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Sulutumana

Vadavialcù
Maremmano Records/IRD
Un titolo fin troppo chiaro (ma niente di offensivo) per il lavoro di maturità del gruppo
di Roberto Caselli
21 Gennaio 2019
Nuovo lavoro per i Sulutumana che intitolano il loro album Vadavialcù, termine lombardo dal significato fin troppo chiaro, capace di debordare ben oltre i confini padani. Niente di offensivo dicono i ragazzi della band perché con quel termine si vuole intendere uno stacco netto dalle preoccupazioni che ci assillano, una tregua necessaria per non impazzire. Vadavialcù nasce spontaneo come uno starnuto che quando sta per esplodere non si può più trattenere, una necessità impellente di fermare la giostra che sta andando troppo forte, di salvaguardare il nostro slancio vitale quando è frenato da dubbi, paure e recriminazioni che non sono più sostenibili. Insomma – come dice Giamba Galli, voce e autore di tutti i brani – “una sorta di autoterapia che ci fa anche risparmiare i soldi dell’analista”.
 
L’dea di Vadavialcù ha in realtà un’origine cinematografica e si rifà a un episodio de I nuovi mostri, precisamente a quello di Monicelli intitolato Hostaria, in cui Ugo Tognazzi sbotta con il famoso epiteto, che viene recuperato dai Sulutumana e inserito testualmente nella canzone omonima che dà il titolo all’album. Il lavoro è però ovviamente qualcosa di più, anzi è un vero percorso esistenziale scandito da canzoni davvero molto belle come Così van le cose, una sorta di apologia dell’accontentarsi, Infinito presente, uno dei pezzi più belli dell’album, in cui affiora la malinconia quando ci si rende conto di essere soli in mezzo a tanta gente; Una scusa per vivere, “cercavo qualcosa che non saprei dire, un’alba, una brezza di mare, cercavo, c’è poco da ridere, cercavo una scusa per vivere”, altro brano di spessore che fa il paio con il precedente. Ma poi ci sono ancora altre chicche come Raccontami dalle immagini oniriche che qualsiasi fan di Bob Dylan riconoscerà come debitrice ad A Hard Rain's a-Gonna Fall e soprattutto Enigma, ossia la vita che cerchiamo di capire anche oltre i nostri limiti consentiti, e L’isola misteriosa, liberamente ispirato al racconto di Josè Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta.
 
La voce di Giamba ha un timbro perfetto per cantare storie come queste e lascia una scia di malinconia che talvolta si trasmuta in dolcezza, mentre la musica sempre all’altezza dei testi sintetizza le storiche radici tradizionali del gruppo mescolandole a un pop leggero e intrigante.
Vadavialcù è di certo il lavoro di maturità del gruppo, un album che merita una grande fortuna.