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The Waterboys

Milano, Auditorium
22 novembre 2013
Mike Scott e compagni tornano per celebrare "Fisherman's Blues", ed è subito festa nel cortile della Spiddal House
Di Pier Angelo Cantù
25 Novembre 2013

Come un salmone scozzese, Mike Scott ha nuotato controcorrente per più di tre decenni, cercando di sopperire al modesto talento con l'ostinata ricerca di un personale sogno musicale che lo ha portato a risalire anche le più ispiratrici acque irlandesi. L'abilità di lavorare con gregari eccellenti, penalizzata da un’idiosincrasia per le relazioni di lungo termine, ha fatto il resto. Un po' la metafora della nostra vita disseminata da contraddizioni, condivisioni e speranze, ma pur sempre giovane e vitale. Per questo siamo ben disposti a incontrarlo di nuovo su un palco a distanza di venticinque anni da Fisherman’s Blues, il capolavoro che si celebra questa sera.

Per capire cos'è stato lo show dei Waterboys bisogna però partire dalla fine, con la gente che lascia le comode poltrone, su cui ha ballato staticamente, per portarsi a ridosso del palco e unirsi con amore alla band nella caciara dei bis (divenuti tripudio in On The Way To Heaven). La festa delle emozioni è un crescendo che prende avvio quando i musicisti, uno ad uno, si presentano su un palco trasformato per l'occasione nel cortile della Spiddal House, senza nascondere i segni che il tempo ha lasciato sui volti e sui corpi. Strange Boat apre la scatola dei ricordi, seguita da Higherbound, una delle tante tracce di quelle session riportate alla luce dall'audace e riuscita operazione cofanetto ancora fresca di stampa. L'immancabile ovazione su A Girl Called Johnny incoraggia Mike a raccontare aneddoti, presentando canzoni quasi sconosciute e brani più noti in una studiata alternanza di soffici blues, folk tradizionali, delizie country, gighe e cavalcate tiratissime (We Will Not Be Lovers è però l’unica in cui abbraccia la chitarra elettrica).

Nascosto da un largo cappello e occhiali da intellettuale, ma con la stessa voce demoniaca di allora, Mike tiene bene la barra del leader, ma anche gli altri non sono da meno. Steve Wickham, in elegante paletot, delizia la platea con virtuosismi da folletto giocherellone, facendo da contrappunto a Scott con sapienti tocchi di un violino capace di accarezzare con suoni classici e morbidi e incendiare con assalti elettrici e selvatici. L'eccellente Anto Thistlethwaite, marchio di fabbrica dei Waterboys, alterna il noto sax al mandolino e all'armonica, malcelando increduli sorrisi provocati dai feedback del pubblico. La perfetta sezione ritmica è formata dal veterano ed elegante bassista Trevor Hutchinson e dal nuovo eclettico batterista Ralph Salmins. Abbiamo di fronte una band in totale armonia, motore di una serata che può così lasciare la nostalgia sullo sfondo e mettere in primo piano la musica, finalmente suonata come Dio comanda.

Alcuni brani vengono salutati da applausi particolarmente prolungati e sembra che i membri del gruppo siano i primi a stupirsi. Oltre alla celebrazione di Fisherman’s Blues (da cui però non ascolteremo And A Bang On The Ear e World Party), oltre alla promozione del Fisherman’s Box, godiamo anche di perle estranee al contesto "agreste": chi scrive apprezza in modo particolare l’intensità di Don't Bang The Drum, messa in scaletta e l’arcana bellezza di The Whole Of The Moon, ascoltata nel primo giro di bis. Largo spazio alle consuete cover: la dylaniana Girl From The North Country, parte di quelle session; la soffice I'm So Lonsome I Could Cry, con tanto di saluto a Hank Williams e la celebre Sweet Thing di Van Morrison, per l’occasione impreziosita dagli inserti della beatlesiana Blackbird. Davvero difficile lasciare il teatro dopo le due ore intense di questo vitale show.

Leggi l'intervista a Mike Scott su JAM di novembre/dicembre