Tu sei qui

"Horizon", il nuovo album di Andrea Cervetto

Il chitarrista ci parla del suo nuovo lavoro “Horizon” (e poi di quando fu scelto personalmente da Brian May dei Queen per il musical “We Will Rock You”, dello spettacolo su Jimi Hendrix e della collaborazione con Jack Sonni)
di Leonardo Follieri
07 Aprile 2021
Nuovo album per Andrea Cervetto, chitarrista, cantante, corista, produttore e arrangiatore. Il lavoro si intitola Horizon ed è uscito su Videoradio di Beppe Aleo. Dieci sono i brani del disco, per la maggior parte strumentali, che sono stati realizzati dallo stesso Andrea Cervetto soprattutto insieme ad Alex Polifrone (batteria) e Paolo Polifrone (basso), ma anche con due ospiti come Francesco “Fry” Moneti (violino) e Dario Tanghetti (percussioni).
Andrea Cervetto fa parte ufficialmente della band Il Mito New Trolls dal 2005 e ha collaborato con Ronnie Jones, Alberto Radius, Bernardo Lanzetti, Phil Palmer e tanti altri.
Cervetto è stato inoltre protagonista con la sua chitarra nel musical We Will Rock You, per il quale è stato scelto personalmente da Brian May dei Queen, e in uno spettacolo teatrale dedicato a Jimi Hendrix. Il chitarrista sta collaborando inoltre con Jack Sonni (ex Dire Straits).
 
Horizon: un album che hai realizzato in questo periodo, "complice" il protrarsi dello stop dei concerti, giusto?
Sì, ho preso questa situazione come un’opportunità per realizzare un po’ di cose che avevo lì nel cassetto, “sfruttando” quindi questo periodo di inattività dei live.
Ringrazio Beppe Aleo di Videoradio che ha pubblicato quest’album, Horizon, un lavoro che ho dovuto portare a termine in maniera diversa dal solito.
È vero che oggi la tecnologia aiuta e si riesce a suonare anche a distanza, ma va da sé che ho dovuto realizzare l’album diversamente da come sono abituato: in genere mi trovo insieme agli altri musicisti per suonare perché siamo abituati a suonare insieme, mentre qui, viste le limitazioni degli spostamenti legate al Covid, abbiamo dovuto fare ognuno la sua parte nella propria “sede”, per poi mettere insieme le take.
Abbiamo fatto tutto con l’approccio analogico, come se si registrasse su nastro: una cosa che tengo a precisare infatti è che Horizon è un cd realizzato senza alcun intervento extra, cioè senza alcuna correzione da un punto di vista digitale; non è stato fatto nessun tipo di editing, per cui ogni parte è stata suonata ed è stata tenuta così com’è.
 
Due brani con titolo in italiano (Uno di questi giorni e Un amore da vivere) che sono anche gli unici due brani cantati, posti a inizio e fine album. Era un modo per “aprire e chiudere il cerchio”?
L’intenzione era proprio quella e anche la scelta dei brani in contrapposizione dal punto di vista delle parole era voluta: Uno di questi giorni è un’incazzatura verso una situazione sentimentale, Un amore da vivere invece è una celebrazione di un momento del genere; sono proprio due facce della stessa medaglia per “aprire e chiudere il cerchio”, chiamiamolo così.
 
Uno di questi giorni è accompagnato da un video “simile” a quello famoso di Subterranean Homesick Blues di Bob Dylan che era in Dont Look Back, documentario diretto da D. A. Pennebaker.
Certo, l’ispirazione mi è venuta da lì. Il video poi è stato realizzato in questo modo per le limitazioni di cui parlavo prima e che ci sono da un anno a questa parte. Non potendo andare in specifiche location per girare e non potendo essere più persone insieme, si è deciso di optare per questo tipo di video. Non volevamo nemmeno fare il solito video con me e gli altri intenti a suonare e allora abbiamo cercato di ingegnarci e di fare il possibile coi mezzi consentiti.
 
 

 
Ci sono anche alcuni ospiti nell’album come Francesco “Fry” Moneti al violino e Dario Tanghetti alle percussioni.
Sì, Francesco è un mio amico ed è bravissimo. Qualsiasi cosa abbia le corde la suona (ride, ndr) e mi è venuta l’idea di fare con lui questo brano per le atmosfere vagamente irlandesi, ma suonate in maniera più aggressiva rispetto alla musica irlandese, perché c’è giusto la melodia; diciamo che l’approccio è abbastanza energico e rock e infatti il titolo è Irish Storm per dare appunto l’idea dell’aggressività del modo di eseguire il brano. Per questo ho voluto coinvolgere Francesco col violino che è il suo pane. Abbiamo poi in mente di fare insieme altre cose, ma al momento siamo riusciti a organizzarci solo per questo brano.
Dario Tanghetti è alle percussioni in Un amore da vivere e lui è stratosferico, un ragazzo fantastico. Poi è un bravo turnista, ha fatto un sacco di tour, lavora spesso anche in tv, è veramente un talento pazzesco. Le percussioni sono tra gli strumenti più difficili da suonare e da collocare in un brano, ma devo dire che lui è straordinario. L’idea dell’ultimo brano era quella di tenerlo molto scarno: chitarra acustica, basso e percussioni... e lui ci sta perfettamente.
 
