecamere per un uscita in dvd) e Roma, proseguendo con alcune pause (anche per problemi di salute della figlia minore di Edge) in Messico, Sud America, Nuova Zelanda, Australia e Giappone, concludendo alle Hawaii e dimostrando una tenuta a questi livelli pressoché unica al mondo.
Dai concerti argentini e australiani viene tratto il documentario U2 3D (2008), in anteprima al Festival di Cannes 2007 con tanto di minilive sulla scalinata in tappeto rosso, ma i veri concerti proseguono con il lancio del nuovo album No Line On The Horizon (2009). Il 360° Tour – 50 date tra Europa e Nord America fino a ottobre, ma potrebbe tornare in Sud America nel 2010 – è stato di nuovo preceduto da acute apparizioni televisive, compresi un concerto in diretta alla newyorchese Fordham University e un’intera settimana al Late Show di David Letterman (con un’esilarante Top 10 delle «dieci cose che gli U2 hanno imparato nel corso degli anni»). Dopo l’esordio a Barcellona, tocca ancora a San Siro... e mai come questa volta a tutto tondo.