Tu sei qui

The Dream Syndicate

The Universe Inside
Anti-
Nuovo album per Steve Wynn e soci nato da una lunga jam in studio
di Leonardo Follieri
14 Maggio 2020
(Foto di Tammy Shine)
 
Fine della storia nel 1989 quando erano tra i principali esponenti di quella scena che mirava a riscoprire e a rileggere il sound psichedelico californiano e che era meglio conosciuta col nome di Paisley Underground.
Poi la reunion a partire dal 2012, ma soltanto per i live e in occasione dei trent’anni dall’uscita del loro storico album The Days Of Wine And Roses.
Nel 2017 arriva il primo nuovo lavoro dopo tanto tempo, How Did I Find Myself Here?, e nel 2019 pubblicano un altro album di inediti, These Times.
In queste singole tappe dei Dream Syndicate, però, c’è di più. Già con i due album del nuovo corso avevano dimostrato infatti di non voler rimanere ancorati al loro passato e magari di voler sviluppare una parte più specifica della loro musica, continuando a sperimentare.
E sperimentare è proprio la parola chiave alla base di The Universe Inside, terzo album in tre anni per Steve Wynn e soci, frutto di una lunga jam in studio: ottanta minuti in cui il gruppo ha suonato senza mai fermarsi e dai quali sono stati tirati fuori cinque brani per un totale di circa un’ora.
 
L’attuale formazione dei Dream Syndicate è ormai in piedi da quando ha avuto luogo la reunion e quindi vede insieme Steve Wynn (voce e chitarre), Mark Walton (basso), Dennis Duck (batteria) e i “nuovi” Jason Victor (chitarre) e Chris Cacavas (tastiere), quest’ultimo già collaboratore e amico di vecchia data della band dai tempi di un altro gruppo del Paisley Underground, i Green On Red. Legato alla stessa scena è poi uno degli ospiti di The Universe Inside, Stephen McCarthy dei Long Ryders, che ha fornito il suo prezioso apporto al lavoro soprattutto con il sitar. A completare il lungo momento trascorso a suonare senza pause si sono aggiunti inoltre in maniera determinante Marcus Tenney al sax e alla tromba e Johnny Hott alle percussioni.
II lavoro non è sempre di facile ascolto, ma rimane pur sempre affascinante, come nei venti minuti della prima traccia, The Regulator, che è anche la più lunga dell’album. Per The Longing, brano più breve di The Universe Inside che raggiunge comunque quasi gli otto minuti, vale il discorso opposto perché in generale ha un impatto più immediato. Dalla tranquilla Apropos Of Nothing si passa alla più frenetica Dusting Off The Rust e si arriva infine alla conclusiva The Slowest Rendition in cui emerge soprattutto un interessante dialogo tra voce e sax.
 
Se da una parte i Dream Syndicate hanno imboccato nelle intenzioni una strada senza una meta precisa, dall’altra hanno raggiunto un traguardo in maniera originale anche grazie a Steve Wynn, un artista che dopo lo scioglimento del gruppo ha proseguito con una sua carriera solista con tanti album all’attivo e che ha affermato di aver ottenuto il risultato finale dell’album in un modo simile a quello di Teo Macero nella produzione di Bitches Brew di Miles Davis, cercando cioè di assemblare il meglio dalla lunga jam.
Se il gruppo non si è riunito per il semplice gusto di ritrovarsi insieme su un palco già nel 2012, figuriamoci adesso, dopo la pubblicazione di un album come The Universe Inside.
Buon ascolto.