17/05/2007

Diana e l’infinita seduzione del jazz

La musica è sempre più da coniugare al femminile. Me ne sto rendendo conto ogni giorno che passa e non solo perché in questo periodo sto lavorando all’opera Le Regine della Musica (Fabbri Editori) o al festival Just Like A Woman (Varazze, 6-28 luglio). Qualche settimana fa, mentre stavo rivedendo insieme all’ottimo Ivo Franchi il libro 100 dischi ideali per capire il Jazz (a proposito, è in libreria in questi giorni: non fatevelo sfuggire) ho fatto mente locale: se togliete Armstrong e Chet Baker (che non erano propriamente cantanti) o Sinatra e Nat King Cole (che non erano stilisticamente dei jazz singer) le più grandi voci jazz del Novecento sono state tutte donne. E che ancora oggi, con buona pace della mia preferita, Miss Betty Carter, che in punto di morte si vedeva come l’ultimo esemplare di una razza in estinzione, a portare alta la bandiera vocale della “più americana delle musiche americane” sono ancora artiste del gentil sesso.

Alla favolosa Cassandra Wilson e all’emergente Patricia Barber si è aggiunta in questi giorni la deliziosa ventiduenne newyorkese Jane Monheit nel cui ultimo album (l’eccellente Come Dream With Me) tra le altre cose c’è una versione strepitosa di A Case Of You di Joni Mitchell. E proprio la ex “Signora del Canyon” ha ormai imboccato con l’elegante Both Sides Now la strada dei grandi classici per orchestra. Anche se, per dirla tutta, quella che da qualche tempo viene considerata la più suadente regina del modern jazz è un’altra bionda canadese. Questa affascinante vocalist, come i lettori più informati avranno già intuito, si chiama Diana Krall e nel 1995 ha stupito il mondo con All For You, suo personalissimo album tributo all’arte del grande Nat King Cole.

Nata a Nanaimo, nella British Columbia, cioé nella parte occidentale del Canada, Diana è cresciuta in una famiglia musicale: sua nonna ma soprattutto suo padre erano grandissimi appassionati. Pare proprio che il signor Krall avesse la collezione completa dei dischi di Fats Waller; normale, quindi, che la piccola Diana a soli quattro anni fosse già davanti ai tasti bianchi e neri di un pianoforte.

“La mia famiglia ha avuto un ruolo decisivo nella mia formazione musicale”, mi risponde sbadigliando (ancora sotto evidente jet-lag) dalla sua stanza d’albergo londinese “così come lo hanno avuto anche i miei successivi ascolti, mentre frequentavo il liceo o la Berklee School Of Music”.

Diana, in questi giorni, sta completando il nuovo album The Look Of Love di cui ho potuto ascoltare quattro brani (oltre alla title-track due cover di standard celeberrimi come Cry Me A River e Dancing In The Dark): sembra il degno seguito del formidabile When I Look In Your Eyes che, oltre ad aver venduto più di un milione di copie, ha garantito due Grammy e una nomination al titolo di Album Of The Year (prima volta in 20 anni che un disco jazz riceve tale riconoscimento).

“Ma non so se etichetterei la mia musica come jazz”, sottolinea la Krall, “o per lo meno non m’importa molto di come venga definita. Io la considero musica classica americana del Ventesimo secolo”.

“Ad essere sinceri, non vedo questo album come il seguito di When I Look In Your Eyes”, tiene a precisare, smentendo in qualche modo la mia percezione, “qui ci sono più ballate e bossa nova rispetto al lavoro precedente anche se permane un certo gusto per gli arrangiamenti orchestrali”.

“Posso dire che dopo il successo di When I Look In Your Eyes ho subito molte pressioni. Ma va bene così: anche questo fa parte della mia professione”.

È felicissima quando le dico che, visitando il suo sito (www.dianakrall.com), ho potuto ammirare il video della sua partecipazione al tributo a Joni Mitchell.

“Quella è stata una delle serate musicalmente più importanti della mia vita”, mi dice Diana, “sono una grande ammiratrice di Joni e del suo ex-marito Larry Klein, con cui ho avuto una relazione sentimentale durata oltre un anno. Alla serata-tributo ho cantato A Case Of You, accompagnata solo dal mio pianoforte. Sempre, durante i miei concerti, mi concedo una parte confidenziale in cui mi esibisco da sola, piano e voce. Beh, quella volta è stato speciale; davanti a Joni credo di aver dato il meglio di me”.

Nel sito si possono anche ammirare altre immagini della Krall ospite di vari programmi televisivi americani come il Letterman Show al quale ha recentemente partecipato in coppia con Tony Bennett.

“Il tour con Tony Bennett è terminato lo scorso anno. È stato un’esperienza unica e probabilmente irripetibile’. Fresca reduce da un paio di date nello Yucatan (Messico), Diana è stata punta da un insetto e ha rischiato grosso.

“Ma ora sto benissimo”, rassicura, “pronta per continuare il mio tour e per gli ultimi ritocchi al nuovo album che uscirà in settembre”.

“Non scelgo i miei pezzi in base a criteri particolari”, mi spiega, “ed è abbastanza casuale, come tu hai notato, che il tema dell’amore sia piuttosto ricorrente nelle mie produzioni. Scelgo una canzone che in primo luogo deve emozionarmi: altrimenti, come posso a mia volta emozionare il pubblico?”

“Di tanto in tanto”, continua, “mi viene la tentazione di scrivere delle canzoni. Ma poi succede sempre che ascolto qualcosa di straordinario e mi dico: ‘Ci sono già così tanti bei pezzi in giro…’. Probabilmente non è ancora giunto per me il momento giusto di tirar fuori, anche compositivamente, quello che ho dentro”.

Certo è che, ascoltando i dischi di Diana e le sue ultime registrazioni, è impossibile non rimanere colpiti dal suo elegante, fascinosissimo approccio alla musica, dal suo stile impeccabile, dalle sue squisite capacità interpretative. Che, abbinate al look da top model (che ha sbalordito anche l’ottimo Paddy Moloney dei Chieftains quando ha chiamato la Krall per il suo album tutto al femminile Tears Of Stone) costituiscono una miscela irresistibile che spiega forse il segreto del suo successo commerciale. Sono lontani i tempi in cui, ragazzina, si faceva le ossa in un bar del suo paese dove si ritrovavano gli appassionati di hockey. “Ma anche quella esperienza mi è servita molto… se non altro per imparare ad attirare l’attenzione del pubblico”, rivela oggi Diana.

Serena, soddisfatta e piena di gratificazioni professionali, la Krall siede stabilmente sul suo trono di “modern jazz queen”. E che la sua musica lei la consideri jazz o meno poco importa: emana comunque quel fantastico e irresistibile profumo delle grandi voci femminili del secolo scorso che lei continua a mantenere in vita.

On demand

Iscriviti alla Newsletter

Vuoi rimanere sempre aggiornato su rock e dintorni? Iscriviti alla nostra newsletter
per ricevere tutte le settimane nuovi video, contenuti esclusivi, interviste e tanto altro!