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Freddie Mercury

The Great Pretender
Eagle
Il regista Rhys Thomas racconta gli ultimi anni del cantante dei Queen, quelli del personaggio prima che della persona. Con un’intervista inedita
Di Massimo Longoni
13 Dicembre 2012

Questo è un anno decisamente propizio per i fan dei Queen e soprattutto di Freddie Mercury. Prima la biografia scritta da Lesley-Ann Jones, I Will Rock You, e adesso questo documentario, prodotto e diretto da Rhys Thomas e curato dallo stesso team che aveva realizzato BBC Queen: Days Of Our Life. The Great Pretender segue un percorso che evita la banale scansione cronologica ma che si concentra soprattutto sugli ultimi anni, prendendo il via dall’esperienza del primo album solista di Freddie, Mr. Bad Guy (1985) e dando ampio risalto a Barcelona (1988). Sono entrambi lo spunto per analizzare la personalità del cantante, il suo nascondere la persona dietro al personaggio, ma anche la sua voglia di emergere, di muoversi come battitore libero; a un certo punto persino il fastidio nei confronti del gruppo, avvertito non solo come una gabbia artistica, ma anche come un freno sulla strada dell’affermazione personale. Errore di calcolo certificato dall’impietoso flop di Mr. Bad Guy, che lo costringe a rimangiarsi smargiassate e alzate di spalle tornando con la coda tra le gambe all’ovile per un nuovo album dei Queen.

The Great Pretender è un documentario accurato, rigoroso e ricco di materiale fin qui mai visto, che non nasconde lati oscuri e debolezze di Freddie, ma li porta avanti in parallelo alle sensibilità d’animo e ai colpi di genio, costruendo un ritratto completo ed equilibrato, lontano dall’agiografia così come dalla scandalistica ricerca di particolari morbosi di una vita al limite. Questo senza ignorare passaggi importanti sul privato che aprono collegamenti sul contesto socio-culturale dell’epoca (il sesso senza freni degli anni ’70 e ’80) o sulle dinamiche all’interno del gruppo.

La spina dorsale del documentario è l’intervista inedita realizzata da Freddie sul set del video di I Was Born To Love You, sulla quale si innestano altre testimonianze, foto e filmati d’epoca (spesso rari) e spezzoni di brani fin qui mai pubblicati. C’è il duetto con Rod Stewart del 1983 che sarebbe diventato Let Me Live o anche quello con Michael Jackson su There Must Be More To Life Than This, brano poi pubblicato con il solo cantato di Freddie su Mr. Bad Guy. Un album da cui si parte per poi arrivare, perché, ironia della sorte, quel fallimento mortificante sarebbe diventato la base di un successo postumo: rimaneggiati e riarrangiati, molti dei suoi brani hanno costituito l’ossatura di Made In Heaven (che era il titolo originale di Mr. Bad Guy), ultimo album dei Queen con Mercury nonché il loro lavoro più venduto di sempre in Inghilterra. Mentre Living On My Own, remixata pochi mesi dopo la sua morte, sarebbe diventata un tormentone capace di invadere radio e dominare classifiche regalandogli quell’affermazione solista che in vita non aveva ottenuto.