09/12/2010

SFIDA ALL’ULTIMO TASTO – CHILLY GONZALES

Oggi, tutti possono fare un album e andare in giro a suonare. Per questo, uno come me deve inventarsi sempre qualcosa di nuovo pur di prendere le distanze da quella pletora di musicisti patetici e inferiori che mi circonda».
Sembra una vecchia frase di Frank Zappa, invece è la recente dichiarazione di guerra di Chilly Gonzales, nuovo “piano hero” degli anni zero.
Uno che, in fatto di invenzioni, non è secondo a nessuno.
Oltre a essere produttore e coautore di Feist, collaboratore di Peaches e di Jane Birkin, da qualche tempo si è dedicato al piano solo non tralasciando la passione per il rap né le sempre meno fugaci incursioni nell’elettronica.
Il 18 maggio 2009 al teatro Ciné 13 di Parigi ha battuto il record della più lunga performance di un artista solista (appartenuto, fino ad allora, alla vocalist hindustani Prasanna Gudi): 27 ore, 3 minuti e 44 secondi.
«Ma non dovete badare più di tanto alla quantità», sottolinea, «la qualità della mia musica, quella sera, è stata eccelsa».
“Gonzo” non è soltanto lo strumentista eccentrico che si presenta in scena con vestaglia (o accappatoio), ciabatte e guanti bianchi. Il suo show pianistico è una tambureggiante sequenza di ritmi e melodie che s’inseguono senza soluzione di continuità, dove brani originali si mescolano a classici del rock, in cui le intensità timbriche variano in modo imprevedibile lasciando esterrefatto anche l’ascoltatore più navigato.
La sua tecnica è ai confini della realtà non tanto nel virtuosismo quanto piuttosto nell’attitudine: lo strumento viene percosso in modo selvaggio e, un attimo dopo, accarezzato con impensabile affetto… la tastiera viene sfiorata, martellata o levigata come nessuno ha mai fatto prima d’ora.
L’effetto è garantito: Gonzales ammalia, stupisce, affascina e colpisce.
Ne sa qualcosa Andrew W.K., bizzarro rocker, songwriter, producer e attore californiano trapiantato a New York City che, per primo, ha accettato la sfida del Gonzo: quella di un combattimento tra pianisti.
Luogo dell’incontro: il Joe’s Pub di Manhattan, uno dei music club più cool della Grande Mela. Il talentoso e istrionico Andrew (manco a dirlo) ne esce a pezzi: fosse stato un match di pugilato la sconfitta sarebbe stata decretata per ko tecnico.
Gonzales non è un pivellino montato e arrogante. Tutt’altro.
Canadese di nascita ed ebreo di cultura e religione, di nome fa Jason Charles Beck e a soli 3 anni inizia a suonare sbirciando il fratello maggiore che sta prendendo lezioni di piano. Più tardi, si diploma al Conservatorio della McGill University e inizia una carriera di compositore. Gli piace moltissimo il jazz e lo suona in modo davvero sbalorditivo.
Nel 1990, la prima svolta: forma i Son, band di alternative rock, e firma un contratto con la Warner. Pubblica un disco di discreto successo, va in tour aprendo i concerti dei Barenaked Ladies, quindi si imbarca in un concept album che gli dà grandi soddisfazioni. Ma che non vende quasi nulla.
Deluso dal music business, annoiato dal way of life nordamericano, nel 1999 Jason parte per Berlino. Non parla una parola di tedesco e per strada, un giorno, viene apostrofato come «Gonzales». Nasce, in quel momento, l’idea del personaggio: Jason Beck si trasforma in Chilly Gonzales, rapper ebreo strafottente e bizzarro.
«Vuoi sapere chi è veramente Gonzales?», chiede Jason con un sorriso sardonico. «Un rapper burlone dell’underground berlinese, un produttore instancabile con una nomination al Grammy, un virtuoso del pianismo malinconico, un detentore di record da Guinness dei primati… Ma tutto questo è marketing», chiosa quando si fa più serio, «e mi è servito per creare il personaggio. I combattimenti di pianoforte hanno avuto lo stesso obiettivo anche se non credo esista nessuno al mondo in grado di battermi…».
Lo spirito competitivo di Jason (che dal 2004 vive a Parigi) è stato mutuato dagli scacchi, altra sua grande ossessione. Come ha dimostrato in Ivory Tower, film da lui recentemente ideato, scritto, recitato, musicato e prodotto, che racconta la storia di due fratelli ebrei canadesi (ma guarda un po’) campioni di scacchi che, a un certo punto della loro vita, trovano una via diversa, quasi filosofica. Che trasforma il vecchio gioco in una nuova, diversa, affascinante sfida…
Nel film, oltre a Gonzales, ci sono amici e collaboratori come la funambolica Peaches, il deejay/producer Tiga (nel ruolo del fratello), la deliziosa Leslie Feist (in un piccolo cameo). La musica è profondamente diversa da quel Solo Piano che, nel 2004, gli ha cambiato la vita: la soundtrack di Ivory Tower, in cui riaffiorano rap ed elettronica, suona perfetta come colonna sonora per le immagini ma pure altresì un po’ anonima al puro e semplice ascolto. Tanto che, nelle anteprime milanesi del film, l’artista canadese ha voluto far precedere le proiezioni con mini esibizioni solitarie: lui, il suo pianoforte verticale, il solito abbigliamento stravagante, le surreali suite di cui è maestro.
Ma provate a navigare in Rete e guardatevi Gonzales accompagnare la bella Feist in versione unplugged o fare da back up a una versione piano e voce di Jesus Christ Superstar con una sbalorditiva Peaches a dominare la scena. Per non parlare di un paio di stravaganti duetti rappati o di un’infinità di pezzi per solo piano da pelle d’oca.
Chi avrà il coraggio di sfidarlo nella prossima piano battle?

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