11/05/2007

Solomon Burke

Make Do With What You Got – Shout Factory/Sony

Tre anni fa non ne faceva mistero: quel disco, piovuto dal cielo e accettato inizialmente con una buona dose di scetticismo, era la sua ultima chance per provare a competere con il rinnovato mercato del rhythm & blues. Quel disco, Don’t Give Up On Me, gli ha fatto portare a casa il primo Grammy in cinquant’anni di carriera e, cosa più importante, gli ha aperto non solo il mercato della musica nera contemporanea, ma anche quello più ampio del pop. Con quel disco, Solomon Burke, “the King of rock’n’soul”, si riappropriava di una intera carriera per diventare, assieme a pochi altri fratelli (B.B. King fra questi), contemporanea figura di riferimento e anello di congiunzione tra i due universi della musica popolare americana, quello nero e quello bianco.

La cosa più facile da fare, all’indomani di quel Grammy, era provare a ripeterne la formula e come allora lasciarsi guidare da un produttore intelligente (era Joe Henry) e da una manciata di canzoni scritte apposta da un cast di eccellenza. Make Do With What You Got, che segna una nuova partnership con la Shout Factory, prova a ripetere solo in parte quella formula magica, e i risultati sono, almeno per chi vi scrive, decisamente superiori. Difficile a credersi forse, ma un paio di differenze fondamentali tra i due album si sentono, eccome. Innanzitutto si sente Solomon Burke cantare come se invece di 50 anni dietro alle spalle avesse solo 50 giorni (o solo 50 giorni da vivere), buttando dentro alle canzoni, in molti casi magistralmente reinventate, una tempesta di emozioni che tradiscono un’urgenza comunicativa che va ben al di là della classe e del mestiere affinato da una così lunga carriera. Tutta la personalità, artistica e umana, di King Solomon tracima da ogni singola canzone, e alla fine poco importa che si tratti di canzoni nuove scritte proprio per lui (ce ne sono un paio, la splendida title-track offerta da Dr. John e uno standard di Van Morrison, At The Crossroads), di cover tanto disparate quanto eccellenti, o di brani originali (in realtà uno solo, l’autobiografica After All These Years): ciò che alla fine ne esce è un disco di Solomon Burke, punto e a capo. Merito di una maggiore confidenza e affidamento nei confronti del produttore, Don Was, che oltre a offrire le canzoni giuste e un team di musicisti stellari (dalle chitarre di Reggie Young e Ray “Ghostbuster” Parker, alle tastiere di Rudy Copeland, da sempre con Burke, ai tamburi di James Gadson, uno che sa far cantare la batteria), ha saputo definire con precisione e ricchezza di accenti lo spettro sonoro flessibile, indispensabile per la prorompente esuberanza del canto di Burke. Ma soprattutto merito di Burke che trova la chiave di ogni canzone, ne svela l’anima mettendo a nudo la sua, e la ricostruisce di nuove verità. Lo fa con il Bob Dylan di What Good Am I?, solenne e ispirata, con i Rolling Stones di I Got The Blues, che declina nel suo impareggiabile fraseggio gospel, con il Dr. John di Make Do With What You Got, un solido treno funk lasciato e ripreso come se fosse l’ultimo, con l’Hank Williams di Wealth Won’t Save Your Soul, riportata in chiesa nella trascendenza di un gospel che lascia sullo sfondo tutta la sua materialità. E lo fa, soprattutto, con The Band, inventandosi forse la più bella versione (vien da dire la più vera) di It Makes No Difference, Re e Vescovo insieme. Storie che diventano, per naturale ineluttabilità, piccoli grandi sermoni, anche quando è l’amor profano a guadagnare il pulpito, che sia quello scatenato e sensuale della traccia d’apertura, I Need Your Love In My Life, dove le chitarre e gli ottoni lanciano Burke sul sottile confine tra inferno e paradiso, o quello spezzato, frutto del rimpianto e della solitudine, di Let Somebody Love Me, una ballata che taglia a fette il cuore.

——————————————————————————–

Voto: 8
Perché: non era facile ripetere un disco come Don’t Give Up On Me. Burke fa addirittura di meglio, firmando un disco potente ed emozionante, dove non sono le canzoni e la produzione a fare la differenza. La differenza la fa lui.

On demand

Iscriviti alla Newsletter

Vuoi rimanere sempre aggiornato su rock e dintorni? Iscriviti alla nostra newsletter
per ricevere tutte le settimane nuovi video, contenuti esclusivi, interviste e tanto altro!