Bob Dylan – Una magia piacevolmente inspiegabile

Recensione e scaletta del concerto di Bob Dylan (9 aprile 2018 – Milano, Teatro degli Arcimboldi)
di Leonardo Follieri
10 Aprile 2018
Magico.
Difficile definire diversamente il Bob Dylan che ieri sera, 9 aprile, si è esibito in un Teatro Degli Arcimboldi di Milano che ha registrato il tutto esaurito. Mancava dall’Italia dal novembre del 2015, stesso anno in cui aveva pubblicato Shadows In The Night, primo album di una serie in cui il nostro si riscopre crooner cimentandosi in brani di Frank Sinatra, per poi abbracciare più in generale il Great American Songbook nei successivi Fallen Angels (2016) e Triplicate (2017).
 
Nelle ultime date italiane di questo Never Ending Tour giunto al suo trentesimo anno, i musicisti che accompagnano sul palco il Premio Nobel per la letteratura 2016 sono ormai da un po’ di tempo sempre George Receli alla batteria, Tony Garnier al basso e al contrabbasso, Stu Kimball e Charlie Sexton alle chitarre e infine Donnie Herron che suona pedal steel guitar, lap steel, mandolino elettrico, banjo e violino. Un particolare non da poco. E anche la scenografia è la stessa degli ultimi anni, con il tendone e i fari un po’ da jazz club di New York degli anni ’20.
L’inizio della serata è affidato, come ormai di consueto, a Things Have Changed. Si prosegue con Don’t Think Twice, It’s All Right e molto spazio è riservato ai brani di Tempest, ultimo lavoro di inediti targato 2012, passando poi per Highway 61 Revisited o Tangled Up In Blue e senza trascurare una delicata Simple Twist Of Fate o una “nuova” Desolation Row che alla fine strappa molti applausi. Il pubblico si mostra calorosissimo al cospetto di un uomo sempre apparentemente sulle sue, che suona il pianoforte (non più la chitarra e l’armonica da tempo) rimanendo quasi sempre in piedi e con le gambe divaricate e si sposta al centro del palco solo per i momenti da crooner, come ad esempio quelli dell’ottima Melancholy Mood.
Bob Dylan si propone realmente per come è adesso, a quasi 78 anni, con una voce sempre più rauca. Gli applausi sono scroscianti dopo i bis con l’ormai solita versione (ma profondamente diversa dall’originale) di Blowin’ In The Wind e di Ballad Of A Thin Man. Quando si pone al centro del palco per la standing ovation finale sembra quasi voglia cedere a un inchino, ma in realtà divarica nuovamente le gambe per poi abbandonare la scena insieme alla sua band.
Come sempre non ha rivolto nemmeno una parola ai suoi fan durante tutto lo show, ma paradossalmente si è messo ancor più a nudo cantando ciò che lo rappresenta ogni volta in quel preciso istante.
 
Bob Dylan quindi condivide sul palco davvero tutto se stesso, compresa quella sua aura apparentemente misteriosa che riesce a conferire ancora la giusta magia alla sua arte.
Ed è sempre una magia che rimane piacevolmente inspiegabile...
 
Scaletta:
- Things Have Changed

- Don't Think Twice, It's All Right
- Highway 61 Revisited
- Simple Twist Of Fate
- Duquesne Whistle
- Melancholy Mood (Frank Sinatra cover)
- Honest With Me
- Tryin' To Get To Heaven
- Once Upon A Time (Tony Bennett cover)
- Pay In Blood
- Tangled Up In Blue
- Early Roman Kings
- Desolation Row
- Love Sick
- Autumn Leaves (Yves Montand cover)
- Thunder On The Mountain
- Soon After Midnight
- Long And Wasted Years
 
Bis:
- Blowin' In The Wind
- Ballad Of A Thin Man