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Alisachni

Ascolta il nuovo album di Walter Marocchi Mala Hierba
30 Gennaio 2013

Alisachni (dal greco αλισάχνη, lo strato di sale che le onde del mare depositano nella cavità delle rocce) è il secondo album di Walter Marocchi Mala Hierba, un progetto creato e diretto dal chitarrista e film editor Walter Marocchi. Segue all’esordio Impollinazioni, pubblicato nel 2009 e premiato al M.E.I. come miglior disco strumentale italiano. Della loro musica si vocifera che sia in grado di offrire viaggi dalle sponde del Naviglio a quelle del Rio de la Plata con fermate in bagni turchi, scogliere sarde, grotte cubane, e fumosi jazz club newyorchesi. Ma al di là della geografia Mala Hierba è un esperimento all’insegna dell’originalità, della libertà espressiva e della contaminazione.

Alisachni: file under?

«La risposta riguardo a Mala Hierba è sempre stata “contaminazione tra i generi”, perché questo è sempre stato l’intento del progetto. Poi mi sono reso conto della contraddizione. Sì perché parlare di contaminazione tra i generi musicali è un po’ come dire di aver scoperto l’acqua calda, dato che quello che oggi riconosciamo come un genere predefinito, e che chiamiamo rock, jazz, reggae o tango, in origine altro non era che la mescolanza di altre forme musicali preesistenti; e questi cosiddetti generi non sono stati creati in laboratorio da misteriosi musicisti-alchimisti, da fantomatici “maghi del Memè”, ma provengono dagli incontri, dagli spostamenti, dalle migrazioni, talvolta dalle deportazioni di grandi masse di persone. Mescolanze di approcci e di culture che s’incontrano, si fondono, si scontrano, si impollinano, spesso seguendo la spinta della pura sopravvivenza. Studiando un po’ la genesi di alcuni generi musicali, procedendo a ritroso dalla foglia alla radice, ho cominciato a convincermi che la storia della musica ha più da insegnare sulla civiltà umana che la storia delle guerre o delle conquiste. È a queste suggestioni che si ispirano i brani di questo disco: non vi si troverà nulla di espressamente musicologico e nemmeno la pretesa di essere fedeli ai generi che vengono citati, ma nel migliore dei casi qualche spunto di riflessione o stimolo all’immaginazione».

Walter Marocchi

Alisachni canzone per canzone

Apolide
«Immaginiamo di cancellare le frontiere che separano le nazioni; poi, le nazioni stesse. Nessuna cittadinanza, nessuna nazionalità, nessuna appartenenza se non quella al pianeta Terra nella sua interezza. Abbattute le barriere fisiche tra uomo e uomo, quanto resisterebbero quelle etniche e culturali? La perdita dell’identità nazionale è una minaccia o un’opportunità? Per immaginare il suono di questa anarchia globale nella parte centrale del brano alcuni musicisti avevano soltanto una vaga indicazione tonale e ritmica, ma nessuna idea del risultato finale».

Il Mago Del Memè
«In una piccola frazione di campagna c’è una strada di sassi che si inerpica tra le case. Proprio all’inizio della strada, sul lato sinistro, c’è una piccola porta di legno che nessuno ha mai visto aperta. In paese si dice che sia la porta d’accesso all’antro del mago del Memè. Chi sia costui e che tipo di magia pratichi non è chiaro. Ciò che si vocifera è che nei suoi alambicchi distilli suoni misteriosi, e che le pozioni musicali che passa da una feritoia nella porta in cambio di uova fresche allevino il dolore, sollevino l’umore e siano in grado di far viaggiare anche chi da queste colline non se n’è andato mai».

Tango Del Pesce Azzurro
«Ci sono migrazioni che finiscono su una tavola apparecchiata… In cucina, come nella musica, pochi ingredienti di base vengono reinventati e rimescolati all’infinito, creando qualcosa di nuovo e unico che racchiude in sé un’identità e una cultura. Il tango è un esempio perfetto: concepito da un ritmo cubano, l’habanera, viene alla luce sul confine tra Argentina e Uruguay, allevato da un’accozzaglia di spagnoli, creoli, argentini, italiani; e la sua voce, il bandoneon, non arriva da Buenos Aires, ma dalla Germania».

