18/05/2007

AC/DC

Let There Be Rock (Albert, 1977)

All’inizio degli anni  Sessanta William Young decide di lasciare la Scozia per portare la  moglie e i suoi otto bambini in Australia, Paese in forte crescita  economica. Appena compiuti 15 anni entrambi i figli più piccoli,  Malcolm (1953) e Angus (1955), smettono di tormentare i loro  insegnanti e lasciano la scuola per cercarsi un lavoro. Ben presto  però si accorgono che un lavoro “9 to 5 ” non fa per loro,  d’altronde un impiego in una fabbrica di reggiseni perde facilmente  appeal se quando torni a casa la trovi circondata di ragazzine che  urlano il nome del tuo fratello più grande (George), diventato una  star nazionale con gli Easybeats. Malcolm decide così di tentare la  carriera del musicista e Angus lo segue a ruota. Dopo qualche  esperienza in diverse band locali, decidono che in Australia c’è  gran fame di rumoroso rock’n’roll e mettono insieme un gruppo con  Larry Van Knedt (batteria), Colin Burgess (basso) e Dave Evans (voce).  Il quintetto esordisce il 31 dicembre 1973 proponendo un set di cover  di Chuck Berry, Beatles e Rolling Stones, e nell’aprile successivo  incide il primo singolo grazie all’aiuto di George che, scioltisi  gli Easybeats, lavora come produttore per la Albert con l’ex  compagno Henry Vanda. Fin dagli inizi Angus si presenta sul palco  indossando una divisa da scolaro, in ricordo dei tempi in cui appena  finite le lezioni si precipitava a suonare senza nemmeno passare da  casa a cambiarsi, e suona gli assoli agitandosi come un ossesso nel  tentativo di attirarsi le simpatie degli ubriaconi che popolano il  circuito di locali frequentati dalla band. Trovandosi sempre più  spesso ingaggiati in occasione di serate gay, i ragazzi si rendono  presto conto che nello slang locale AC/DC significa  “bisessuale”, ma accettano qualsiasi ingaggio, determinati a  farsi conoscere da più gente possibile.

Nel settembre ‘74 i  fratelli Young allontanano Dave Evans, esasperati dai suoi  atteggiamenti divistici e dal suo look glam che contrasta con l’immagine  dichiaratamente proletaria del resto del gruppo. Tramite un amico  comune si ritrovano a jammare con un brutto ceffo di nome Bon Scott  che ha già alle spalle esperienze con Valentines e Fraternity e ha  appena passato un mese in trazione a causa di un grave incidente  motociclistico. Pur avendo iniziato la sua carriera come batterista,  Bon è un frontman nato, un sanguigno animale da palco in grado di far  schiodare le terga dalle sedie anche al pubblico più indolente, di  spezzare cuori, spaccare teste e di provocare la chiusura anticipata  di un pub quando dopo un concerto decide di festeggiare con una  bevuta. Successivamente la band si mette alla ricerca di un bassista,  visto che Rob è troppo alto rispetto agli altri che non superano il  metro e settanta, e di un batterista che riesca almeno a tenere il  4/4. Prima ancora di trovare i sostituti viene inciso il primo album High  Voltage (1975), discreto lavoro che risente della realizzazione  affrettata, ma che consente agli AC/DC di diventare molto noti a  Melbourne, città diventata la loro nuova base operativa. Proprio  dalla scena locale vengono i due nuovi membri Mark Evans (basso) e  Phil Rudd (batteria, precedentemente nei Buster Brown insieme al  futuro frontman dei Rose Tattoo Angry Anderson).

A luglio la formazione è  rodata a sufficienza e si torna in studio per preparare T.N.T.  che esce nel febbraio del 1976 e mostra un songwriting decisamente  affinato. Ormai la fama è consolidata in tutto il Paese: è giunto il  momento di programmare un tour in Gran Bretagna, reso possibile dall’appoggio offerto dalla Atlantic inglese. A marzo, prima di abbandonare la madre  patria, i cinque registrano Dirty Deeds Done Dirt Cheap, che  uscirà solo nove mesi dopo rivelandosi ancora migliore del suo predecessore.

