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Santana

Africa Speaks
Concord Records/Suretone
"Africa Speaks": un gran bel disco. Soprattutto una piacevole sorpresa questo ritorno di Santana
di Donato Zoppo
17 Luglio 2019
(Foto di Maryanne Bilham)
 
Vent’anni da Supernatural.
Nel 1999 usciva uno dei dischi più significativi – in termini di vendite, credito, influenza e durevolezza – di Santana, con il quale per Carlos è ancora oggi inevitabile fare i conti. Fu l’album della rinascita artistica e commerciale, della riconoscibilità per le generazioni più giovani, ma fu anche la cellula dalla quale originarono tante brutture del Santana dai Duemila ad oggi: ha dovuto fare i conti col pullulare dei divetti latin-pop o delle star da imbarcare per non scomparire, in una sorta di nemesi o di paradosso per il quale, inarrestabile e sempre carico dal vivo dinanzi a grandi platee internazionali, ha dovuto invece seguire una trafila di compromessi in studio per non sprofondare nel limbo dei nostalgici da compatire.
È una premessa importante perché in questi venti anni, proprio in sala di registrazione, il profilo artistico di Carlos è stato tendente al basso, con rare eccezioni. Di dischi belli e importanti non se ne sono visti, se non la reunion di Santana IV, anch’essa non priva di punti deboli. Ecco perché il nuovissimo Africa Speaks si ritrova in una posizione considerevole, è forse dai tempi di Supernatural l’album più libero e desiderato da parte di Carlos, con tutti i limiti di un artista ormai più che settantenne e non più brillante dal punto di vista compositivo.
 
Lo sticker attaccato sulla copertina del venticinquesimo album dei Santana la dice lunga. Carlos avrebbe potuto cedere al dolus bonus pubblicitario e sfoderare aggettivi roboanti tipo “amazing” o “astounding”; oppure avrebbe potuto attingere al suo serbatoio spirituale e sensuale con “mystic” e giù di lì. Ha scelto invece “dynamic”. Un termine che rimanda non solo a una vivacità di contenuti, ma anche a un lessico musicale che allude all’importanza rivestita dal produttore Rick Rubin. E in un disco come questo, che riconsegna all’audience internazionale un latin-rock più disinvolto ma mai furbetto, suonato con respiro e non costruito a tavolino, la presenza di Rubin asseconda la voglia di Africa e rock dalle fragranze anni ’60 e ’70, di live in studio ed energia inarrestabile.
Se Supernatural ebbe nel gioiellino The Healer di John Lee Hooker una sorta di curiosa prova generale, Africa Speaks si abbevera direttamente agli anni ’70 – quelli di Amigos e Moonflower, più che Abraxas o Caravanserai – e ha avuto il precedente più ravvicinato nell’Ep apripista In Search Of Mona Lisa (non mancano connessioni anche nello Shape Shifter del 2013, sorprendentemente strumentale), passato quasi inosservato ma indicativo di un nuovo modo di fare le cose per Carlos. Un modo meno concitato, meno assillato dal singolo da sparare in classifica estiva, più fluido e musicale, con tanto di one take cotte e mangiate, senza elaborazioni di sorta. Dieci giorni in studio hanno portato a un risultato finale più che dignitoso, senza il pezzo forte che resta impresso dal punto di vista della cantabilità, ma con l’idea di un lavoro da gustare in toto, seguendo una filosofia del 33 giri alla quale sostanzialmente Carlos è legato da sempre.
 
Niente special guest, nessuna concessione radiofonica (per quanto ci siano sia il singolo da pomicio Breaking Down The Door con inevitabile call and response voce-chitarra, sia la rock ballad Yo Me Lo Merezco), undici pezzi che pescano dall’immaginario santaniano rompendo le distanze tra studio e concerto. La Santana Band di Africa Speaks è una di quelle meno “titolate” dal punto di vista dei componenti (la line-up stellare con Chester Thompson, Perazzo e Rekow e lo stesso Dennis Chambers è inevitabilmente archiviata) eppure supporta il band leader in maniera egregia. Spicca Cindy Blackman, ma soprattutto il pezzo forte del lavoro: la vocalist Buika, spagnola ma proveniente dalla Guinea Equatoriale, perfetta incarnazione di questa voglia tutta africana del Santana targato 2019, con una pasta vocale unica nel suo genere, la ciliegina sulla torta. Che poi l’Africa sia più che altro un’ispirazione artistica e una malìa che evoca colori e suggestioni extramusicali, questa è una costante dell’intera vicenda di Santana: Africa Speaks resta ben saldo nella formula latin-rock ma la sua libertà di fondo e il fluire appassionato di elementi prima arginati per esigenze commerciali lo rendono appassionato e onesto.
Proprio l’assenza del pezzone che fagocita gli altri fa sì che la percezione ne goda sulla lunga distanza: è un piacere tuffarsi e riascoltare gli intrecci di chitarre tutte groove di Paraisos Quemados, il blues elettrico di Blue Skies, il rock latino e urbano di Los Invisibles accanto all’immancabile fuente del ritmo di Batonga e all’etno-rock di Luna Hechicera. Gli ormai insostituibili Rietveld e Perazzo, insieme alla moglie Cindy, compongono una sezione ritmica eccellente, tra le più sanguigne che Carlos abbia mai avuto.
 
Africa Speaks è un gran bel disco. Soprattutto una piacevole sorpresa.