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"Medicine At Midnight" - I Foo Fighters celebrano 25 anni dal lavoro di debutto con un nuovo album di inediti (ma purtroppo senza live)

Meno riff e meno groove (come fa notare anche Dave Grohl) per i Foo Fighters nel nuovo album "Medicine At Midnight", anche se...
di Leonardo Follieri
13 Febbraio 2021
“Odio definirlo un disco funk o dance, ma è decisamente più energico delle altre cose che abbiamo fatto finora ed è stato pensato per essere l’album del party del sabato sera”. Sono alcune delle parole utilizzate dal frontman Dave Grohl per descrivere Medicine At Midnight (Roswell Records/RCA Records/Sony Music), nuovo album dei Foo Fighters. Intento nobile per il decimo lavoro del gruppo, che era stato registrato in tempi non sospetti perché uscisse nel 2020, in modo da celebrare i 25 anni dal disco di debutto. Poi la solita storia, ormai tristemente nota in questo periodo, ha scombinato totalmente i piani: la pandemia da Covid-19 ha frenato anche i concerti in giro per il mondo che sarebbero stati senz’altro in programma per i Foo Fighters. E così anche la pubblicazione dell’album è stata posticipata al 2021.
 
L’apertura di Medicine At Midnight è affidata al pop-rock di Making A Fire, brano peraltro in cui trova spazio un coro di voci femminili al quale partecipa anche la figlia 14enne di Dave Grohl, Violet. Maggiormente spiazzante è il primo singolo Shame Shame per il semplice pattern di batteria (al quale si uniscono letteralmente gli schiocchi delle dita) e per le linee di basso funk, mentre meno imprevedibile appare l’inizio di Cloudspotter, brano che poi negli incisi sfocia nelle solite sonorità del gruppo, un po’ come avviene anche nella title-track che nelle prime battute attinge invece (fin troppo) dagli anni ’80.
Per ritrovare i Foo Fighters più noti ci si può rifugiare in una traccia come Waiting On A War, ispirata dalla figlia di Dave Grohl che, nell’autunno del 2019, aveva chiesto al padre, mentre la accompagnava a scuola, se gli Stati Uniti stessero entrando in guerra contro la Corea del Nord a causa delle tensioni tra i due Paesi, riportate in quel periodo anche dai media. Anche il sound più hard di Holding Poison riporta alla versione più conosciuta della band, invece No Son Of Mine va addirittura oltre per i chiari riferimenti ai Motörhead.
Suona infine molto delicata Chasing Birds, prima dell’altrettanto interessante cavalcata finale, in una chiave pop-rock differente rispetto a quella del brano iniziale, Love Dies Young.
 
Dave Grohl in merito a Medicine At Midnight aveva anche dichiarato che molti degli album più apprezzati del gruppo ponevano al centro i riff e il groove e, sebbene qui non siano senz’altro così preponderanti, i Foo Fighters riescono comunque a tornare quasi in ogni brano alla situazione a loro più congeniale. Complice forse anche la co-produzione ancora una volta con Greg Kurstin, come per il precedente Concrete And Gold del 2017, la band introduce infatti di nuovo qua e là alcuni cambiamenti nelle proprie sonorità in maniera più che legittima, considerando che sono trascorsi 25 anni (quest’anno anzi 26) da Foo Fighters, ma, di fatto come sempre, si ricongiunge altrettanto spesso con la sua storia. Una storia imprescindibilmente derivata da altro, ma una storia alla quale, mai come in un simile contesto, manca un capitolo, che è stato solo in parte scritto in alcune apparizioni in tv o in streaming: i concerti live dopo la pubblicazione di un album.