Tu sei qui

Ride

Weather Diaries
Wichita Recordings
Dopo 21 anni la band di Oxford ritorna con un disco nostalgico, ma fresco e moderno, tra dream pop e power pop
di Francesco Taranto
17 Luglio 2017
Forse in pochi lo avrebbero immaginato a metà anni '90, ma lo shoegaze, al tempo spazzato via prima dal grunge e poi dal britpop, 20 anni dopo è tornato di moda. Oltre ai diversi artisti che negli ultimi anni ne hanno ripreso i suoni e le atmosfere, alcune band storiche del genere si sono riformate, non ultimi i Lush, gli Slowdive e infine i Ride.
 
A 21 anni dall’ultimo disco la band di Oxford si è riunita grazie a Dick Green, un tempo alla Creation Records e ora cofondatore della Wichita Recordings, ulteriore link con la scena indie dei primi anni '90 della quale furono protagonisti.
Piuttosto che ripartire dal suono assordante del primo album Nowhere, i Ride nel nuovo Weather Diaries riprendono il mix di power pop e dream pop del secondo disco Going Blank Again, aggiornato con i suoni del 2017. La band lascia così completamente da parte la svolta verso un suono più folk, con echi di Byrds e rock alla Stones, che aveva intrapreso con gli ultimi due album, portando di fatto allo scioglimento nel 1996.
Le caratteristiche della band sono immutate, dalla batteria iperattiva di Loz Colbert alle linee di basso incisive di Steve Queralt, comprese le doti melodiche di Mark Gardener ed Andy Bell. L’apertura di Lannoy Point passa attraverso quasi 6 minuti di chitarre eteree, sintetizzatori e melodia, in bilico tra i Cure e i New Order.
Il primo singolo Charm Assault è un perfetto inno indie, con un riff di chitarra alla House Of Love che riporta la memoria indietro di 25 anni. L’elettronica di All I Want e la sognante Home Is A Feeling rendono moderno il suono dei Ride e contengono riferimenti politici e in particolare al Regno Unito del dopo Brexit.
 
I Ride hanno sempre dato il meglio in brani di lunga durata e anche in questo caso diverse canzoni superano i 5 minuti di lunghezza, con sezioni estese di linee di chitarra ipnotiche e cascate di sintetizzatori, come in Weather Diaries, Cali, White Sands e Rocket Silver Symphony, tutte una versione 2.0 del classico suono del gruppo.
L’album rimane scorrevole nei suoi 52 minuti complessivi ed è completato da un divertissement pop alla Beatles di Revolver (Lateral Alice), una ballata in stile “wall of sound” (Impermanence) e un’incursione nel dub con lo strumentale Integration Tape.
 
I Ride sono tornati e dimostrano che la reunion, oltre che per i diversi festival dal vivo, è valida anche per un ottimo album, nostalgico ma fresco e moderno.