Nonostante tutto, uscendo dal Filaforum, qualcuno che scuote la testa lo si incontra. Eppure, liquidare la neonata collaborazione tra Brian May, Roger Taylor e l’ex Free Paul Rodgers attraverso uno sbrigativo “Queen is dead” sarebbe miope. L’operazione, infatti, una ragion d’essere ce l’ha, costituita se non altro dal ricordare ai giovanissimi (la maggioranza, nel sold out di Assago) che, negli anni 70, alle popstar di oggi era vietato anche solo entrare in un palazzetto.
Certo, la serata milanese dei redivivi Queen qualche limite l’ha mostrato. Al trio (arricchito da altrettanti sidemen, tenuti per la verità un po’ troppo in disparte) va tuttavia riconosciuta l’attenuante dell’essere appena alla sesta data del tour. Ciò detto, sia bandita ogni volontà persecutoria, ma l’anello debole della catena sembra proprio il neo acquisto Paul Rodgers. Apparso occasionalmente in défaillance vocale (specie nel finale, con stecca da cartellino giallo su We Are The Champions), paga il pegno di una presenza scenica acerba, nonostante la discreta sintonia con i nuovi colleghi. L’ex voce dei Bad Company tiene fede al proposito di non scimmiottare il compianto Mercury, ma ciò pare limitarlo, tanto che finisce con il dimenarsi alla stregua di un tv trainer di aerobica, con il lancio in aria dell’asta del microfono quale intermezzo tra gli esercizi. Non è un Re, non è un Principe, potrebbe essere un Duca, ma urge che salga sul trono. È giusto comunque essere ottimisti, anche perché su pezzi che smerigliano le corde vocali come Tie Your Mother Down (introdotta da una dolce Reachin’ Out, apertura di serata dopo un inspiegabile rap di Eminem) o Hammer To Fall, ha offerto un contributo pertinente.
Per quanto riguarda, invece, i vecchi sovrani, superlativo Brian May. L’assolo formato famiglia di Brighton Rock (sottolineato, sul maxi schermo, da efficaci immagini dei luoghi londinesi della storia recente della band) la dice lunga su chi fosse l’altra metà del cielo Queen, con la scarica di Bohemian Rhapsody a raschiare via i dubbi residui e amplificare i brividi dati dalla voce e dalle immagini di Freddie a corredo del pezzo. Roger Taylor da manuale su I’m In Love With My Car e sull’accelerazione da G negativo di I Want It All, ma non quadra l’abbandono della batteria per cantare The Days Of Our Lives: perché non fidarsi del nuovo vocalist fino in fondo?
Oltretutto, lo show convince finché resta sui binari di un gruppo di amici che si divertono a rockeggiare selvaggiamente, pescando nel repertorio dei Queen (festa collettiva su Radio Ga Ga o I Want To Break Free). Quando si sposta sul melenso sentiero dell’amarcord – è il caso, tra l’altro, della parentesi acustica di ’39 e Seagull (dal repertorio solo del cantante) – perde in intensità. Forse per questo, dopo le due ore culminate in God Save The Queen il richiamo ad ulteriori bis non è arrivato. Voto finale prudente, in attesa che il tempo e le altre date portino gli attesi frutti.
