Quando le Amina terminano il loro show introduttivo e il telone bianco scende e scherma il palco, separandolo dal pubblico; quando le note di Glósóli iniziano a far luce dalle sue spalle, qualcuno si sarà ricordato di quella sera del maggio 2002, del concerto tenutosi ancora al Laugardarshöllin, durante il quale un gruppo non famoso, poco più che “locale”, senza il supporto di una major, era in procinto di spiccare un volo che l’avrebbe portato, tre anni dopo, a un ritorno a casa da nuovi messia della musica islandese, osannati ed amati come (quasi) pop star. I caratteri dell’evento, pubblico di tutte le razze (musicali) e di tutte le età, lingua inglese che serpeggia tra bocche e orecchie più dell’autoctona, sold out da far invidia ai White Stripes, che solo una settimana prima non riuscirono a godere di tanta folla. E poi l’atmosfera: luce amaranto che illumina il telone ed invade la sala, Ny Batterì, la voce di Jònsi. Non più una parola, bocche cucite e adorazione. L’Islanda come se la immaginano viaggiatori e turisti sognanti è racchiusa sotto la volta di un palazzetto di Reykjavik. Gli occhi si chiudono; il pubblico, che potrebbe ben più accostarsi a un concerto di musica classica che a uno rock, sbaglia qualche applauso, ma riesce ad ammutolirsi e rispettare l’intimità. Takk, lasciato scorrere poco alla volta. Sæglópur, Njósnavélin a richiamare Untitled e ad illuminare di luce smeraldo. Ancora Takk. Gong. Poi Andvari: stelle che rivestono le pareti, pubblico in brodo di giuggiole. Qualcuno in “trance agonistica” inizia a danzare seguendo fiati ed ottoni del valzer conclusivo di Sé lest. I tamburi e il basso di Olsen Olsen: la quiete si riappropria della sala, il blu soffuso illumina a sprazzi, di nuovo silenzio. ritorno al passato, a quando Ágætis Byrjun stupiva gli ascoltatori di un giovanissimo gruppo islandese. Viorar vel til loftárása, la stasi sulle note dell’iniziale solo di tastiera. Sognare o no, non si può non commuoversi, emozionarsi, ancora la voce di Jònsi a farsi lentamente spazio, difficile rimanere ancorati al parquet; il minuto di silenzio della “falsa fine”, applausi fuori tempo (che siano i turisti il male della musica?), l’esplosione orchestrale conclusiva. Svo hljótt e Heysàtan per terminare la prima parte del concerto, ma nessuno s’è ancora ristabilito dalle emozioni di Viõrar.
Qualche minuto, non bisogna nemmeno pregare troppo, tornano sul palco e ancora più indietro nel tempo. fino a Von e alla poesia di Hafssòl, basso incessante e ossessivo, anestetizzante; ma sono le parole e le note eteree di Smàskifa a mettere fine al bis. Al primo bis, perché di nuovo sul palco, ancora. Le prime frasi rivolte al pubblico, in islandese; un giro di basso: Popplagi, lumi rossi che da candele puntate sui membri del gruppo, vanno scatenando un rogo sulla platea nel finale, infuocano accendono e incendiano la scossa conclusiva. Ci si ridesta, si riappoggiano i piedi per terra. dopo un’ora e quaranta. Cinque, dieci minuti d’applausi ininterrotti, standing ovation dei seduti, inchini della band a ripetizione, abbracci figurati, lacrime d’emozione. Saranno anche gli “ultimi giorni da locali”, come titolava un giornale islandese, ma ci sono dei riconoscimenti, delle dimostrazioni d’affetto, quelle che riserba il proprio pubblico, dalle quali una band non potrebbe allontanarsi mai.
