15/05/2007

Rolling With The Thunder

Estate del 1975. Le strade del Greenwich Village, New York. I giorni di gloria del quartiere bohemien sono passati da un pezzo, almeno da quando il cantautore Jim Croce, alla fine dei Sessanta, ha detto che “New York is not my home anymore”. Lì dove, un decennio prima, la gente faceva la fila per entrare nelle coffee house per ascoltare il folksinger di turno; là dove, con un po’ di fortuna, si poteva incontrare un allucinato Bob Dylan scendere da una limousine con la sua corte di poeti e spacciatori, con al braccio una stellina rubata ad Andy Warhol, oppure ascoltare un Jimi Hendrix ancora sconosciuto far esplodere la sua chitarra tra le mura del Cafè Wha?, adesso ci sono solo fantasmi. Ad esempio quello di Tim Hardin, un tempo splendido cantautore di successo, adesso magro come uno zombie in giro a scroccare un’altra dose di eroina. Oppure Phil Ochs, gonfio e stordito, mentre si scola un’altra bottiglia di whisky, patetica im-magine di quel cantautore di sinistra che metteva alla berlina i presidenti degli Stati Uniti e guidava le marce per la pace. Tutti sono andati in California a cercar fortuna, molti hanno mollato la spugna da quando fare il folksinger non è più cool come una volta.

C’è una scena, però, a New York, che brucia e ribolle di novità: è quella del puzzolente CBGB’s, qualche isolato più in giù del Greenwich, un club che sarebbe meglio definire una toilet con un palco, dove sta emergendo il futuro del rock’n’roll e della Grande Mela: Patti Smith, Television e Ramones, tra gli altri, sono i nuovi eroi. Oppure devi andare al Bottom Line, dove in quell’agosto del ’75 Bruce Springsteen, il nuovo santo in città, sta tenendo dieci serate consecutive per lanciare al mondo il suo sogno di rock’n’roll, meglio noto come Born To Run. Per quando avrà finito quella maratona, avrà “lasciato questa città di perdenti”: se ne sta andando per vincere, sulla sua thunder road.

Qualche sopravvissuto, a dire il vero, lo trovi ancora in quello che una volta era il cuore del fok revival, il Bitter End, da un anno ribattezzato The Other End. Ad esempio Ramblin’ Jack Elliott e Bob Neuwirth, due vecchi amici di Bob Dylan nei Sixties che stanno suonando proprio lì, in quell’agosto del ’75. Ed è lì che, senza alcun annuncio, silenziosamente e inaspettato, Bob Dylan stesso sta tornando. Al Greenwich, ai suoi fantasmi e a un nuovo mattino che sta inseguendo da quel pomeriggio, nel luglio ’66, quando per poco non ci era rimasto, a bordo di una motocicletta, sulle colline di Woodstock. Quando era la rockstar più popolare del pianeta, insieme ai Beatles.

A Bob Dylan, infatti, non è bastato un clamoroso comeback tour, un anno prima, con i vecchi amici di The Band, un tour passato alla storia come campione di incassi bruciando ogni precedente tournée rock. Né gli è bastato incidere Blood On The Tracks, il suo più bel disco dai tempi di Blonde On Blonde, un capolavoro di intima riflessione acustica.

Sente l’aria che arriva da New York, Bob Dylan. Va a vedere Patti Smith che suona, in quell’estate, e ne è talmente colpito che scrive un brano, Isis, ispirato dalla sua performance. Poi va ad ascoltare Jack Elliott, duetta con lui e si ubriaca con Phil Ochs. Una sera appare anche, non annunciato, sul palco del vecchio Folk City, dove i sopravvissuti dei Sixties festeggiano Mike Porco, il proprietario di quel club che dieci anni prima aveva permesso a ognuno di loro, Dylan compreso, di lanciare la propria carriera. Poi discute con il vecchio amico ritrovato Bob Neuwirth un sogno che culla da anni, quello di una tournée itinerante che attraversa gli Stati Uniti senza battage pubblicitario, con a bordo tutti quelli che hanno voglia di esserci. “Sarà come un tuono fragoroso che rotola per l’America”, dice Dylan. Un rolling thunder. Uno schiaffo in faccia a quello che è diventato il rock’n’roll, un mega business dove le star si esibiscono negli stadi da 80mila spettatori per esaltare il proprio ego più che per fare buona musica. Addirittura Dylan e Neuwirth pensano di prenotare in segreto i locali e senza dire, fino al giorno prima, che Bob Dylan è in città. Sarà un medicine show, una revue stile compagnia dell’arte italiana del Rinascimento, una pazzia mai vista prima nel mondo del rock. Per Dylan c’è una risposta sola: perché un tour, adesso? “Perché credo sia quello che devo fare. Andare in tour è nel mio sangue.”

Quell’estate del ’75 è anche quella che vede Dylan comporre e registrare il suo nuovo disco Desire (vedi box sotto) una serie di ballate forti come un racconto di Steinbeck, che attraversano l’America e le sue ingiustizie (la storia di Hurricane), i suoi sogni più romantici (Joey, un mafioso descritto come una sorta di Robin Hood), così come le visioni del suo poeta rock più famoso, lo stesso Dylan: Iside, la dea della luna; Sara, la musa che gli ha salvato la vita; la figlia del re degli zingari e un amore impossibile (One More Cup Of Coffee).

