Tu sei qui

David Byrne & St. Vincent

Due autori, due voci, ritmi moderni e tanti, tanti ottoni. "Love This Giant” è il frutto della collaborazione di una strana coppia nata a New York
Di Federico Scoppio
02 Ottobre 2012

David Byrne non riesce proprio a star seduto buono da una parte, è sempre impegnato tra una colonna sonora, un giro in bicicletta, una installazione e, ovviamente, la musica originale. Questa è la volta delle collaborazioni, non certo un ambito nuovo per Byrne. Da Brian Eno a Ryuichi Sakamoto, da Robert Fripp a Fatboy Slim e molti, molti altri, sono i musicisti con cui ha incrociato penne, pensieri, parole e note, fin dagli esordi dei suoi Talking Heads nel lontano 1975. Questa volta la “prescelta” è St. Vincent, vero nome Annie Clark, non certo una sconosciuta ma neanche un’icona, già presente su un disco di Byrne di qualche tempo fa. Cantante, autrice, chitarrista e un po’ di altro, questa trentenne dell’Oklahoma il cui nome d’arte è in onore del St. Vincent Hospital, dove morì Dylan Thomas, ha iniziato nella band di Sufjan Stevens e poi si è messa in proprio passando per qualche altra collaborazione.
Insieme hanno realizzato Love This Giant, pubblicato dalla 4AD l’11 settembre negli Stati Uniti, il giorno prima in Europa. Registrato in circa due anni in gran parte al Water Music Studio di Hoboken, New Jersey, l’album è una collaborazione nel più vero senso del termine: Byrne e St. Vincent hanno scritto insieme dieci delle dodici tracce del disco, e un’altra canzone ciascuno per conto proprio. Una scelta molto particolare, controcorrente. L’album si fonda sul suono di un’esplosiva brass band ed è alimentato dalle programmazioni di batteria di John Congleton, produttore degli ultimi due dischi di St. Vincent.
Byrne e Clark hanno dato il via, il 15 settembre a Minneapolis, a un tour di ventiquattro date che andrà avanti per tutto l’autunno.

