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Le storie di presunta normalità di Adriano Tarullo

Intervista ad Adriano Tarullo, "un chitarrista che canta" (e in anteprima il nuovo video "Bastarda malattia")
di Donato Zoppo
01 Marzo 2018
Il blues, il rock, il dialetto, la canzone. Un “chitarrista che canta” e che arriva dall'Abruzzo a raccontare storie di umanità. Anzi, “di presunta normalità”. Storie di presunta normalità è il quinto album di Adriano Tarullo, uno di quei cantautori – per quanto il termine possa prestarsi a vari distinguo – che si può apprezzare per la varietà delle influenze e la centralità chitarristica. In occasione del nuovissimo video di Bastarda Malattia, che presentiamo in anteprima, facciamo una bella chiacchierata con il chitarrista. Che canta.
 
Si fa presto a dire “canzone d’autore”, ma quando entrano in gioco elementi come il blues e il dialetto, ci si può ritrovare disorientati. Eppure Storie di presunta normalità si distacca da quanto hai realizzato in precedenza, privilegiando l’italiano e una scrittura meno “americana”. Un nuovo punto di partenza?
Può darsi che in futuro faccia solo musica strumentale! Non amo racchiudere in delle categorie quello che mi sento di fare. Ė vero che questo ultimo album, Storie di presunta normalità, si distacca da quelli precedenti ma sono convinto che si possa fare una “canzone d’autore” anche suonando un blues dialettale. Poi quanto ci si riesca è tutto da vedere! Anche Fabrizio De André ha scritto dei blues o ha cantato in dialetto. Purtroppo siamo ancorati a degli schemi, nei quali un certo genere di canzone debba avere determinate caratteristiche estetiche. Comunque l’importante per me non è scrivere una canzone che venga definita d’autore ma proporre qualcosa che possa soddisfare il mio gusto personale, sia in termini di scrittura del testo o dell’arrangiamento musicale.
 
Facciamo un passo indietro per capire meglio lo spirito di questo tuo quinto album. Che differenze – nella composizione, negli argomenti trattati, nel linguaggio – rispetto ai precedenti?
Quest’album non è sporco nei suoni, non ha sonorità roots come il precedente, anzi, ha degli arrangiamenti più ammiccanti, più orecchiabili ma solo in apparenza perché la polvere la puoi trovare nelle storie che racconto. Ho cercato di creare questo contrasto per avvicinare l’ascoltatore il più facilmente possibile a temi non proprio superficiali come il dolore il quale viene spesso allontanato dalle selezioni musicali maggiormente in commercio. Anche la scelta del linguaggio, il totale passaggio alla lingua italiana, mi può essere d’aiuto per arrivare a un numero maggiore di ascoltatori.
 
A proposito di composizione, tu sei un chitarrista – approfondiremo più avanti alcune cose a riguardo: da un punto di vista strettamente chitarristico, strumentale insomma, come si caratterizza Storie di presunta normalità?
Le canzoni sono nate principalmente dalla chitarra acustica, anche prendendo spunto da un riff. L’intenzione è stata quella di creare canzoni che si potessero reggere anche solo con chitarra e voce, in maniera tale da poterle proporre da solo anche dal vivo. L’importante è stato l’aver creato degli arrangiamenti per chitarra che non si limitassero a un accompagnamento con semplici accordi. Come dovrebbe essere nell’intenzione di un chitarrista fingerpicking, nell’accompagnamento ho cercato di includere la linea di basso, un tema iniziale, un’armonizzazione più complessa, escludendo la linea melodica che viene eseguita dalla mia voce. In studio tutto questo però è stato strutturato in maniera diversa: siamo partiti dall’arrangiamento della chitarra per creare con altri strumenti lo stesso componimento.
 
“Chitarrista che canta”, la definizione che ti sei dato, è interessante e solleva alcune curiosità. La prima è: dopo anni di lavoro, di scrittura e concerti, non ti senti anche un po’ cantante “con chitarra”?
Sicuramente lo sono ma, mentre puoi trovarmi su qualche palco a suonare senza cantare, difficilmente avviene il contrario. Come disse un amico: "Senza un'armonica in tasca mi sento nudo!". Ecco, posso dire lo stesso se sono su un palco senza una chitarra in mano. L’appagamento che mi restituisce una chitarra non è lo stesso di quando canto.
 
La canzone di Adriano Tarullo nasce quindi dalla chitarra e approda alle parole, un po’ come accadeva per Lucio Battisti, oppure la genesi risponde ad altre dinamiche?
Sicuramente per la maggior parte delle volte. Però è capitato che tutto può nascere da una linea melodica che sbuca nella testa come è accaduto per il brano Ingenua libertà. Stavo improvvisando una melodia in una piazza e un mio amico l’ha registrata con il cellulare. Dopo un po’ di tempo (dopo che l’avevo rimossa!) me l’ha inviata e solo dopo ho costruito il giro armonico con la chitarra. In alcuni casi, rari, scrivo prima il testo ma il metodo principale rimane quello alla Battisti!
 
