Londra, 10 febbraio, ore 15, Paddington Station.
“Devo andare a Chelsea Harbour, al Conrad” dico al taxista, un nero dal volto sorridente e dal portamento fiero.
“Ha scelto un posto molto bello, signore” mi dice, serrando con discrezione le porte della Austin nera.
“A dir la verità, sto da un’altra parte. Vado in quell’albergo per intervistare un paio di rockstar”.
“Posso chiederle con chi avrà l’onore di conversare?”.
“Certo, con Emmylou Harris e Mark Knopfler”.
“Ah, ok.”.
Dalla reazione alquanto evasiva, capisco che il simpatico driver ignora totalmente chi siano i miei ospiti. Il problema è che anche alla concierge del lussuosissimo Conrad Hotel mi chiedono di fare lo spelling di Knopfler per capire se il suo nome figura nella guest list. A salvare capra e cavoli ci pensa Paul Crockford, manager di Knopfler (e coordinatore di quest’ultima session di interviste, quella destinata alle televisioni europee) che, proprio in quel momento, arriva in mio aiuto.
Paul mi fa accomodare al sesto piano e mi offre un graditissimo cappuccino caldo. Nella stanza accanto, una troupe della tv portoghese sta terminando il suo lavoro mentre, insieme a noi, ci sono la giovane e briosa assistente di Emmylou più una make-up artist, venuta (pare) appositamente dagli States.
La conversazione tra le due donne e Crockford mostra una volta di più le distanze tra americani e inglesi. Battute e frecciatine giungono, da entrambe le parti, a ritmo vertiginoso. Dopo una ventina di minuti, Paul mi fa accomodare nel salotto, perfettamente arredato, dove è stato allestito il set per l’intervista.
Saluto gli artisti che mi attendono. A causa dello special televisivo sui Grammy Awards 2006, registrato a Roma, ho dormito una decina di ore negli ultimi tre giorni eppure Knopfler & Harris sembrano più stanchi di me. Per loro, questa è l’ultima intervista di una lunga settimana promozionale dedicata ai giornalisti del vecchio continente.
Capisco bene il loro stato d’animo. E cerco di essere il più carino possibile.
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Accasciati, più che seduti, su comode poltrone le due rockstar paiono fisicamente provate ma di buon umore, anche se, nel loro caso, trattasi di condizione piuttosto normale (il buon umore, intendo.). Disponibili, educati e collaborativi, Mark e Emmylou sono artisti facili da intervistare. A entrambi piace parlare, raramente si innervosiscono e non hanno argomenti tabù.
Vestito molto casual (per dirla in modo gentile.) e con i pochi capelli un po’ arruffati sulla fronte, Mark Knopfler è anti personaggio per eccellenza. Emmylou, alle soglie dei 60 anni, appare invece più radiosa che mai. Capelli candidi, viso perfetto e perfettamente truccato, vestita con un abito nocciola da cowgirl chic, la signora di Birmingham, Alabama, emana lo stesso seducente fascino che ha stregato legioni di maschi nel corso di 35 anni di carriera.
“Ho appena registrato Magdalene Laundries per un tribute album dedicato alla tua amata Joni Mitchell che uscirà tra non molto su etichetta Nonesuch” mi dice, aggiungendo sempre nella serie delle belle notizie che, recentemente, ha anche “collaborato con Sam Bush per il suo nuovo disco solista”.
Con Mark, prima di iniziare l’intervista, parliamo un po’ di moto. “Ho recuperato pienamente dopo l’incidente dello scorso anno. Mi è rimasto l’amore per le motociclette d’epoca. Ho una bella Mv Agusta ma ho una passione tutta speciale per la Vincent. La conosci, vero?”. Certo che la conosco anche se, per mantenere in funzione quegli oggetti d’epoca delicatissimi, devi come minimo viaggiare con un meccanico seduto sul sedile posteriore. Altro che Harley-Davidson.
