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Paolo Benvegnù

H3+
Woodworm Label
"Solo il cuore può vedere"...
di Leonardo Follieri
06 Marzo 2017

Una metafora per dare il titolo alla conclusione di un viaggio all’interno dell’anima, cominciato nel 2011 con Hermann e proseguita nel 2014 con Earth Hotel. H3+ come lo ione triatomico d’idrogeno, «particella alla base dell’Universo, la componente più diffusa nelle ampie regioni vuote che separano una stella dall’altra, testimone silenziosa dell’origine del mondo». H3+ come il nuovo album che chiude la trilogia di Paolo Benvegnù.
 
La voce sempre curata e convinta del cantautore va a caratterizzare anche questo nuovo lavoro, un album come sempre non banale e scontato, ma più immediato rispetto al precedente sin dal primo ascolto.
La ripetitività dell’arpeggio di Victor Neuer supporta gli archi che rimangono sospesi proprio come l’atmosfera generale in apertura, mentre in Macchine il cantautore cerca con l’elettronica «il posto dove nasce il sole». Poi in Goodbye Planet Earth Benvegnù cita musicalmente (e non solo) Bowie con una sorta di rilettura di Ashes To Ashes: il giro armonico è lo stesso del celebre brano del Duca Bianco, non la melodia della voce che rimane comunque ispirata a Bowie, così come la tematica; sin dal titolo si comprende infatti che i rimandi sono esattamente quelli e costituiscono un omaggio personalizzato e ben riuscito.
Un amore ispirato in maniera diversa tra Olovisione in parte terza («Sei nelle radiofrequenze di passaggio. L’Assoluto, il Miraggio irraggiungibile») e Se questo sono io («Che ogni sogno sia il tuo. Che il tuo sogno sia il mio») mantiene inalterata la cifra stilistica del cantautore, ma come sempre lo rende anche imprevedibile.
Nella seconda parte dell’album menzione particolare va a Slow Parsec Slow, impreziosita dalla presenza di Mr. Steven Brown dei Tuxedomoon al sax.
«Il sole esplode» in Astrobar Sinatra, riservando così un’altra sorpresa dove «un’astronave precipita», e tutto poi rinasce o torna al punto d’origine nella conclusiva No Drinks No Food.
 
La perdita, la rinascita, l’abbandono.
Dopo un lungo viaggio alla ricerca di sé, c’è una consapevolezza concreta e ritrovata... e a questo punto «solo il cuore può vedere».