È un Bob Dylan che sta bruciando, come non gli accadeva da anni, di una passione artistica incontenibile: l’unica valvola di sfogo è la strada dei concerti. Dopo una serata improvvisata, al Greenwich, in cui si alternano tra gli altri Ramblin’ Jack Elliott, Bob Neuwirth, Ronee Blakey, Joan Baez, Roger McGuinn, Patti Smith, Eric Andersen e Dylan, il cast del tour è pronto. Oltre a Dylan, che si esibirà nel corso di ogni serata più o meno a metà dello show, avranno il loro spotlight tutti i nomi prima citati (meno Andersen e la Smith, che declinano l’invito per altri impegni), mentre ospiti occasionali si aggiungeranno in alcune date: Joni Mitchell, Robbie Robertson, Ronnie Hawkins, Kinky Friedman, Arlo Guthrie. Guida spirituale è il santone della beat generation, Allen Ginsberg: “Non ho mai sentito Dylan esibirsi in modo così potente. Sembra un imperatore del suono”, dirà.

È chiaro che si tratta di una celebrazione di un’intera generazione, quella dei Sessanta, e di alcuni tra i suoi maggiori protagonisti. Ma è anche, in vista delle celebrazioni dei 200 anni dalla nascita degli Stati Uniti d’America che scatteranno l’anno seguente, nel ’76, una sorta di viaggio alla riscoperta dell’America stessa, partendo, non a caso, da quella città di Plymouth, Massachussettes, dove arrivarono i padri pellegrini a fondare la nazione. Ma anche l’America e quanto di alternativo essa ha espresso: Jack Kerouac, ad esempio, con il concerto tenuto nella sua città, Lowell, e la visita sulla sua tomba, su cui Dylan e Ginsberg improvviseranno poesia e musica.

Non basta ancora. Dylan è talmente ‘carico’ che decide che tutta l’avventura sarà filmata (“Ne faremo un film che manderà all’aria Hollywood”, dichiara): non solo i momenti musicali, ma anche l’intero tour, con ogni protagonista che si improvvisa attore. Il risultato sarà il discusso film di quattro ore di durata Renaldo & Clara (vedi box a pag. 36), alla cui produzione collabora il drammaturgo Sam Shepard, anche lui a bordo del carrozzone, naturalmente.

I concerti della Rolling Thunder Revue rivelano un Dylan ai livelli massimi della sua capacità di performer. Ben coadiuvato da un’ottima band, i Guam (al cui interno militano la sezione ritmica che ha collaborato alla registrazione di Desire, il bassista proveniente dal rockabilly Rob Stoner e il batterista Howye Wyeth, più David Mansfield alla pedal steel e mandolino, la violinista Scarlet Rivera, il chitarrista T-Bone Burnett e l’altro chitarrista Mick Ronson, già negli Spider Of Mars di David Bowie, più Steven Soles, chitarra e voce), Dylan sembra aver fatto pace con i fantasmi che lo avevano ossessionato durante il comeback tour con The Band di un anno prima, in cui sembrava quasi costretto, di malavoglia, a riprendere in mano quello scottante songbook che aveva composto negli anni Sessanta.

Adesso, invece, appare liberato: canzoni come Mr. Tambourine Man, eseguite in modo fascinosissimo, con amore e passione, o addirittura Blowin’ In The Wind eseguita ogni sera in duetto con Joan Baez, sono un autentico riappropriarsi di quanto di buono gli anni Sessanta avevano creato. E lui ne è consapevole, sa che sta tornando al suo posto di portavoce dell’America stessa, per chi lo vuole ascoltare: per i sopravvissuti dei Sixties come lui o per chi era troppo giovane allora e lo scopre solo adesso.

Altri classici, ad esempio Hard Rain, vengono ristrutturati in devastanti esecuzioni elettriche, mentre il suo ruolo di portavoce dell’America che soffre è siglato dalla nuova ballata Hurricane. Canzone che diventa anche sigla di una campagna sociale tesa a riaprire il caso del pugile Rubin ‘Hurricane’ Carter, accusato di omicidio durante una rapina avvenuta nel luglio 1966. È un evidente caso di persecuzione razziale, avvenuto in un momento storico in cui i ghetti di mezza America erano sconvolti da incidenti e sommosse popolari. Che cosa di meglio che accusare di omicidio un nero che sta per diventare campione del mondo, arrogante e minaccioso per la supremazia bianca? Bob Dylan, nei primi mesi del ’75, aveva letto la biografia di Carter, The Sixteen Round, ne era rimasto talmente colpito da averlo voluto incontrare in carcere, di persona.