Per quanto tempo avete lavorato insieme al disco?
David Byrne: «Almeno due anni, forse tre. Abbiamo entrambi trattato queste canzoni mentre eravamo alle prese con altri progetti, dischi e tour. Solo successivamente ci siamo resi conto che avevamo abbastanza materiale per fare un disco, in realtà anche qualcosa in più».
Quando vi siete incontrati e avete deciso di collaborare? Di chi è stata l’idea?
Annie Clark: «Ci siamo incontrati nel 2009 alla serata di beneficenza Dark Was The Night al Radio City Music Hall di New York. Ci siamo rivisti poco dopo per collaborare a una serata di musica originale, cinque o sei canzoni. Abbiamo cominciato a comporre a distanza, scambiandoci idee in Rete sulla struttura dei pezzi mentre ero in tour; divenne subito chiaro che avevamo raccolto più materiale di una sola serata di musica insieme...».
Avete collaborato scrivendo insieme dieci delle dodici canzoni, cantandone ognuno circa la metà (sei Byrne, cinque St. Vincent, una insieme). E le due composte da soli da dove vengono?
Byrne: «Una è intitolata Outside Of Space & Time [scritta e cantata da David Byrne], l’altra Ice Age [scritta e cantata da St. Vincent], ma non è stato intenzionale, è successo che queste due sono nate individualmente, per il resto del disco ci siamo suggeriti a vicenda gli arrangiamenti, le melodie. Le sfumature. È stato un processo molto collaborativo, a volte una parte è stata scritta da una persona e un’altra parte dall’altro. Il procedimento non è mai stato schematico, è cambiato quasi per ogni canzone».
L’intero lavoro è fortemente caratterizzato dal suono di una brass band ed è sostenuto dalle programmazioni di batteria di John Congleton, tutti strumenti reali. Niente artifici?
Byrne: «Sì, non ci sono strumenti virtuali, non è un ensemble esistente, ma abbiamo usato quasi la stessa strumentazione in ogni canzone».
Chi ha prodotto il disco?
Clark: «È una coproduzione di John Congleton e Pat Dillett, molto fidati. David sapeva perfettamente dove andare a finire».
Chi ha deciso di usare una band di ottoni?
Byrne: «È stata un’idea di Annie».
Clark: «Sì, è vero, l’ho suggerito io, penso sia un bene avere un concetto prima di iniziare un progetto. A David è piaciuta l’idea di avere un supporto, ingombrante ma non invadente».
Il suono del disco è stato definito «modern hook-laden rock». Cosa significa realmente, lo avete capito?
Byrne: «Credo sia un complimento per dire che è un disco che cattura l’attenzione, sebbene eviti una tradizionale formazione chitarra-basso-batteria in favore di eccentrici arrangiamenti di fiati. Si presenta come un rock contagioso e moderno, nonostante la strumentazione particolare, la scelta timbrica, che carica e cattura l’ascoltatore».
È differente dai vostri ultimi dischi solisti...
Byrne: «Sì, il suono è molto diverso. Eppure, nonostante abbiamo scritto delle cose molto nuove per entrambi, si possono sentire elementi del nostro stile individuale di scrittura. È come se ci fosse una terza persona, al di là di noi due, che non è né maschio né femmina, né alta né bassa. È il risultato che mi ero prefissato: sparire e riapparire continuamente nelle trovate di una terza identità».
David, apprezzi molto alcuni autori italiani come Fabrizio De André. Hai ascoltato altre cose?
Byrne: «De André è un gigante. Qualche anno fa mi appassionai a Franco Battiato che ascoltai casualmente in un festival in cui avrei dovuto suonare anch’io. Recentemente ho ascoltato il doppio cd di Vinicio Capossela, un autore che trovo davvero sorprendente, in particolare il disco sul mare e i marinai. Tra le altre proposte mi è capitato di ascoltare una giovane donna molto brava, Carmen Consoli, e ho recentemente scoperto delle vecchie canzoni molto interessanti che non conoscevo di Marisa Sannia».
A proposito della tua partecipazione al film di Sorrentino, ha un’opinione del cinema italiano? Hai lavorato anche con Bernardo Bertolucci...
Byrne: «Ho incontrato Sorrentino di recente, lui mi sorprende sempre. Quando mi chiese di partecipare al film rimasi un po’ perplesso. Avevo paura che un autore di nicchia, europeo, non avesse le possibilità di confrontarsi con il grande circo del cinema americano. Dopo aver letto la sceneggiatura, mi sono ricreduto. Mi chiese di interpretare David Byrne, io gli risposi: “Ma io sono David Byrne”; poi ho capito che avrei potuto cavarmela solo seguendo l’istinto e lasciandomi trascinare dall’interpretazione di Sean Penn. Per il resto non sono molto informato del cinema italiano, conosco la maggior parte dei film che proiettano qui a New York, proprio in un’occasione del genere avevo visto Il Divo e Le conseguenze dell’amore. Pochi giorni fa mi hanno presentato un attore che ha fatto forse venti film e io non l’avevo mai sentito nominare, ero un po’ imbarazzato, ancora adesso non ricordo il nome».
I Talking Heads sono solo un ricordo?
Byrne: «Sì, sarebbe noioso, perché dovremmo riavvolgere indietro il nastro dall’inizio? Abbiamo fatto dei dischi interessanti, che non suonavano come nessun altra band esistente al mondo, perché dovrei tornare indietro e ripetermi?».
Forse perché molte band degli anni ’70 e ’80 sono tornate insieme recentemente.
Byrne: «Non è una cosa che mi sorprende. Forse alcuni di loro hanno bisogno di soldi, li capisco, non hanno venduto molti dischi all’epoca e meritano di guadagnare i soldi e i fan che non hanno avuto prima. Ci sono anche casi di gruppi di successo, questi proprio non li capisco. Perché dovrebbero rifarlo ancora?».
Immagino che molti sarebbero felici di rivedere i Talking Heads perché erano troppo giovani quando avete fatto gli ultimi concerti. In ogni caso, voi due suonerete dei vecchi brani dei Talking Heads nel prossimo tour?
Byrne: «Sì, un paio, non faremo solo i brani del nuovo disco, ma anche un gruppo di canzoni che sospettiamo il pubblico possa riconoscere, con una band che include otto ottoni, un tastierista e un batterista».
Verrete anche in Europa?
Clark: «Lo speriamo, non abbiamo ancora programmato delle date, ma contiamo di venire...».
Perché il disco si intitola Love This Giant? Chi è questo gigante?
Byrne: «Penso che il gigante sia l’umanità, una creatura immensa, molto ecumenica, ama tutti e non sa odiare».
Avete deciso di far uscire il disco l’11 settembre per un motivo particolare?
Clark: «No, il disco doveva uscire il secondo martedì di settembre e purtroppo quest’anno capita l’11 settembre, ma non è necessariamente una commemorazione dell’attentato alle Twin Towers».
David, continui a usare la bicicletta a New York, lo fai anche quando vai in tour? Ci sono città italiane che hai girato in bicicletta?
Byrne: «Sì, sono venuto in ufficio in bicicletta questa mattina, fa molto caldo. Qualche settimana fa ero a Roma per incontrare Sorrentino e ho affittato una bicicletta. In Italia utilizzo la bici ovunque vado a parte Venezia. Al lido sì, in città sarebbe interessante [ride]».
Hai appoggiato Obama, che ne pensi di questi anni di gestione? Cosa potrebbe migliorare?
Byrne: «Mi ha deluso, l’ho già detto a molti tuoi colleghi. Non ho capito come mai abbia messo le banche nelle mani dei banchieri. L’economia e le banche hanno bisogno di essere regolamentate, altrimenti rischiano di andare peggio di come stanno andando ora. Strano che non l’abbia capito».