Hobo
«Ovvero vagabondo, il tipico senzatetto errante che tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900 attraversava gli Stati Uniti d’America saltando su e giù dai treni merci, a caccia di qualsiasi impiego saltuario. Spesso erano musicisti, autori di canzoni o protagonisti di brani altrui, personaggi resi romantici dall’arte ma la cui vita era tutt’altro che semplice, come quella di ogni lavoratore migrante. La cultura hobo, che possedeva un proprio codice e una propria etica, attraversa la storia americana da Jack London e Ramblin’Jack Elliott fino a Charles Bukowski e Tom Waits, insinuandosi anche nelle “alte sfere” della musica contemporanea (esempi in Gavin Bryars e Harry Partch)».

La Cueva Del Gato
«A seconda di dove ci si trova nel mondo cambia il modo di fare, e di vivere, la musica. In un’intervista il leader di un gruppo punk cubano, che sull’isola è fuorilegge, afferma: “Più si fa pubblicità a un concerto, più è probabile che venga cancellato. Si fa girare la voce senza esagerare, perché se la notizia si diffonde troppo è facile che arrivi la polizia a far saltare tutto.” Tutto il contrario dalle nostre parti, dove chi suona non è obbligato a nascondersi ma a mettersi in vetrina, dove la musica sta perdendo la sua funzione di aggregazione sociale, dove anche i musicisti definiti indipendenti devono avere un ufficio stampa, un management e un’agenzia di booking altrimenti nessuno se li fila. La “cueva del gato” è una grotta alla periferia dell’Avana dove i gruppi fuorilegge organizzano i loro concerti clandestini: ce n’è abbastanza per scrivere l’inno della rivoluzione del musicista militante».

Nidi
«A differenza di noi umani, gli uccelli sono in grado di percepire infinitesimali variazioni nel campo magnetico terrestre, cosa che permette loro di orientarsi durante le migrazioni. In compenso i motivi per cui si spostano, in qualche caso anche per 80.000 chilometri, sono identici ai nostri: cercano cibo abbondante, un clima più mite, un luogo adatto a nidificare».

Trebisonda
«Trebizond, o Trabzon, si trova sulla costa nord-orientale della Turchia. In tempi antichi il suo porto era un importante riferimento visivo per chi viaggiava via mare tra Europa e Asia, da qui l’espressione “perdere la trebisonda”, ossia perdere l’orientamento, andare alla deriva. In questo brano anche noi ci siamo persi. Pensavamo di approdare sulle sponde dell’Egeo e ci siamo trovati non so dove, tra Kingston e Belgrado.siamo trovati non so dove, tra Kingston e Belgrado».

Yalistan
«Nel 1923 Turchia e Grecia firmarono a Losanna un trattato che imponeva uno scambio di popolazione tra i due paesi basato sull’identità religiosa. 400.000 musulmani furono trasferiti dalla Grecia alla Turchia e più di 1.200.000 cristiani ortodossi dalla Turchia alla Grecia. La separazione religiosa e nazionalistica sopravvive ancora oggi, ma nelle arti e nella musica le due culture mostrano intricate radici comuni, basti solo ricordare che gli esuli provenienti dalla Turchia ebbero un ruolo fondamentale nell’affermazione del rebetiko e che molti strumenti musicali utilizzati nel folk di entrambi i paesi sono simili. Tentiamo di raccontare l’esilio con un brano diviso in due parti musicalmente e linguisticamente distinte, attraverso le parole di due poeti: il turco Nazim Hikmet e il greco Vassilis Vassilikos, che non furono direttamente coinvolti nello scambio di popolazione ma patirono ugualmente l’allontanamento dal loro paese per motivi politici».

Esuli
«Oggi le informazioni viaggiano veloci, e in pochi secondi possiamo essere collegati con l’altro capo del mondo, riceverne le immagini e i suoni. Le merci viaggiano veloci, prodotti di consumo di ogni genere, risorse energetiche passano di nazione in nazione, di continente in continente attraverso una rete di trasporti capillare. Anche le persone viaggiano veloci, più veloci di un tempo, ma soltanto quelle nate in una determinata parte del mondo. Altre vivono confinate in riserve, senza nessuna possibilità di fuggire, o di tornare. Per loro la libertà finisce a una frontiera e il viaggio ha un prezzo troppo alto. Sono esuli, profughi, rifugiati. Sono quelli che oggi sono esclusi dalla storia, e che domani la faranno».