Tu sei qui

Una "macchina del tempo" a Milano: è Revolution

Inaugurata alla Fabbrica del Vapore di Milano la mostra "Revolution – Musica e ribelli 1966-1970, dai Beatles a Woodstock"
di Luigi Maffei
02 Dicembre 2017
Un vero e proprio tuffo nel passato alla Fabbrica del Vapore di Milano. Dal 2 dicembre 2017 al 4 aprile 2018 sarà aperta la mostra Revolution – Musica e ribelli 1966-1970, dai Beatles a Woodstock (biglietto intero 16 euro, ridotti a 14 e 10 euro; catalogo edito da Skira).
 
Un allestimento che racconta il breve e irripetibile arco temporale che ha rivoluzionato le vite di milioni di persone, creando stili di vita che hanno plasmato i comportamenti di ognuno di noi. Quei quattro anni vengono raccontati nell’esposizione curata da Victoria Broackes e Geoffrey Marsh del Victoria and Albert Museum insieme al critico musicale Alberto Tonti, alla giornalista e storica della moda Clara Tosi Pamphili e al promoter che per primo portò i Pink Floyd in Italia Fran Tomasi. Un viaggio fatto di atmosfere, oggetti, memorabilia, arte e grafica che ripercorre un’epoca senza precedenti. Sensazioni visive, sonore e tattili unite da un filo rosso, la rivoluzione. E se i Beatles, nati sulla scia della ribellione rock 'n' roll, nel 1968 cantavano «dici che vuoi una rivoluzione? Beh sai, tutti noi vogliamo cambiare il mondo», la chitarra incendiata di Jimi Hendrix a Monterey ne fece un totem. Se Carnaby Street a Londra divenne il centro di gravità per migliaia di giovani che vestivano alla moda, Mary Quant con la sua minigonna ne realizzò un simbolo forte. «I giovani dell’epoca volevano rimanere bambini e selvaggi – spiega Clara Tosi Pamphili – con i loro corpi liberi da qualsiasi costrizione».
 
I giovani, dunque, contro tutto ciò che rappresentava il vecchio, sognando la pace nel periodo della guerra in Vietnam.
Alla Fabbrica del Vapore Londra e San Francisco si incontrano, l’UFO Club che accoglieva i vagiti sperimentali del Pink Floyd e l’Avalon Ballroom con i viaggi lisergici dei Grateful Dead. Eventi splendidamente immortalati nelle storiche locandine dei locali. Molte delle quali fatte pervenire da un donatore che, come ricorda Tonti, ha preferito rimanere anonimo. I manifesti dei concerti e le copertine dei dischi (tutte originali) tappezzano le sale e i corridoi del padiglione. Ma non c’è solo la British Invasion e la San Francisco colorata a caratterizzare l’evento. C’è anche molta Italia. Una piccola, ma significativa stanza è dedicata a un film italiano che ha immortalato perfettamente il periodo londinese, Blow Up di Michelangelo Antonioni. Le scene ambientate nello studio del fotografo protagonista, poi, sono state girate nell’ufficio di John Cowan, uno dei reporter più famosi della Swinging London. Non mancano inoltre gli abiti firmati da Missoni e Fiorucci, stilisti che in quegli anni hanno catturato l’essenza del momento. Le locandine dei concerti “alternativi”, come quelli organizzati da “Cinema nuovo”, con Mario Schiano, Stormy Six, Claudio Lolli e Gualtiero Bertelli, tra gli altri, in cartellone. Le foto di Jimi Hendrix al Piper di Milano nel 1968, davanti a una folla entusiasta. Le prime pagine dei quotidiani nostrani dell’epoca, con i titoli di apertura sullo sbarco lunare, i primi scontri universitari... Anche a livello politico, infatti, la rivoluzione arriva in Italia, come ricorda Fran Tomasi: «Nel 1966 a Trento viene occupata la prima università italiana. Sarà l’inizio di una lunga serie di occupazioni. A differenza di altri Paesi, la protesta in Italia dura per più di dieci anni. Un movimento che non riguarda solo i giovani, ma diventa di massa, coinvolgendo operai e altri strati della società».
 
Immancabili gli strumenti di band che hanno lasciato un segno indelebile come Rolling Stones, Beatles e Who. Appena si entra nella sala dedicata, colpisce subito la batteria a doppia cassa di Keith Moon. Poi, le chitarre distrutte, status symbol del rock selvaggio: quella di Pete Townshend e di Jimi Hendrix. E chi vuol rituffarsi nell’atmosfera di Woodstock sarà accontentato: una sala proietta per mezz’ora le scene più significative del festival del 1969, con i visitatori che possono accomodarsi su poltrone sacco. Insomma, sembra di essere entrati in una macchina del tempo o, come spiega Alberto Tonti «su un ottovolante. Un giro emozionante in cui si rimane storditi dai colori, dai suoni, dalle immagini. Si è catapultati in un caleidoscopio unico e irripetibile, alla scoperta di anni che hanno lasciato un segno profondo nella storia del secolo scorso».
Una mostra da non perdere. Un tuffo nel passato per chi ha vissuto quegli anni e un’occasione importante per chi ne ha sentito parlare e vuole vedere con occhi diversi un’epoca irripetibile.