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Manic Street Preachers

Resistance Is Futile
Columbia
La band gallese ritorna in maniera decisamente energica nel tredicesimo album, rendendo omaggio a diversi personaggi del mondo della cultura.
di Francesco Taranto
16 Aprile 2018
Il tredicesimo album dei Manic Street Preachers ha avuto una gestazione piuttosto lunga e difficile; arriva a quattro anni di distanza dall’ultimo Futurology (che abbiamo recensito qui), che esplorava territori vicini al krautrock e l’anno scorso il bassista Nicky Wire aveva espresso dubbi sull’uscita di un nuovo disco.
L’ispirazione è invece arrivata e deriva, come spesso è accaduto alla band gallese, dallo studio di personaggi del mondo dell’arte e della cultura. In passato hanno scritto canzoni su presidenti di stato, artisti astratti, attivisti per i diritti civili, leader delle suffragette e fotografi vincitori di Premi Pulitzer, mentre negli ultimi anni il gruppo si era dedicato più all’introspezione, a partire da Rewind The Film del 2013 e passando per i tour celebrativi dei vent’anni di The Holy Bible e Everything Must Go.
 
Nel nuovo disco Resistance Is Futile i Manics tornano a cantare di figure culturali spesso dimenticate o poco conosciute, tra cui l’artista francese Yves Klein, la fotografa americana Vivian Maier, il poeta Dylan Thomas e sua moglie Caitlin. Anche dal punto di vista musicale il gruppo ritorna al proprio classico stile, come evidenzia subito l’apertura di People Give In, con un arrangiamento pomposo di archi che ricorda la vecchia A Design For Life. International Blue arriva subito dopo e ci riporta ai riff potenti dei primissimi album, uniti però da una nuova influenza americana (tra Springsteen e i War On Drugs). Il nuovo album vede anche il ritorno di grandi inni con ritornelli memorabili, come il secondo singolo Distant Colours, sempre in bilico tra chitarre roboanti e potenti archi.
Vivian, oltre ad esplorare la vita di una fotografa di strada di Chicago, torna ad alcune atmosfere pop di This Is My Truth Tell Me Yours (del 1998) e vede la collaborazione ai cori della cantante gallese The Anchoress. La sua voce è protagonista anche di un bellissimo duetto con James Dean Bradfield nella successiva Dylan & Caitlin, tra i brani migliori del disco. Liverpool Revisited rende omaggio alle famiglie delle vittime della tragedia di Hillsborough, quando novantasei persone morirono prima di una partita di calcio, tema che avevano già affrontato nell’invettiva di South Yorkshire Mass Murderer del 1998.
 
La seconda metà del disco affronta spesso la tematica della memoria, opposta all’intelligenza digitale del presente, a partire da Sequels of Forgotten Wars che critica lo “schermo blu per una folla tribale”. Nella delicata Hold Me Like A Heaven il testo è al contrario piuttosto duro (“odio il mondo più di me stesso”) e gli effetti negativi della tecnologia sono affrontati anche in Broken Algorithms. Non manca un sentito tributo a David Bowie, sotto forma di una vera e propria dichiarazione d’amore nel brano In Eternity (“mi innamorai di te/dei tuoi vestiti, i tuoi capelli e il più dolce dei sorrisi”), mentre il bassista Nicky Wire canta la conclusiva The Left Behind: è questo un inno per i guerrieri dimenticati che “aspettano la fine del tempo/aspettano di essere lasciati indietro” e che chiude l’album legandosi alla copertina in cui figura uno degli ultimi guerrieri Samurai vestito e pronto per combattere, ma consapevole che in breve tempo verrà dimenticato.
I Manics non sembrano invece ancora pronti a lasciare la battaglia e anzi sono tornati più vivi che mai, come non accadeva da tempo.