22/03/2007

Mars Volta

L’Hardcore incontra il Progressive

Qual è il look di un tizio che si chiama Omar A. Rodriguez-Lopez? Camicia viola con sopra gilet di pelle nero, jeans délavé strettissimi in vita (ha una circonferenza bacino così striminzita che Kate Moss se la sogna), scarpe da tennis, qualche tatuaggio sugli avambracci, capigliatura afro che neanche il Michael Jackson di Ben e un paio di occhiali dalla montatura nera così imponente che farebbero sfigurare quelli che indossava Flavor Flav dei Public Enemy o l’Elton John dei vecchi tempi. Va da sé che un personaggio agghindato in quel modo non può essere un nobile decaduto di qualche casata spagnola, come il suo nome parrebbe suggerire, bensì è il giovane chitarrista, nonché demiurgo e mastermind di una delle più formidabili rock band in circolazione al giorno d’oggi, i Mars Volta. Si dà il caso che la seconda e ultima prova della sua compagine, Frances The Mute, sia uno di quei dischi che non vengono pubblicati ogni mese e anzi si candida di diritto a essere uno degli album dell’anno (vedi recensione su JAM 112).

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Scene di vita matrimoniale rock

Omar è tranquillo, ma attento e si mostra interessato e partecipe da subito. A vederlo pare più giovane dei suoi 28 anni, eppure sembra perfettamente calato nel ruolo del saggio. I Mars Volta sono la sua band, molto più di quanto lo fossero gli At The Drive In, dal quale sono discesi sia loro sia gli Sparta, il gruppo dei tre ex Jim Ward, Paul Hinojos e Tony Hajjar (vedi box a pag. 47 e 48).

“Il punto è che per noi è decisivo il processo di crescita, di evoluzione all’interno della dimensione musicale. Il problema con gli At The Drive In era che gli altri componenti della band erano fossilizzati dentro una maniera molto specifica e restrittiva di vedere, sentire e vivere la musica. Avevano bisogno di condividere un territorio comune all’interno del quale sentirsi a proprio agio. Io e Cedric (il suo “fratello” nell’avventura Mars Volta, nda) invece avevamo bisogno dell’esatto contrario: volevamo sentirci persi in un deserto, sperimentare sensazioni ignote che ci dessero l’opportunità di crescere. In aggiunta a questo l’obiettivo era quello di spingerci sempre più in là, utilizzando però le nostre radici, come possono essere il canto in spagnolo o l’impiego di percussioni tipiche – clave, guajira, tumbao – di quel tipo di musica che in genere si definisce salsa, ma in realtà è qualcosa di diverso. Ma il nostro approccio va oltre e abbraccia l’elettronica, la pittura, il colore, l’emozione: per noi tutte queste cose rappresentavano esse stesse la musica ed era una cosa che non tutti i membri degli At The Drive In erano in grado di comprendere: a loro interessava sapere quale fosse la nota da suonare, quale il ritmo…”

Quindi sono queste le ragioni per cui gli At The Drive In si sono sciolti. “Sì, alla fin fine ero stanco di quella musica e ho capito che non ero più innamorato di mia moglie: la band. Mi sono svegliato e le ho detto: non ti amo più. Il sesso è noioso, il cibo è noioso visto che è sempre lo stesso, noi abbiamo smesso di comunicare in maniera proficua e quindi ti devo lasciare, voglio intraprendere qualcosa di nuovo. E così il gruppo si è sciolto e ho fondato i Mars Volta. Ho confessato a Cedric le mie intenzioni e lui mi ha risposto: ok, facciamolo, sono con te.”

I risultati hanno dato loro ragione, considerato che il loro esordio come Mars Volta, quel De-Loused In The Comatorium pubblicato nel 2001, è stato accolto in maniera eccellente da pubblico e critica, tanto da superare il milione e mezzo di copie vendute, un ottimo risultato se si pensa alla complessità e alla non facile digeribilità del disco. “Beh non sapevo neppure avesse venduto così tanto, è grandioso. Diciamo che lo considero come un bambino che stava sognando. All’epoca la band era come stesse dormendo ed era immersa in sogni meravigliosi, selvaggi, colorati ed elettrici. Ora con Frances The Mute la band si è svegliata e si è resa conto che la realtà è persino più bizzarra, straordinaria, elettrica dei nostri sogni. Adesso ci sentiamo pronti per iniziare a camminare e il prossimo anno a correre e quello dopo ancora a volare, fino a che alla fine cadremo al suolo morti e torneremo di nuovo alla terra.”

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Un Concept sulla ricerca delle radici

L’universo Mars Volta è una realtà poliedrica e multistratificata, che racchiude al suo interno un’attenzione maniacale per musiche, feeling complessivo e testi. Proprio questi ultimi sono un fil rouge che in qualche modo lega De-Loused In The Comatorium, un concept fantascientifico ispirato alla tragica morte per suicidio dell’artista e loro amico Julio Venegas, a Frances The Mute, che invece racconta una storia ispirata da un’altra morte, per overdose, di un’altra persona a loro cara, il tastierista dei Mars Volta Jeremy Ward, deceduto nel maggio 2003. Jeremy un giorno trovò nel sedile posteriore di un’automobile un diario e si rese conto di avere molto in comune con l’autore.

