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Il ritorno dei Calibro 35 con "Decade" – Intervista a Massimo Martellotta

I Calibro 35 hanno pubblicato un nuovo album e sono già in tour. Noi ne abbiamo parlato con il chitarrista
di Leonardo Follieri
02 Febbraio 2018
I Calibro 35 tornano oggi con Decade. L’album, pubblicato per Record Kicks, arriva a dieci anni dalla nascita di questo collettivo che tutte le volte si evolve in un qualcosa di originale e diverso, ma pur sempre riconoscibile. Il gruppo, il cui nucleo originario è formato sempre da Massimo Martellotta, Enrico Gabrielli, Fabio Rondanini, Luca Cavina e Tommaso Colliva, è anche in tour da ieri con la prima data già archiviata al Supersonic di Foligno (PG). Gli altri concerti in programma sono indicati all’interno del sito ufficiale dei Calibro 35.
Per saperne di più di Decade, del tour, di questi dieci anni e di molto altro ancora, abbiamo scambiato quattro chiacchiere al telefono col chitarrista Massimo Martellotta.
 
Dieci anni di Calibro 35 e un nuovo album. Che lavoro è Decade?
È una sorta di capsula del tempo sui primi dieci anni di produzione dei Calibro 35. Avevamo voglia di provare a fare il punto su quello che avevamo costruito sia musicalmente sia dal punto di vista progettuale con quello che avevamo tirato su e ci siamo un po’ divertiti ad allargare l’ensemble per esplorare dei territori che non avevamo ancora battuto profondamente.
 
E allora, a proposito, com’è nata la collaborazione con gli Esecutori di Metallo su Carta?
Mah, guarda, noi siamo sempre partiti da un punto di vista musicale: abbiamo già usato fiati e archi nei dischi precedenti, però non lo avevamo mai fatto in maniera così strutturale, cioè sapendo dall’inizio che non dovevano essere semplici sovraincisioni, ma parti integranti di ciò che abbiamo registrato in quel preciso momento. Quella degli Esecutori è stata una delle scelte più semplici: sono tutti musicisti che orbitano intorno alla nostra stretta area di conoscenze e soprattutto stimiamo il lavoro che fanno.
 
Anche dal vivo vi organizzerete con più musicisti sul palco insieme a voi?
Dal vivo abbiamo sempre fatto alcune “riduzioni” e quindi per esempio nel primo disco c’erano i grandi brani dei compositori scritti per orchestra che erano stati “tradotti” per un quartetto. In questo caso ci portiamo comunque due ospiti e cioè Sebastiano De Gennaro al vibrafono e alle percussioni varie e poi Beppe Scardino al sax baritono.
Nel live c’è molto del disco nuovo e, dopo aver fatto dischi e colonne sonore, ormai abbiamo tanto materiale e quindi dobbiamo selezionare anche cose magari che non facevamo da un po’ di tempo e vedere come vengono con questo ensemble.
 
Come avete fatto ad evolvervi in questi anni sempre con un occhio di riguardo alla strumentazione vintage che si aggiunge al vostro sound e magari guardando anche alle avanguardie architettoniche degli anni ’70? Dal punto di vista musicale qui affrontate il discorso in brani come SuperStudio e ArchiZoom.
È sempre difficile rispondere a una domanda del tipo “cos’è moderno?”
Tutto questo per noi è frutto del tempo. Abbiamo sperimentato molto e abbiamo acquisito tanta conoscenza per pura curiosità, ma anche in maniera molto approfondita e questo ci ha permesso di maneggiare molti stili sonori ma anche concettuali. Come al solito è una scusa per incasellare un certo tipo di immaginario con scelte di scrittura e con “pippe artistiche” (ride, ndr), ma i dischi sono fatti anche di questo.
C’è un tavolo famoso disegnato da Zanotta, Quaderna, fatto con tanti quadrati, uno sopra all’altro: molti pezzi di questo nuovo album mi ricordano quel tavolo.
È tra virgolette una scusa per porre l’attenzione su alcune icone di stile che per gli italiani sono considerate dei classici. Tutti siamo un po’ curiosi, ma nessuno è fanatico del periodo. Per forza di cose il materiale che curiamo è citazionista, ma il fatto che non ne siamo completamente schiavi ci permette di avere quel tocco un po’ dissacrante che rende l’operazione moderna.
Sul concetto di moderno potremmo parlarne fino a dopodomani!
 
