15/05/2007

Zwan

Milano, Alcatraz, 20 febbraio 2003

Questa volta non è Cenerentola ad essersi scordata della zucca, ma è la zucca ad essersi dimenticata delle fiabe, o perlomeno delle leggende metropolitane che la volevano triste, contrita, persino un po’ nefasta e, diciamocelo pure un po’ portasfiga (quanti di voi maschietti avete fatto i dovuti scongiuri all’apparire di un Bill Corgan di nero vestito dall’aspetto a metà tra un prete inquisitore e un becchino?). E invece l’incredibile Billy (proprio quello che per molti è stato il fratello pacioccone di Vicky la sorellina robot) si è trasformato per l’ennesima volta, anzi è letteralmente resuscitato dall’oltretomba.

Svestiti i panni lugubri, le messianiche autocelebrazioni decorate con incisi musicali di ampollosa prolissità, Corgan è tornato il ragazzino spensierato di sempre.

L’apertura del concerto degli Zwan si tinge da subito di caleidoscopiche vibrazioni, intessute da colorati orditi chitarristici e da fluorescenti giri di basso. L’atmosfera è fresca, leggera, inebriante, poppy, anche se non mancano le divagazioni psichedeliche, gli affondi aggressivi e i richiami, inevitabili, ai vecchi Smashing Pumpkins e meno male. Perché soltanto alcuni giovanissimi accorsi per il tormentone Honeslty hanno forse scordato l’enorme impatto innovativo e l’importanza che le zucche di Chicago hanno avuto nella storia del rock alternativo degli anni 90. Billy lo sa e sorride beato, con la sua inconfondibile crapa pelata, consapevole di essere l’idolo di una generazione (e questo ce lo rende perfino simpatico). Jimmy Chamberlin, Matt Sweeny, Paz Lenchantin e David Pajo lo sostengono raggianti e festosi sfoderando grande coesione nella splendida Lyric e nella copiosa Of A Broken Heart. La frizzante temperanza dei brani di Mary Star Of The Sea sfocia a tratti in momenti di spumeggiante elettricità, o si inspessisce di cavalcate sonore che non diventano mai cupe, oppure si stempera in istanti di poesia pura dove Corgan ritrova tutto il suo lirismo come nell’odissea di Jesus, I.

Più vicini all’attitudine di Siamese Dream che agli ultimi lavori barocchi delle zucche, gli Zwan appaiono come una riuscita operazione transgenica, in cui il dna del padre fondatore, rimpiantato in tempi e territori diversi, arriva a superare per certi versi l’originale. Forse Corgan aveva semplicemente troppi fardelli: alleggerito di quelli e con la band rinnovata, il buon vecchio Billy sa creare ancora pezzi dall’appeal inconfondibile e indimenticabile.

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