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Simple Minds

Walk Between Worlds
BMG
Nel diciottesimo album la band scozzese prosegue nella propria rinascita musicale, riportandoci alle atmosfere dei suoi primi dischi
di Francesco Taranto
12 Febbraio 2018
Dopo meno di quattro anni da Big Music e a breve distanza da Acoustic, i Simple Minds hanno pubblicato il diciottesimo album Walk Between Worlds. Se lungo tutti gli anni ’90 e parte del nuovo millennio la band sembrava in un vicolo cieco, a partire dal tour 5X5 del 2012 Jim Kerr e compagni si sono riappropriati del repertorio dei primi anni ’80.
Lo hanno fatto ricominciando ad eseguire diversi brani dai primi cinque album, ma soprattutto ritornando a scrivere musica profondamente legata a quegli anni. Big Music aveva mostrato già i segni di una rinascita, Acoustic riprendeva i grandi classici in versioni riarrangiate e il nuovo Walk Between Worlds porta avanti al meglio il discorso.
 
Gli unici veri superstiti della formazione originale sono Jim Kerr e il chitarrista Charlie Burchill, a cui si sono aggiunti degli ottimi musicisti, come Mel Gaynor (batteria), Ged Grimes (basso) e la magnifica corista Sarah Brown. Il primo elemento che salta all’occhio è la divisione piuttosto netta dell’album in due parti: i primi cinque brani ci consegnano i Simple Minds più melodici e “pop”, nel senso anni ’80 del termine, mentre gli ultimi tre sono lunghi brani dai sapori cinematografici.
Magic, con il suo incedere di batteria e sintetizzatori uniti a un basso potente e il classico stile chitarristico di Burchill, fa pensare a dischi come Sons and Fascination e New Gold Dream. In Summer il gruppo sembra voler ricordare come, negli anni ’80, avessero molto in comune con il sound degli U2, mentre The Signal And The Noise è un brano appassionante e dominato dall’elettronica, che senz’altro non avrebbe sfigurato in Empires And Dance o Sister Feelings Call.
 
I tre lunghi brani conclusivi spaziano da un canzone epica come Barrowland Star, dedicata al celebre locale della loro città natale Glasgow, alle splendide orchestrazioni della title-track, non a caso registrate con l’orchestra degli studi di Abbey Road. Sense of Discovery è una ballata elettronica dal ritornello piuttosto familiare (vi ricordate Alive And Kicking?) e chiude il disco portandoci direttamente alle atmosfere di Once Upon A Time, l’apice commerciale dei Simple Minds.
Le tre bonus track ci forniscono prove ulteriori dello stato di forma del gruppo, soprattutto nel potenziale singolo Angel Underneath My Skin e nella rilettura di Dirty Old Town, tributo classico alla musica irlandese come già fecero con Belfast Child. Insomma, a qualsiasi periodo della lunga carriera dei Simple Minds si sia affezionati, il nuovo disco non deluderà.