“Penso che siano stati i sentimenti che aleggiavano intorno a quell’episodio che hanno reso possibile la nascita di questo disco. Alcune persone, sapendo del ritrovamento di questo diario da parte di Jeremy, hanno pensato che noi avessimo preso il diario, l’avessimo letto e da lì, capitolo per capitolo, personaggio per personaggio, avessimo composto pedissequamente tutta la storia, ma non è andata così: è l’assurdità dietro quel fatto che ci ha spinti ad agire. Jeremy trova un diario nel retro di un’automobile e se lo tiene, e già questo è strano ed è stata un’influenza per noi. Poi scopre che lui ha diverse cose in comune con l’autore del diario: entrambi sono stati adottati, coincidenza non da poco e anche questo ci ha colpiti. Alla fine lui stesso decide di finire di scrivere il diario basandosi sulla propria vita, e anche questo è strano. Insomma alla fine ne vien fuori un quadro complessivo piuttosto insolito e abbiamo voluto servircene come spunto creativo, perché le sensazioni che provavamo intorno a tutta questa storia erano stimolanti.”

“Ci siamo serviti”, continua il musicista, “degli scherzi e dell’ironia che circondano la vicenda e li abbiamo inseriti nel disco. Abbiamo persino catturato l’odore che c’era nell’aria: proprio con Jeremy mi ero reso conto che esiste un odore legato a ogni particolare momento della vita di tutti noi, qualcosa che ha a che fare con la nostalgia. Addirittura il cibo – nella mia mente ho immagini nitidissime a riguardo – che abbiamo mangiato in quei momenti è stato in qualche modo inserito nell’album. La mia memoria è piena di istantanee della realtà, della vita di quei momenti e tutto ciò ci è stato utile nella composizione.”

La storia narrata ha una morale? Cosa vuole dirci? “Ogni nome che dà il titolo a una canzone può essere inteso come un personaggio oppure semplicemente come un’emozione. Per me il disco rappresenta la nostra ricerca delle radici e la ricerca dei pezzi mancanti. Jeremy cercava le proprie radici, perché non aveva mai conosciuto i suoi veri genitori. Le tue radici, la tua famiglia, sono quelle da cui sei biologicamente nato in linea di sangue, oppure le persone che ti fanno crescere, che ti amano, che si prendono cura di te, che ti aiutano a formarti le idee? Per me e per Jeremy era valida la seconda ipotesi. Quando vai alla ricerca delle tue radici ti accorgi che esistono degli elementi che ti aiutano a trovare le risposte, elementi che a volte possono essere persone, oppure cose come cattedrali, venire in Europa per la prima volta, droghe, sesso, cibo: tutto ciò può essere inteso come una serie di personaggi o concetti.” Quindi il messaggio è: cerca le tue radici? “O la tua famiglia. Decidi cosa è importante per te. La tua famiglia è il sangue che ti scorre nelle vene o l’ambiente che ti circonda? Questo devi capire.”

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Tra istinto e ragione

I Mars Volta fanno politica pur non utilizzando affatto termini o comportamenti scontati. Fanno politica perché oggi, o forse sempre, avere un’etica, una morale, una visione personale della realtà in qualche modo è dare un messaggio politico. Omar è consapevole e nient’affatto naïf: sa che per raggiungere un certo risultato è necessario imboccare una strada impegnativa. Basti pensare che solo la fase di registrazione di Frances The Mute li ha tenuti occupati per circa otto mesi, sballottandoli in giro per otto studi, per loro piacere: “Ne abbiamo utilizzati così tanti perché…”. A questo punto arriva Cedric e conclude la risposta dell’amico: “Perché lui è gay, ecco perché!”. Al che Omar replica: “È vero”. E partono le risate. Ma la serietà torna subito: “Di solito si entra in uno studio di registrazione e ci si focalizza in quella situazione. Questa volta però abbiamo pensato che sarebbe stato molto più interessante recarci in diversi luoghi per sperimentare ciò che quei luoghi ci avevano comunicato in passato, riutilizzare quelle energie, quei sogni. Le vibrazioni che ci trasmette Milano non sono le stesse che ci trasmettono il Giappone, l’Australia o la Germania. Quando eravamo tornati negli Stati Uniti ci erano venute in mente per esempio le sensazioni che avevamo provato in Australia e allora, siccome era nostra intenzione riacciuffarle, quale modo migliore per ritrovarle se non ritornare in quei posti?”. Detto così non fa una piega.