Tra le tue tante esperienze sei stato scelto personalmente da Brian May per il musical We Will Rock You. Ti va di raccontarci com’è andata?
Beh, quella è stata una delle esperienze più emozionanti di tutta la mia vita.
Facciamo queste audizioni per batteristi e chitarristi per il musical, arriviamo in fondo e scopriamo che ci sono i Queen e chiaramente Roger Taylor selezionava i batteristi, Brian May i chitarristi.
Poi pensavi: “Siamo al Teatro Della Luna, loro saranno giù in platea, noi sul palco, chi li vede?”... e invece erano seduti sul palco con noi che nel frattempo dovevamo suonare i loro pezzi (ride, ndr)! Ora è vero che sono abituato alla pressione del live, la so gestire... ma un conto è il live, un conto è suonare i brani dei Queen davanti ai Queen!
Per fartela breve, suoniamo i brani che erano stati richiesti e alla fine Brian May chiede una cosa che non era in programma dicendo: “Chi se la sente di suonare l’assolo di Bohemian Rhapsody?”; io in quel momento nemmeno mi ricordavo che c’era un assolo in Bohemian Rhapsody e allora mi giro verso un ragazzo che era lì chiedendogli come faceva, me lo ha canticchiato e allora me lo sono ricordato. Eravamo rimasti in quindici chitarristi e ho detto: “Ragazzi, fatemi uscire per ultimo, così almeno me lo ripasso un attimo, perché non me lo ricordo”... e quindi succede che esco per ultimo, suono, Brian May si alza dalla sedia, mi abbraccia (ai tempi ci si poteva ancora abbracciare) e dice “you are a great player!”... e per me ovviamente poteva finire anche lì! Poi invece mi ha scelto e quindi ci siamo visti, è venuto a stare qui un paio di giorni, abbiamo suonato insieme...
Adesso ogni tanto ci sentiamo e quindi è nato anche un bel rapporto al di là di questa esperienza...
Io tra l’altro nel mio cd precedente avevo riarrangiato una canzone dei Queen, Too Much Love Will Kill You, brano che ho completamente stravolto e che è diventato un blues... poi l’ho mandato a Brian May, lui l’ha ascoltato e mi ha risposto scrivendomi una serie di cose sull’arrangiamento e ha detto che gli sarebbe piaciuto che le mettessi nel libretto del cd e così ho fatto. È stato un bel regalo anche quello perché è una cosa che lascia il segno e non capita tutti i giorni, insomma.
 
Discorso diverso invece per lo spettacolo su Jimi Hendrix con Giancarlo Berardi.
Sì, quello è proprio un progetto con uno studio dietro quasi maniacale, perché abbiamo fatto una ricerca pazzesca sull’uomo Jimi Hendrix più che sul musicista. È uno spettacolo in cui ci sono sei interventi parlati di Giancarlo, che è anche regista oltre che coautore con me dello spettacolo, dove viene fuori l’uomo Jimi Hendrix, anche se poi ovviamente durante la rappresentazione ci sono ben 17 suoi pezzi. Sul palco con noi c’è anche un pittore, Franco Ori, che è bravissimo, straordinario, e dipinge un quadro enorme di Jimi Hendrix partendo dalla tela bianca. Quindi si hanno proprio tre forme d’arte tutte insieme – la narrativa, la musica e la pittura – che si fondono insieme per dare vita a uno spettacolo che, oserei dire, è quasi come vedere un film, tutto messo in ordine chiaramente cronologico, sia i brani che le parti di testo, e questi interventi narrativi sono incastrati al millesimo di secondo. C’è tutto un equilibrio che è stato faticoso mettere in piedi, ma ce l’abbiamo fatta a fare una cosa veramente bella o che almeno a noi piace veramente tantissimo, anche grazie ai produttori della We4Show, Riccardo Locatelli e Fabiana Palama.
 
Hai altri progetti in ballo dopo Horizon?
Attualmente sto collaborando con Jack Sonni, chitarrista dei Dire Straits dall’85 al ’90, e stiamo scrivendo delle cose insieme. Abbiamo già raccolto tutto il materiale e dovevamo incontrarci per cominciare le registrazioni, ma è scoppiato questo disastro del Covid e quindi ci siamo fermati. Stiamo continuando ad andare avanti un po’ a distanza, ma è complicato, soprattutto trattandosi di un disco di rock ‘n’ roll, perché il disco rock ‘n’ roll va suonato per sua natura, per cui così non funziona: bisogna catturare il momento, l’insieme delle persone che suonano, e quindi aspettiamo che siano consentiti gli spostamenti e valutiamo se andare io negli Stati Uniti o venire lui qua.
Sto mettendo insieme anche il materiale per il mio prossimo cd, perché di materiale ne ho tanto e quindi c’è sicuramente l’idea di farne un altro... e poi produzioni di gruppi, altre cose...
Facendo questo tipo di mestiere da più punti di vista si riesce a tenere botta... anche se mancano i concerti, questo sì.