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Francesco De Gregori

Mediolanum Forum di Assago (Milano)
23 marzo 2015
Nel "Vivavoce Tour" il Principe incanta con nuove versioni dei suoi classici e di brani più recenti
di Francesco Taranto
24 Marzo 2015
Un nuovo doppio album uscito a novembre, un tour che lo porterà in tante città d'Italia con oltre 30 tappe, tra palasport e teatri prestigiosi: insomma, il 2015 di De Gregori si preannuncia molto interessante. Lo vediamo alla sua seconda tappa del Vivavoce Tour in un Mediolanum Forum di Assago praticamente sold out e che accoglie calorosamente ognuno dei 29 brani proposti in oltre due ore di concerto. L'album (Vivavoce, uscito il 10 novembre 2014) ha fornito al cantautore la possibilità di rivisitare tantissimi classici, ma anche brani meno noti o più recenti, della sua lunga carriera. "Un album che avevo in mente da una vita", ha dichiarato, e anche dal vivo la maggior parte dei pezzi sono presentati in una nuova veste, spesso azzeccatissima.
 
Rivisitare le sue canzoni dal vivo non è una novità, ma se un tempo erano spesso quasi stravolte, in questo tour hanno dei nuovi arrangiamenti molto curati che impreziosiscono i brani anziché renderli irriconoscibili. Il riferimento a Dylan, ormai quasi uno stereotipo su De Gregori, c'è sempre: molti pezzi hanno un andamento e una strumentazione che ricorda album come Oh Mercy o gli album di Dylan con Knopfler (soprattutto per gli intrecci delle chitarre curati nei minimi dettagli). Ma a parte questo, ciò che colpisce come sempre è il nucleo di tutto, ovvero le canzoni, le poesie, del Principe.
 
Si parte con il rock 'n' roll di Finestre rotte, il classico ancora attualissimo Viva l'Italia e una splendida versione, molto più rock, de Il panorama di Betlemme. "Siete tanti, eh?" dice al pubblico, per poi regalare tutto d'un fiato una serie di brani senza bisogno di introduzioni o di intermezzi parlati, alternando i classici Caterina, La leva calcistica della classe '68 Generale, a brani degli anni '90/2000 come Bellamore, Un guanto o La testa nel secchio. Spicca anche una bellissima versione de Il canto delle sirene, che esalta al meglio la numerosa band che accompagna De Gregori (con tanto di pedal steel, mandolino, violino e anche una sezione di fiati), e Sotto le stelle del Messico a trapanar, traccia non presente in Vivavoce ma che risulta essere una bella sorpresa dal vivo.
 
Il cantautore si ferma soltanto per introdurre un'interessante cover di The Future di Leonard Cohen, tradotta naturalmente in italiano: "È un brano che dice un sacco di cose bruttissime, volevo solo dirvi che non l'ho scritta io" scherza sul palco. Dopo un paio di altri brani più recenti (Belle époque, Mayday) ecco la sorpresa della serata: De Gregori introduce infatti "un amico", Luciano Ligabue. Non può mancare il duetto su Alice, così come è stata rivisitata in Vivavoce, ma le vere chicche sono la versione di Atlantide e di un vecchio brano dell'artista emiliano, Non dovete badare al cantante. L'effetto sul pubblico, oltre al boato di approvazione, è un'esplosione di smartphone accesi per immortalare l'evento sul palco. Meno pertinente forse la performance di Il muro del suono (brano di Ligabue uscito lo scorso anno) che appare un po' fuori posto rispetto agli altri brani in scaletta e si sposa poco con l'interpretazione di De Gregori.
 
Tutto ciò costituisce il preludio a un finale formato esclusivamente da canzoni memorabili: si va da Niente da capire a una versione ancora più ritmata di Titanic, dalla bellissima ed autobiografica Guarda che non sono io, che esplora il suo rapporto con il pubblico, gli autografi, la gente che chiede un selfie per strada, alla coppia finale Buonanotte fiorellino e Vai in Africa, Celestino!
Il Principe torna poi per ben due bis e non possono mancare, tra le altre, una versione pianoforte e voce de La donna cannone, la commovente Rimmel e anche una riuscita cover di Can't Help Falling In Love.
 
Quello che saluta e lascia il palco è un De Gregori emozionato e felice dell'accoglienza davvero memorabile che gli tributano gli spettatori del Forum. Lasciare dietro di sé la scia di oltre quarant'anni di grandi canzoni e testi profondi, che hanno già segnato indelebilmente la musica italiana, non è cosa da tutti, ma ancora adesso (grazie anche ad arrangiamenti inevitabilmente "moderni") significano tanto per i giovani e i meno giovani che accorrono a vederlo.