Due dischi separati, una sola necessità: quella di rappresentare un mon-do squinternato, fatto di tristezza e follia, ma anche di sogno e utopia.
Tom Waits affida ancora una volta le sue canzoni alla magia della ballata, e se in Alice si permette, quasi per abitudine, qualche sconfinamento nel pirotecnico carrozzone del circo, in Bloody Money rimane splendidamente fedele a una narrazione malinconica, incupita da quella voce straordinaria a metà strada tra un colpo di tosse e una carezza. I due cd sono separati e non uniti in un’unica confezione solo perché legati a genesi spazio-temporali differenti, una dovuta alla messa in opera dell’omonimo racconto di Lewis Carroll, e l’altra al Woyzeck di Georg Buchner.
Entrambi i lavori nascono da una collaborazione teatrale di Waits con Robert Wilson, commediografo d’avanguardia col quale Tom ha già scritto il commento musicale della piece The Black Rider, da cui è nato il disco omonimo del ’93. Lo spettacolo di Alice è rappresentato nel ’92, ma solo ora esce la colonna sonora, naturalmente riaggiustata rispetto all’originale. “Alice”, dice il suo autore, “è un disco per adulti che parla di bambini, un susseguirsi di deliri febbrili che si alternano a toni epici espresso con torch songs e valzer; un’odissea che si dipana con una logica onirica e nonsense.” Il lavoro apre con il pezzo omonimo che Waits dedica alla moglie Kathleen Brennan, preziosa collaboratrice di tutte le sue composizioni. “Ma devo essere pazzo per andare a pattinare sul suo nome”, dice la canzone, “nel tracciarlo per due volte e cadere attraverso il ghiaccio di Alice”; “Kathleen”, continua Waits, “è la mia Alice; da oltre vent’anni mia moglie ha un ruolo importante nella costruzione delle canzoni che scrivo e sono affascinato dal suo metodo di lavoro. Si immerge nella lettura simultanea di più giornali e racconti e si perde in un susseguirsi di stimoli continui; poi, quando alza la testa, ha già in mente la storia che deve raccontare.”
I pezzi che seguono mantengono la costruzione visionaria dell’inizio, Everything You Can Think è un’ode d’amore, dolce e disperata come il rumore del treno che parte in apertura e chiusura del pezzo; Watch ‘Em Disappear è costruita con flash, immagini veloci di ricordi che si intersecano con un presente confuso e perso; Lost In The Harbour, uno dei pezzi più belli, è la negazione del desiderio da parte della realtà, l’impossibilità di versare lacrime per lasciare spazio unicamente allo strazio interiore.
Alice è un lavoro delicato e sensibile costruito musicalmente in modo da interiorizzare il più possibile il pathos delle storie raccontate. La follia visionaria di Waits prende il sopravvento su qualsiasi altra forma espressiva e raggiunge punte di intenso lirismo che rimarrà nella storia della sua produzione.
Se Alice è un gran bel disco, Bloody Money lo è forse ancora di più; le canzoni di questo cd sono particolarmente ispirate e si affidano a melodie romantiche per parlare di brutalità e tenerezza, sentimenti contrastanti che nei rapporti umani spesso si intersecano fino a creare complicate conflittualità esistenziali. “La vita è un errore continuo. e non ne uscirai vivo”, dice Waits in Starving In The Belly Of A Whale come se il destino dell’uomo fosse tracciato da una mano scura e non lasciasse spazio ad alcuna forma di riscatto. Bloody Money trae spunto da un dramma dell’Ottocento tedesco e ha una forte caratterizzazione socio-politica. Il soggetto delle canzoni è quasi sempre l’uomo sfruttato e depredato della sua libertà, troppo schiacciato dalle catene del potere per potersi svincolare e ritrovare un’umanità. Il cd è musicalmente omogeneo, concepito, come si diceva, intorno alla ballata malinconica, sostenuta da interventi strumentali soffici ed efficaci, con i fiati in primo piano a gonfiare il cuore di mestizia. Il resto lo fa, esattamente come in Alice, la voce straordinariamente aspra e spigolosa di Waits, presente in tutte le tracce tranne che in Calliope, strumentale di grande spessore.
——————————————————————————–
Voto: 9 a entrambi
Perché: sono due dischi concepiti con la medesima filosofia espressionista che affida alla ballata il compito di inquadrare testi visionari dal marcato carattere sociale ed esistenziale.
