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Fleet Foxes

Milano, Fabrique
10 novembre 2017
Il ritorno della band di Seattle, ieri sul palco del Fabrique di Milano
di Jessica Testa
11 Novembre 2017
Popolare non è sinonimo di bello. E vale anche il contrario. In molti casi tutto ciò che non è mainstream è maggiormente degno di nota. Ecco perché, ormai quasi sei anni fa, dopo il tour che accompagnava Helplessness Blues, il sentore che i Fleet Foxes stessero per giungere al capolinea dopo solo due album all’attivo, nonostante avessero conquistato l’attenzione di pubblico e critica, ci aveva preoccupato e rattristato. Josh Tillman che abbandona la band e assume una nuova identità, quella dell’amato-odiato Father John Misty, Christian Wargo e Casey Wescott (rispettivamente bassista e batterista dei Foxes) lanciano un nuovo progetto insieme, e Robin Pecknold, il frontman, annuncia addirittura sui social di aver ripreso gli studi alla Columbia di New York (ci aveva raccontato tutto nella nostra intervista che trovate qui)
La classica pausa di riflessione che si conclude con un “riproviamoci”? Fatto sta che qualche mese fa le “volpi di Seattle” hanno pubblicato un nuovo disco, Crack-Up, che stanno portando in tour in giro per il mondo.
 
Ieri sera è stata la volta del Fabrique di Milano, seconda tappa italiana per i Fleet Foxes nell’arco di pochi mesi (lo scorso 3 luglio sono stati graditissimi ospiti del Festival ‘Ferrara sotto le stelle’), e quello a cui abbiamo assistito ci ha fatto tirare un sospiro di sollievo. Sono ancora loro, almeno per il momento. Sempre per il principio secondo cui non tutto ciò che è bello è popolare, ieri il Fabrique non pullulava di gente, tuttavia l’afflusso relativamente ridotto ha permesso al pubblico di godere a pieno di quasi due ore di flusso emotivo, quella bellezza spirituale che ti butta in confusione ma ti lascia intravedere sempre, in lontananza, la soluzione.
 
Dopo il set di Nick Hakim, nuova promessa del panorama soul e psychedelic rock statunitense, che ha avuto l’onore e l’onere di scaldare gli animi, Pecknold e compagni hanno aperto il concerto con le prime tre tracce di Crack-Up, la suite d’apertura I Am All That I Need / Arroyo Seco / Thumbprint Scar, e poi Cassius, - e -Naiads, Cassadies. Pecknold ha dipinto il suo quadro impressionista usando tutta la vasta gamma di sfumature studiate e sperimentate in questi anni, anche quando era lontano dalle scene: dai colori tenui di pezzi come lo strumentale The Cascades o della stessa Crack-Up, a quelli più vividi di Grown Ocean o di Third Of May / Ōdaigahara, il primo singolo estratto dal nuovo album. Non mancano, naturalmente, alcuni dei pezzi più famosi della band, come Mykonos e White Winter Hymnal, che il pubblico canta insieme a loro. La lezione imparata dalla tradizione folk è assolutamente viva, e il perfetto equilibrio vocale tra il frontman e le backing vocals lo dimostra: Robin Pecknold non perde un colpo, dall’inizio alla fine, canta ad occhi chiusi, e la sua voce rarefatta, vestita di quella tipica eco, è pulita e presente.
Il resto dei Foxes sono i perfetti compagni di viaggio: totalmente al servizio della musica, quasi tutti polistrumentisti. Suoni e dinamiche sempre diversi, continui cambi di chitarre anche durante lo stesso pezzo; senza colpi di scena, tutto estremamente calcolato.
 
Solo due pezzi chitarra e voce per il cantante delle volpi, Tiger Mountain Peasant Song e, come primo dei due encore, Oliver James, il momento più intimo tra Pecknold e il suo pubblico.
I Fleet Foxes chiudono lo show con Blue Ridge Mountains, un pezzo tratto dal loro disco omonimo, il primo, un accenno al passato che speriamo guardi al futuro, e lasciano il palco salutando e ringraziando un Fabrique che certamente si è goduto il concerto dei sei di Seattle, proprio come succedeva sei anni fa. 
 
 
Setlist: 
 
I Am All That I Need / Arroyo Seco / Thumbprint Scar
Cassius, -
- Naiads, Cassadies
Grown Ocean
Ragged Wood
Your Protector
The Cascades
Mearcstapa
On Another Ocean (January / June)
Fool's Errand
He Doesn't Know Why
Battery Kinzie
Tiger Mountain Peasant Song
Mykonos
White Winter Hymnal
Third of May / Ōdaigahara
The Shrine / An Argument
Crack-Up
Helplessness Blues

Encore:
Oliver James
Blue Ridge Mountains