Appena sbarcati a Londra  scoprono che il loro tour a supporto dei Back Street Crawler è  sospeso: l’ex Free Paul Kossof è appena morto di overdose. L’incrollabile  entusiasmo della band non viene meno ed inizia una serie di concerti  nei locali di Londra. Il pubblico, stufo degli atteggiamenti da star  di mostri sacri quali Deep Purple, Black Sabbath e Led Zeppelin,  apprezza immensamente una proposta musicale così semplice, sincera e  divertente. Qualche giornalista critica la rudezza degli australiani,  ma i più apprezzano la vitalità delle esibizioni, così gli AC/DC  diventano l’anello mancante tra il punk in ascesa e il vecchio  hard-rock più stantio. Se in Europa la loro fama è in costante  ascesa, negli States continuano ad essere praticamente sconosciuti,  tanto che la Atlantic vi rinuncia a pubblicare il nuovo album. Visto che le autorità americane hanno rifiutato il visto a Bon Scott dopo  aver visto la sua fedina penale (era stato arrestato a 16 anni) la  band torna in Australia per preparare il quarto album nei soliti  Albert Studio. Pur essendo costantemente incalzati da un’attività  concertistica a dir poco massacrante, i cinque riescono a trovare la  concentrazione necessaria a dar vita ad una vera e propria pietra  miliare nella storia dell’hard rock.

Let There Be Rock,  primo disco del gruppo ad uscire in contemporanea in tutto il mondo,  è una sintesi perfetta dell’universo sonico e lirico degli AC/DC.  Il processo produttivo segue la filosofia live del gruppo, che  registra tutti i brani in presa diretta sovraincidendo in un secondo  tempo solo la voce e gli assoli. Al momento di entrare in studio la  band chiede a George ed Henry di dare alle chitarre un suono più potente possibile: gli amplificatori vengono spremuti al massimo e le  conseguenze non tardano ad arrivare. Un giorno Angus, che sta suonando  un assolo contorcendosi come se ci fosse il pubblico, nota che i  compagni lo guardano ridendo dall’altra parte del vetro. Voltatosi,  nota con orrore che dal suo Marshall esce un fumo a dir poco sospetto;  torna a guardare in cabina di mixaggio e vede George che gli fa segno  di non interrompere, pronto a rischiare l’incolumità del fratellino  pur di mettere su nastro la sua brillante performance.

Aneddotica a parte, il disco  sprizza energia da ogni solco: le chitarre celebrano tanto la  straordinaria sensibilità ritmica di Malcolm quanto l’esplosività  delle improvvisazioni di Angus e le canzoni sono tutte magnifiche,  tant’è che trentacinque anni dopo gli AC/DC continuano a suonare  metà album ad ogni concerto. Apre le danze Go Down, un  accorato invito che Bon rivolge ad una sua caliente ammiratrice soprannominata Lips (labbra), dedicandosi poi a mettere tutti in  guardia dalle insidie del music business con Dog Eat Dog. La  monumentale Let There Be Rock inframmezza strofe che riassumono  l’avvento del rock’n’roll negli States a tiratissime parti di  chitarra condite dai soliti illuminanti assoli blues. L’energica Bad  Boy Boogie è un altro classico: il ragazzaccio Angus la sfrutta  da decenni per calarsi le brache davanti al suo pubblico, tanto che  solo qualche affermata modella internazionale può affermare di aver mostrato le proprie chiappe a più persone di lui. Nonostante Bon  possa descrivere di persona l’esperienza di un overdose, non parla  di droga ma descrive in modo un po’ malinconico la dipendenza da una  donna. Lo stesso mood è ripreso nella successiva Crabsody In Blue,  una sgangherata ballata blueseggiante inopportunamente sostituita  dalla pur ottima Problem Child nell’edizione internazionale  del disco. Il gruppo torna a pestare sodo con Hell Ain’t A Bad  Place To Be che ancora una volta quel romantico etilista di Bon  Scott dedica all’amore, in particolare alla poco salutare abitudine  di farsi calpestare moralmente dalla propria compagna.