Parliamo di un altro aspetto che riguarda la vostra musica e cioè le colonne sonore. Scrivere colonne sonore era il principale obiettivo che volevate raggiungere in questi dieci anni, visto che la vostra musica è da sempre associata a quel mondo?
No, l’obiettivo è sempre di tipo musicale.
Partiamo sempre da un confronto: siamo musicisti che si stimano tra loro e ognuno di noi è competente nei vari ambiti ma senza esagerare e in modo da farsi contaminare dagli altri. Questa cosa ci ha sempre permesso di spaziare e di avere un po’ l’imbarazzo della scelta su cosa fare ogni volta per il prossimo disco. Quando facemmo il primo album, ci proposero di scrivere una colonna sonora già la settimana dopo che uscì e le colonne sonore piacciono a tutti come immaginario. Ognuno di noi poi le ha scritte anche separatamente e ovviamente abbiamo fatto anche musica di commento in generale tipo le sonorizzazioni.
Tutto fa parte del nostro DNA, anche se in noi c’è principalmente la musica strumentale che poi tante volte diventa anche funzionale ad altro e non ha solo scopi artistici.
 
Le colonne sonore dalle quali siete partiti, come per esempio quelle di Ennio Morricone, sono molto conosciute e importanti anche all’estero.
Come vengono percepiti i Calibro 35 fuori dall’Italia dopo dieci anni?
Non lo so. Negli ultimi anni abbiamo suonato soprattutto in Europa e mi sembra che i Calibro 35 vengano percepiti molto bene. Soprattutto in Francia o in Spagna vengono vissuti sempre come quelli che “fanno veramente quelle cose”: l’italian style, per quanto noi non ce ne rendiamo conto, è un’icona all’estero e ad esempio il funk-prog è ancora fortissimo. Spesso all’estero ci capita di trovare persone che collezionano un certo tipo di musica molto più di noi e che ne sanno molto più di noi.
Poi il fatto di essere stati campionati all’estero da Jay-Z e Dr. Dre, come ci è capitato, fa parte dell’andare in giro all’estero e della credibilità acquisita suonando.
E comunque andare in giro all’estero è bello, ma è molto più difficile, non perché siamo italiani, ma proprio perché girare fuori è molto più difficile che in Italia... in Italia da questo punto di vista è una pacchia!
 
Come Calibro 35 avete collaborato anche al nuovo album solista di Nic Cester, Sugar Rush. Com’è andata?
Conosciamo Nic Cester perché lui abita a Como e abbiamo alcuni amici in comune. Per la verità ci conosciamo da tanti anni, da quando condividemmo lo stesso palco con i Jet a Parco Sempione per il Milano Film Festival (18 settembre 2009, ndr) e in quell’occasione ci conoscemmo un po’ meglio. Tempo fa Jim Abbiss, produttore del suo disco, ci ha chiesto di suonare con lui. Il lavoro suonava già molto bene e quello che senti nel disco è una versione in bella copia dell’ottimo lavoro che già era stato fatto. Il produttore ha avuto l’intelligenza di usare bene i musicisti che ha avuto a disposizione e noi siamo stati molto a nostro agio.
 
Altri progetti ai quali ti stai dedicando oltre ai Calibro 35 o ai quali ti dedicherai dopo le date con il gruppo?
Tutti noi facciamo costantemente altre cose. Io ultimamente sto facendo un paio di colonne sonore e pian piano ho deciso di aprire le porte del mio laboratorio per pubblicare anche dei dischi a mio nome... e, quando sarà il momento, ne parlerò.