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PJ Harvey

Milano, Alcatraz
23 ottobre 2016
Una voce incantevole impreziosita da un groove straordinario
di Leonardo Follieri
24 Ottobre 2016
Polly Jean di fatto è ferma sul palco e per tutto il concerto non scambia una parola con il pubblico, ma non per questo appare fredda o scostante. Procediamo però con ordine.
 
Entrano marciando, sono in dieci e rimangono tutti allineati. A un certo punto, con il suo sax, si fa più avanti l’unica donna: è PJ Harvey.
Sono circa le 21.45 quando accade tutto questo in un Alcatraz sold-out.
In scaletta sono presenti tutti i pezzi dell’ultimo album, The Hope Six Demolition Project, e alcuni brani da Let England Shake, come l’ottima sequenza con la title-track, The Words That Maketh Murder e The Glorious Land. L’unico vero richiamo alla prima parte di carriera e a quell’attitudine è rappresentato dal rock duro e puro di 50ft Queenie, anticipato, però, da uno dei pezzi più coinvolgenti della serata: parte in sottofondo That’s What They Want, PJ Harvey riprende il sax, e, proprio dal classico blues di Jerry McCain, attacca insieme ai suoi nove musicisti The Ministry Of Social Affairs con un ottimo assolo finale del sassofonista Terry Edwards.
 
Polly Jean ha una voce incantevole, precisa, elegante e impreziosita da un groove straordinario.
Tutto è corale ma con PJ Harvey che comunque primeggia. Tutto è una ricerca di un nuovo sound che comunque non dimentica certe proprie radici. Non c’è davvero bisogno di dialogare con il pubblico se si riesce ugualmente a comunicare tramite la propria musica e la propria voce, tranne ovviamente quando l’artista britannica presenta la sua band dove figurano tra gli altri gli “storici” John Parish e Mick Harvey e gli italiani Alessandro “Asso” Stefana ed Enrico Gabrielli (quest’ultimo applauditissimo già durante il concerto e prima ancora di essere presentato).
Prima del finale c’è spazio per un altro momento legato ai “ricordi” con To Bring You My Love e poi per River Anacostia ancora dall’ultimo album.
Gli attimi del bis iniziano invece con Near The Memorials to Vietnam and Lincoln e si completano con la deliziosa The Last Living Rose.
 
Alla fine risulta strano pensare nuovamente alla staticità con cui PJ Harvey calcava il palcoscenico, così come è sorprendente accorgersi solo successivamente che anche scenografie e luci erano davvero essenziali: forse perché per quell’ora e mezzo c’era bisogno solo di quel suono, della splendida voce di Polly Jean e di null’altro...