Sette canzoni, sette centri  pieni, ma la band ha ancora in serbo l’irresistibile rock’n’roll  di Whole Lotta Rosie, ispirata a una cicciona originaria della  Tasmania con la quale Bon ebbe il piacere di dissertare di filosofia  (a pagamento…). La canzone è ancor oggi uno dei più  rappresentativi esempi dell’inarrestabile carica vitale posseduta  dall’hard boogie dei quintetto.

La band a questo punto ha di  fronte a sé un futuro in ascesa, e la sua incrollabile fiducia nella  propria musica la porterà a superare ogni ostacolo. Il 20 febbraio  1980 Bon, dopo una serata di bevute, si addormenta in auto e muore  soffocato dal proprio vomito. Nonostante la gravissima perdita, il  gruppo prosegue e con Brian Johnson (Geordie) realizza nello stesso  anno il suo più grande successo commerciale con Back In Black.  Pur privi di un autore di testi all’altezza di Bon, gli AC/DC  continuano a celebrare donne e sesso, successo, whisky e la forza  vitale del rock, in barba ai soliti benpensanti e alle mode che si  succedono a ritmo frenetico. E anche se ora si spostano in limousine,  continuano a suonare in jeans e maglietta e i loro concerti sono  tuttora una delle esperienze più emozionanti alle quali un appassionato di rock possa assistere.

DISCHI DELLA  MEDESIMA VENA ARTISTICA

D.A.D.  / Riskin’ It All (Warner, 1992)
Nati come Disneyland After Dark, questi quattro danesi non amano  prendersi troppo sul serio, proprio come gli AC/DC. Nonostante la loro  fonte d’ispirazione sia palese riescono a personalizzare il proprio sound grazie a parti soliste piuttosto riconoscibili, guadagnandosi un  buon seguito dal vivo grazie a qualche trovata bizzarra come il basso a  due corde a forma di razzo. A partire dal terzo album No Fuel Left  For The Pilgrims (1989) passano su major e iniziano ad affermarsi  all’estero. Tre anni dopo pubblicano Riskin’ It All, il loro  lavoro migliore, zeppo di brani trascinanti e successivamente iniziano  ad indurire la loro musica perdendo per strada qualche fan.

Angels / Face To Face (Albert,  1978)
Eroi dell’underground australiano, devono il loro esordio  discografico all’appoggio di Angus Young e Bon Scott che gli permisero  di incidere il debutto omonimo per la Albert nel 1976. Come tutte le  band del loro Paese incontrano non pochi problemi a farsi conoscere all’estero,  nonostante questo convincente secondo album e l’altrettanto piacevole No  Exit (1979). Da notare come molti loro album escano a nome Angel  City per evitare l’omonimia con una band americana. Dopo una pausa di  riflessione a cavallo degli anni Ottanta e Novanta tornano insieme nel  1996 per la gioia di tutti coloro che apprezzano il loro hard rock  schietto ed energico.

Turbonegro / Apocalypse  Dudes (Bitzcore, 1999)
La battaglia in nome del rock’n’roll combattuta dagli AC/DC in  Australia negli anni Settanta viene portata avanti, vent’anni dopo, da  questo seminale gruppo di pervertiti norvegesi. Anche se sono più vicini al punk e al glam che al sanguigno boogie rock del quintetto di  Sydney, la loro carriera ispira una miriade di band scandinave (tra le  quali si distinguono Backyard Babies e Gluecifer) che negli anni Novanta  inducono la critica a coniare il termine scan-rock. Nel ‘98, quando Apocalypse  Dudes deve ancora essere pubblicato sui mercati  internazionali, la band si scioglie per poi tornare a lavorare su un nuovo disco quattro anni dopo.

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