Quali sono i chitarristi che ti hanno influenzato di più e quali quelli delle nuove e più recenti generazioni che ascolti e vuoi segnalarci?
Quando ho iniziato a suonare mi piaceva molto Joe Satriani. Era il periodo in cui andavano forte i guitar hero e ascoltavo principalmente rock. I riff di Jimmy Page erano e rimangono straordinari. Piano piano, o chitarra chitarra se preferisci, rimanevo ammaliato dal blues di Eric Clapton, S.R.Vaughan. Poi ho avuto un insegnante jazz e da quel momento ho cambiato attitudine: incominciavo ad ascoltare Pat Metheny o Al Di Meola. Insomma, ascoltare la grammatica musicale è essenziale. Se devo dire di preciso chi mi ha influenzato non lo so. Se devo dirti un nome che mi entusiasma è Robben Ford, un meraviglioso chitarrista che canta. Già, perché all’estero i chitarristi che cantano contano molto di più. Se invece devo farti un nome di un chitarrista acustico e cantautore che mi ha impressionato ti dico Kelly Joe Phelps.
 
Torniamo al disco. Una cosa che mi ha colpito è la tua capacità di raccontare storie, partendo da persone e sviluppando immagini, stati d’animo, riflessioni individuali ma inevitabilmente collettive e sociali. Sei un buon osservatore!
A mio parere un cantautore deve essere empatico, deve riuscire a vedere una storia non solo con due occhi. Il miglior modo è riconoscere il proprio universo nelle storie degli altri. Quello che cerco di fare è di partire da una storia particolare per poter affrontare una tematica di rilevanza sociale che, se affrontata direttamente, potrebbe risultare poco attraente se non banale.
 
Al di là del dialetto, quanto è importante come fonte di ispirazione la tua terra, l’Abruzzo?
Io vivo in Abruzzo e quindi racconto quello che vedo quotidianamente. Quello che mi attrae sono i meccanismi sociali, soprattutto le loro storture. Potrei tranquillamente vivere in altro luogo e raccontare le stesse cose. Di sicuro risento del carattere degli abruzzesi e soprattutto delle bellezze naturali che conciliano con l’incanto che può donarti la musica.
 
Parlare di Abruzzo e musica, nel caso di un “chitarrista che canta”, significa scomodare un maestro come il grande Ivan Graziani. Quanto c’è di Ivan nella tua canzone?
Abbiamo due modi di cantare molto diversi e forse due caratteri anche molto diversi. A me piace molto il suo repertorio degli anni ’70 e primi anni ’80, in cui emerge il suo essere chitarrista. Anche il fatto di non essersi omologato, anzi di essersi imposto come cantautore rock, quando il rock né allora, né oggi ha attecchito in Italia. Infatti di lui si ricordano principalmente le ballate (Agnese, Lugano Addio, Firenze). Sì, il tratto comune è il fatto di essere dei chitarristi che cantano ma non solo, anche il legame con la propria terra: anche Graziani incise un brano in dialetto nel ’77. Un’altra peculiarità potrebbe essere il fatto di proporre storie torbide di provincia. Ma in tutto questo non so quanto lui sarebbe stato d’accordo!
 
Ho la sensazione che Ivan – come Sergio Endrigo, come Piero Ciampi – nonostante il successo e l’influenza, non sia ancora preso in grande considerazione dai “piani alti” della musica italiana. Tu cosa ne pensi?
Nei piani alti della musica italiana non credo si abbia l’intento di dare rilevanza alla bravura nella scrittura letteraria o musicale. Oggi quello che conta maggiormente è piacere alla maggior parte della gente, è ottenere il consenso popolare a discapito della qualità. Della canzone rimane solo un discorso commerciale. Riscoprire vecchi cantautori è un cruccio di chi è veramente interessato, di chi ha passione. Sempre di meno, mi pare di capire.
 
Veniamo a te, all’oggi, al nuovo video di Bastarda malattia: quanto è rappresentativo questo pezzo? Chi non ti conosce ancora potrebbe partire da qui?
Io mi sento di avere una pluralità di anime musicali e spesso è difficile per me racchiudere in un album una serie di canzoni che abbiano uno stesso stile. Quindi si potrebbe partire da qui, ma si potrebbero trovare delle varianti evidenti nel corso degli ascolti degli altri brani. Sicuramente è una canzone che racchiude fortemente quello che ho vissuto negli ultimi tempi. Sono stato a stretto contatto con la malattia di mio padre vittima dell’Alzheimer. Ė un processo che ti porta a considerare la propria vita in altro modo. Prendersi cura di qualcuno non è soltanto un atto responsabile ma lo è anche di coscienza, nel quale riesci a comprendere il senso di una vita. Stai rinunciando a qualcosa di te per qualcuno ma il sacrificio diventa dono per l’altro e, ugualmente, per te stesso. Mio padre aveva completamente perso il senno, per lui non ero suo figlio, ma delle volte mi riconosceva e sorrideva con una felicità che non era quotidiana. Questo dava un senso a tutto e non c’era una ragione apparente che giustificasse quello che stavo vivendo. Nella vita è importante prendersi cura della propria anima, non è un caso che abbia iniziato la canzone con un riff blues.