Ricordando Claudio Lolli

Tra il personale e il sociale, tra il dubbio esistenziale e lo spazientirsi di fronte a una società che evolve troppo lentamente senza mai liberarsi dei vizi di sempre...
di Roberto Caselli
20 Agosto 2018
Un giorno dopo la scomparsa di Aretha Franklin, cede alla sorte anche Claudio Lolli. Pur trattandosi di personaggi differenti, entrambi figli emblematici di una diversa generazione e locazione geografica, sono stati capaci di lasciare un segno nell’elaborazione di un’idea sociale innovativa e più giusta. Se Aretha negli anni ’60 fu la regina del soul, colonna sonora fondamentale della lotta contro la segregazione, Lolli, nel decennio successivo, con minore pretese, è stato uno dei più importanti portavoce della poesia intimista di casa nostra, che ha prima incuriosito e poi conquistato un’intera generazione di ragazzi confusi e spaesati da un procedere sociale troppo veloce nelle sue proposte e nei suoi cambiamenti. Una sorta di appiglio per uno spiraglio di chiarezza e appartenenza che anche la canzone più impegnata e intelligente di allora poteva suggerire.
 
Si fa conoscere nell’ormai mitica Osteria delle dame di Bologna quando apre i concerti di Francesco Guccini davanti a un pubblico attento e curioso che non tarda ad apprezzarlo. Approda, sempre con l’intercessione di Guccini, alla EMI e nel 1972 pubblica Aspettando Godot, un manifesto dell’insoddisfazione della generazione sessantottina che se la deve vedere con un’etica personale e politica ormai troppo lontana dalle utopie che la contestazione ha cavalcato. Le canzoni di quell’album parlano di politica, amicizia e soprattutto del dubbio esistenziale che è trattato con grande senso di angoscia: sono piccoli squarci d’identità personale espressi in modo colto e sincero fino all’autolesionismo. Già dalla title track che apre il disco e s’ispira all’opera omonima di Beckett si coglie il senso d’inutilità della vita, che viene ribadito in Il tempo dell’illusioneL’isola verdeQuello che mi resta e Quanto amore, canzoni di matrice francese che rivelano un profondo rimuginamento esistenziale sempre irrisolto e sempre risorgente che viene espresso musicalmente con un innovativo fingerpicking. Il problema mai superato con il padre emerge in Quando la morte avrà, una canzone senza pietà nei confronti del genitore, che tornerà tuttavia in altre canzoni e sarà anche oggetto di rimpianto. Michel è una delle più belle canzoni mai scritte sull’amicizia tra due adolescenti, mentre Piccola borghesia è un gioiellino sui condizionamenti perbenisti con cui una famiglia piccolo-borghese può anche arrivare a creare veri e propri problemi d’identità ai figli.
 
Dopo un esordio così importante è difficile mantenersi sullo stesso livello, ma Lolli lo sfiora con altri due album: Un uomo in crisi, del 1972, che riprende le tematiche precedenti e contiene almeno due gioiellini come Quello lì, dedicato ad Antonio Gramsci, e Morire di leva, storia del suicidio di un ragazzo mentre presta il servizio militare, a cui segue Canzoni di rabbia (1975) che, come il precedente, appare diviso in due parti che corrispondono alle due facciate dell’lp: da un lato la rabbia vissuta in modo personale e solitario con tutte le frustrazioni che ne derivano e dall’altra quella che si vive collettivamente e porta alla presa di coscienza.
 
E’ il preludio al suo disco di maggior successo in assoluto, Ho visto anche gli zingari felici, che nasce musicalmente in collaborazione con il Collettivo Autonomo Musicisti di Bologna nel 1976, anno che preannuncia nuovi grandi fermenti dettati dalla frangia giovanile legata al Movimento dell’Autonomia, assemblata intorno all’emittente libera Radio Alice. Lolli continua a produrre dischi in modo abbastanza serrato, ma qualcosa si spezza con la sua casa discografica che non fornisce più la promozione necessaria. Da quel momento Claudio si affida a etichette indipendenti e realizza album come Viaggio in Italia (1998) e Dalla parte del torto (2000), il cui titolo è preso dalla celebre frase di Bertolt Brecht: “Dato che tutti gli altri posti erano occupati, ci siamo seduti dalla parte del torto”, con l’apporto determinante di Paolo Capodacqua. Il suo ultimo lavoro è Il grande freddo che si aggiudica nel 2017 la Targa Tenco.
 
Claudio Lolli ha caratterizzato la sua produzione scegliendo di stare sempre a cavallo tra il personale e il sociale, tra il dubbio esistenziale e lo spazientirsi di fronte a una società che evolve troppo lentamente senza mai liberarsi dei vizi di sempre. Suo merito, e certamente suo coraggio, è la ricerca di una libertà espressiva che non accetta compromessi, che deve essere l’esatta trasposizione del proprio sentimento e che quindi costringe a togliersi anche l’ultimo velo di pudore, a mostrarsi nudo davanti all’ipocrisia del mondo che non a caso lo bolla come “cantante del suicidio”. La profonda introspezione e la straordinaria emozionalità che emergono dalle sue canzoni porta a considerazioni esistenziali con cui ciascuno si deve misurare, ma che necessitano anche di una formazione culturale adeguata a sostenerne il peso. I momenti lirici che emergono dalle sue canzoni sono tantissimi e compensano ampiamente quelli in cui si scaglia più direttamente senza eufemismi: Lolli ha aperto nella nostra canzone d’autore uno spaccato che non era mai stato trattato in modo così onesto.