Hurricane, un brano di furiosa denuncia sociale, non solo guida Desire, una volta pubblicato, al successo in tutto il mondo con oltre un milione di copie vendute, ma apre una ferita nel cuore dell’America. L’ultimo concerto del tour è un benefit per Rubin Carter, The Night Of The Hurricane, tenuto al Madison Square Garden con la presenza di Mohammed Alì, cioè Cassius Clay (“Non sapevo manco chi fosse questo Bob Dylan”, dirà l’ex pugile), l’ultimo grande momento di coinvolgimento politico e sociale di Bob Dylan. È presente anche l’uomo che, pochi mesi dopo, diventerà il nuovo presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter. Purtroppo, nonostante i segnali che sembrano positivi, una nuova revisione del processo non darà alcun risultato e Carter resterà in prigione fino al 1985.

Lo spirito che anima la Rolling Thunder è unico: certe sere Joan Baez, con su i vestiti di Dylan, viene annunciata come Bob Dylan. Lo stesso cantautore sale sul palco, ogni sera, con una maschera che ne deforma i tratti e solo quando comincia a cantare il pubblico capisce di chi si tratta. Come un recitante della commedia dell’arte italiana, poi, Dylan ha il volto completamente pitturato di vernice bianca. Dirà di aver preso l’idea dai Kiss (!). Allen Ginsberg benedice a modo suo ogni serata e quanto l’atmosfera generale abbia ispirato Bob Dylan in alcune delle sue più significative performance di tutta la carriera, lo mostra sufficientemente bene l’esecuzione di Isis, immortalata in Renaldo & Clara e visibile finalmente al grande pubblico (ché il film non è mai stato pubblicato come vhs e gira solo sporadicamente in qualche cinema d’essai) nel dvd allegato all’edizione speciale di Bootleg Series Vol. 5. Senza la chitarra, un gesto già oltraggioso, Dylan è spiritato e invasato, come lo era solo nel corso dell’epocale tour del 1966: gli occhi lanciano autentiche saette in ogni direzione, mentre le mani e le braccia disegnano ampi gesti celebrativi nell’aria. La musica intorno a lui è selvaggia e delirante e si consuma, in quell’esecuzione, un autentico sabba degno di un medicine show, quasi Dylan stia evocando i fantasmi di Robert Johnson e Hank Williams. Il rock come forma di espressione totale.

La Rolling Thunder Revue poi, vive di momenti propri anche al di là del palcoscenico, in uno spirito di cameratismo e di poesia unici: l’incontro con i nativi americani in una riserva (tributo alle radici più vere del Paese), il cui capo, incredibile coincidenza, si chiama proprio Rolling Thunder; la cerimonia buddista sulle rive del fiume, all’alba, guidata da Ginsberg; la visita a un’anziana maga di origine napoletana (Mama) in cui ognuno si fa leggere i tarocchi; il concerto nella prigione di Hurricane con spettatori i detenuti; la visita alla tomba di Jack Kerouac con Ginsberg che chiede a Dylan che epitaffio vorrebbe sulla propria tomba e lui che risponde: “Nessuno”.

“Ho lasciato la strada che ci vedevo doppio. Ma di sicuro è stato un viaggio che ne è valsa la pena”, dirà Dylan al termine del tour. Era stato assente dalle scene per otto anni (dall’estate del ’66 al gennaio del ’74), tranne sporadiche apparizioni. Poi venne il tour del comeback con The Band che non fu abbastanza per fargli ritrovare la voglia di esibirsi. Fino a quando giunse il tempo della Rolling Thunder Revue. Si può dire, a ragione veduta, che quella voglia incessante di esibirsi che è giunta all’eccesso del cosiddetto Never Ending Tour sia nata proprio allora. È dal 1975, praticamente, che Bob Dylan è sempre in giro ad esibirsi, infrangendo le regole del music biz che vogliono un artista in tournée solo dopo l’uscita di un album nuovo. Quando comincia la RTR, nell’ottobre del ’75, Desire non è ancora stato pubblicato, lo sarà solo nel gennaio 1976. Nella primavera di quell’anno la Revue si rimette on the road e Dylan, a Larry Sloman, confida che adesso sarà così per sempre, ci sarà sempre una revue a portare in giro la sua musica. Quel re degli zingari di cui cantava nelle strofe oscure di One More Cup Of Coffee alla fine ha tolto la maschera: è Bob Dylan.

Nel corso degli anni sul palco, ancor più che in studio, Dylan darà vita ad alcuni dei momenti più alti (così come ad alcune autentiche cadute) della sua intera carriera. “Quando avrò novant’anni e mi vorrai vedere, mi troverai su di un palcoscenico, da qualche parte”, ha confidato alcuni anni fa. La musica ha senso solo nell’atto della performance, è questa l’eredità più bella che la Rolling Thunder Revue ci ha lasciato. Un concetto che sconfigge ogni pretesa di consegnare la musica rock ai musei o ai freddi solchi di un vinile o di un cd. La musica è una cosa viva in continua trasformazione e ha significato nel momento della sua rappre-sentazione, costi quel che costi, anche una serata svogliata e balorda. Ma quando l’artista vince, allora potremo solo mangiarci le mani per non essere stati presenti.

“Andare in tour è nel mio sangue”, aveva detto Dylan nel ’75. Il suo è il sangue di uno zingaro. Lui è lo zingaro del rock’n’roll.

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