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Van Morrison

Versatile
Exile/Legacy
Dal leone blues all'Irish Crooner
di Donato Zoppo
01 Dicembre 2017
Dal leone blues all'Irish Crooner. Neanche il tempo di abituarsi. Poi dice che il danno della musica liquida è che ti si affolla tutto e si sovrappongono uscite, ascolti, percezioni, impressioni immediate e ricordi ben sedimentati. Il bello è che a Van Morrison non gliene frega più di tanto, lui che ha lasciato parlare i suoi demoni interiori, che ha lottato contro lo stage fright, che ha raccontato percorsi spirituali, scoperte e passi indietro nel passato, come quello di Roll With The Punches uscito a settembre e di questo freschissimo Versatile, il suo trentottesimo album uscito oggi primo dicembre.
Il passato è la chiave di lettura – e di ascolto, inevitabilmente attento vista la “prepotenza artistica” con cui il nostro si porge al nostro orecchio – anche di Versatile, “fratello” jazz del predecessore orientato al blues e al soul, anche questo con la formula della tracklist incentrata su un lotto di cover attraversate da nuovi brani, debitamente in linea con lo spirito generale dell’opera. Una formula che con Roll With The Punches ha funzionato egregiamente e che assicurerà allo stesso Versatile – perfetta strenna natalizia – un responso altrettanto positivo.
 
Questa prolificità a Van non è mai mancata e ancora una volta lo stacca da tanti colleghi lenti, soddisfatti e stimolati al massimo dall’autocelebrazione da palco. C’è però una riflessione preliminare da fare, e riguarda proprio la tempistica e l’intelaiatura del progetto. A differenza di Human Touch e Lucky Town di Bruce Springsteen o ancor prima di Uffà! Uffà! e Sono solo canzonette di Bennato (e volendo si potrebbe deviare verso gli Use Your Illusion dei Guns ‘N’ Roses), album nati contemporaneamente, Roll With The Punches e Versatile sono divisi ma speculari, hanno una loro diversità di fondo ma fanno parte dello stesso progetto, o meglio sono espressione di un medesimo bisogno artistico, due facce della stessa medaglia. Van guarda alle sue spalle per trovare nuovi stimoli e affrontare nuove sfide.
Lo stimolo è infatti un elemento cruciale, anzi l’architrave di Versatile. Le interpretazioni brillano per quel senso di curiosità, di elettricità nell’addentrarsi in territori potenzialmente forieri di belle scoperte. È un percorso analogo a quello del Great American Songbook dylaniano, però più centrato su di sé in quanto leader di una small band da manuale, meno propenso a sottolineare la storia dei pezzi, al massimo è funzionale a far risaltare il percorso vocale che questi brani hanno attraversato nel corso degli anni. I titoli prescelti infatti hanno importanti precedenti, Van si confronta con grandi voci, da Sinatra a Tony Bennett fino a Nat King Cole, ma anche con personalità come Chet Baker. È qui che ad esempio una Unchained Melody ha il suo perché (o l'assenza dello stesso, visto che è molto diversa dall'originale), oppure una Let’s Get Lost o Foggy Day, tutte indicative dell’approccio cercato da Van. Ovvero, voce al centro e cantare: «Registrare canzoni di questa grandezza mi ha obbligato ad allenare e forzare la mia voce come facevo un tempo, così come a tornare alla musica che mi ha ispirato maggiormente all’inizio: il jazz».
 
Premesso che jazz e blues sono stati gli alimenti principali con cui si è sfamato il giovane Morrison, quasi un mythos fondativo dal quale si è sviluppata la sua lunga vicenda, non mancano nella sua discografia esperimenti di intrusione spavalda ma devota in questi territori (ad es. How Long Has This Been Going On, il live del 1995 al Ronnie Scott's). Versatile dunque, proprio come il suo gemello blues, non rivela nulla di nuovo, ma a uno sguardo più attento una novità non può non risaltare. È il presente di Van Morrison, la sua età, il suo non fermarsi mai ma con un piglio differente rispetto al passato, che deriva inevitabilmente dai suoi anni. Ecco perché, accostando un nuovo pezzo come Broken Record (forse il più emblematico di questa direzione swing tutta sostanza e ritmo) alla classicissima I Get A Kick Out Of You, emerge il minimo comun denominatore dell'arrangiamento impeccabile (a volte ai limiti del manierismo), della pregnanza nata da una grande passione.
 
Roll With The Punches è stato un bel successo e uscire con un nuovo album in tempi così ravvicinati potrebbe essere un azzardo, ma il rapporto di consequenzialità tra i due rende Versatile qualcosa di più di una semplice appendice. Versatile è un lavoro particolarmente gioioso, risoluto e convincente; rispetto al primo, che aveva accanto a una band alcuni amici brillanti come Jeff Beck, Georgie Fame e Chris Farlowe, Versatile sa meno di rimpatriata e più di progetto studiato con un organico di base schematico e senza special guest (unica eccezione Sir James Galway in Affirmation). Se poi proviamo a sommare i sei pezzi nuovi di Versatile ai cinque di Roll, otteniamo un vero e proprio nuovo album. Un abbraccio jazz-blues, un dialogo rock & soul che ha un filo rosso ben saldo: la performance. Lo sottolineavamo un paio di mesi fa, lo ribadiamo per Versatile: ciò che fa la differenza è lo spirito live, non più avventuroso e audace come in passato, inevitabilmente morbido e rassicurante ma con la zampata e il graffio che solo i crooner di classe riescono a garantire.