L’ingresso di Cedric vivacizza l’atmosfera: ha un’allure da teppistello annoiato, una capigliatura impossibile (al cui confronto quella di Rick James o di Don King sembrano da paggetti) tanto che non resisto e gli chiedo se per caso sia una parrucca, ma lui nega e dice che sono i suoi veri capelli. Sembra la metà complementare di Omar, tanto che quando chiedo loro quali siano stati i motivi che li hanno spinti a ospitare nel disco artisti come Larry Harlow e Lenny Castro, Cedric non può fare a meno di sbottare: “Soldi!”. Ma è solo uno scherzo. Il compito Omar invece prosegue: “Semplicemente il condividere pensieri comuni: quando hai l’opportunità di lavorare su un progetto che ti sta così a cuore non vuoi far altro che condividerlo con quelle persone che consideri di famiglia, così come lo sono Flea, John Frusciante e Lenny Castro. Quando pensi alle musiche che hai composto ti vengono in mente cose del tipo: oh, qui ci starebbe bene Flea che suona la tromba. Poi considero Larry Harlow la maggiore ispirazione per quanto riguarda il mio modo di suonare la chitarra”.

Ma la domanda che frulla in testa è un’altra: chiedo come sia possibile costruire un lavoro così ambizioso come Frances The Mute, così imbevuto di strutture complesse, dinamiche cangianti, ritmi complicati, timbri differenti, incontri e scontri tra stili diversi. “Penso che tutto alla fine sia una questione d’istinto. Tu utilizzi espressioni come ‘complicato’ e il mio cervello automaticamente le traduce come ‘divertente’ o ‘eccitante’. Quando dici ‘ritmi complicati’, ‘strutture complesse’, per me significa che suoniamo servendoci di ritmi molto divertenti ed eccitanti, di strutture molto divertenti ed eccitanti. Alcune persone hanno bisogno di strofa-ritornello, altre invece di una componente di divertimento maggiore, di continue novità. Per noi è semplicemente una necessità il fatto di non volerci annoiare. Davvero non c’è molto altro oltre al voler fare in modo che quello che suoniamo sia eccitante per noi stessi, ci interessi a fondo e che non suoni come il nostro disco precedente.”

Sembra che per dare vita a una cattedrale di suono del genere l’arma nascosta sia la semplicità, il che potrebbe essere piuttosto paradossale. “Sono dell’idea che sia tutta una questione di personalità: la musica che facciamo è un riflesso diretto della nostra personalità e così le nostre parole. La realtà che ci circonda e di cui siamo imbevuti non fa altro che trasmettersi in maniera fedele in ciò che componiamo. L’ambiente in cui siamo calati modifica i nostri comportamenti: se per esempio sono preoccupato nei confronti di un mio amico probabilmente mi rivolgerò a lui in tono molto serio, parlando con voce lenta e bassa; se invece ho una discussione animata con la mia ragazza probabilmente urlerei con tutto il fiato che ho nei polmoni, sbatterei la porta e così via. Tutto si riflette nella nostra musica: inglese, spagnolo, spanglish, parole inventate fanno parte della nostra cultura.”

La furia che viene dal post hardcore canalizzata attraverso strutture che ricordano il prog rock d’annata: un po’ il leitmotiv che serpeggia all’interno di Frances The Mute. Quindi viene naturale domandarsi quale sia la percentuale tra istinto e ragione che li anima. “Credo che l’irrazionale abbia un posto esattamente di fronte alla componente razionale. Penso che abbiamo iniziato dal lato razionale – discutevamo il concept, gli arrangiamenti delle canzoni, utilizzavamo un approccio molto intellettuale in fase di registrazione: voglio usare quello studio, quei microfoni, ecc – ma dopo un po’ il progetto ha cominciato a sfuggire al nostro controllo, la musica ha cominciato a prendere il sopravvento e questa è la parte irrazionale. Dopo un po’ abbiamo trovato dei significati a cui noi stessi non avevamo pensato prima ed è stata la musica stessa a indicarceli.”

La sensazione finale rispetto a un album del genere è quella di chiedersi come sia possibile in futuro andare oltre, superare un limite così estremo. “Questo è ciò che avevano detto a proposito di De-Loused In The Comatorium. Noi stessi siamo rimasti stupefatti dalla notevole accoglienza che ha ricevuto quel disco, ma tutti in pratica ci chiedevano: come farete in futuro a fare meglio di così? Non vedo come possiate superarlo. E noi rispondevamo sempre: beh, non c’interessa, non ne abbiamo bisogno. Anche adesso ti dico che a noi basta divertirci, creare qualcosa d’eccitante e di interessante. Quando sei sposato o stai con una donna da più di due anni, devi davvero trovare qualcosa che renda interessante ogni giorno e che affascini entrambi, se no le cose si ripetono tutte uguali, le motivazioni calano e questo succede perché molti danno tutto per scontato, le conversazioni divengono noiose. Devi darti da fare se vuoi che le cose continuino a procedere per il verso giusto.”

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