Essendo ancora in clima Grammy, mi complimento con entrambi per aver vinto un “grammofonino” a testa: Emmylou come miglior performance vocale country al femminile e Mark per la riedizione del ventennale di Brothers In Arms nella categoria Best Surround Sound Album.
Mark: Grazie. sai per lei è come bere un bicchier d’acqua. ha vinto un sacco di Grammy.
Emmylou: Ok, vi racconto una cosa buffa. Come sapete, ho diversi gatti in casa e sono costretta a tenere sempre socchiusa la porta che conduce in cantina. Così, una sera.
Mark: Ci vuoi dire che hai usato una statuetta del Grammy come ferma porta? Cavolo, dovresti vergognarti (ride).
Emmylou: Hai ragione. ma la cosa peggiore è che l’hanno notato anche alcuni musicisti e persino il mio produttore perché facevamo prove e riunioni a casa mia.
Mark: A saperlo, ti prestavo il mio MTV Award che è anche più grande. (Rivolto a me) Ehi, non starai mica registrando, vero?
Emmylou: Ezio, avvisami. devo star seduta bella diritta, come diceva sempre mia mamma.
È vero che il vostro primo incontro è stato durante la registrazione di una puntata dello show tv di Chet Atkins?
Emmylou: Sì, come ci ha ricordato un tuo collega qualche giorno fa, è stato nel 1987. Pur se eravamo nello stesso spettacolo e Chet era stato così carino da presentarci l’uno all’altra, gli studi televisivi non sono certo il luogo migliore per socializzare.
Mark: In quello show avevo il ruolo di accompagnatore di Emmylou. Ero il chitarrista della band. Di una band speciale, ovviamente, con una cantante stellare: Emmylou Harris.
Ci volete ricordare la figura di Chet Atkins, chitarrista virtuoso, arrangiatore e producer stimatissimo, nonché autentico padre della vecchia e nuova country music?
Mark: Potremmo anche estendere il concetto e affermare che Chet Atkins è stato uno dei padri della moderna pop music perché i suoi dischi hanno influenzato un numero enorme di artisti dei generi più disparati. Lui, quasi, non se ne rendeva conto.
Emmylou: Il contributo di Chet come produttore è stato veramente importante.
Mark: Già, alla fine, il suo chitarrismo straordinario era la cosa meno rilevante.
Tu hai inciso un album di duetti insieme a lui. Qual è il tuo ricordo di Chet Atkins?
Mark: I miei ricordi più belli si riferiscono alle cose semplici. Sono stato davvero fortunato ad aver trascorso moltissimo tempo con Chet facendo cose banali come prendere insieme il caffè di mattina, camminare per le strade di Nashville, chiacchierare del più e del meno. In altre parole, conservo un ricordo fantastico del Chet Atkins amico. Ovviamente, il musicista era inarrivabile. Ma questo lo sanno tutti, io posso vantarmi di essergli stato amico.
Cosa è successo dopo che vi siete incontrati allo show di Chet Atkins? Io ricordo un paio di vostri duetti registrati per un album-tributo alla musica di Hank Williams, ma questo è stato non molto tempo fa. Dal 1987 al 2003 vi siete più rivisti?
Emmylou: Io e Mark abbiamo un paio di amici comuni a Nashville, Paul Kennerley e David Conrad. Quest’ultimo è anche il nostro editore ma, soprattutto, un formidabile punto di contatto. Di conseguenza, occasioni per vederci o sentirci c’erano. Tanto che, ogni qual volta capitava che Mark veniva a Nashville e io ero in città, c’erano forti possibilità di incontrarci. Ricordo, ad esempio, un concerto di beneficenza (il Second Harvest) che si tiene una volta l’anno per raccogliere fondi a favore di famiglie indigenti, che spesso non hanno nemmeno la possibilità di nutrire i loro figli. David Conrad è uno degli organizzatori e, all’inizio degli anni 90, mi ha chiamato sapendo che ci sarebbe stato anche Mark Knopfler con i Notting Hillbillies. Io, all’epoca, suonavo con i Nash Ramblers capitanati da Sam Bush. Anche quella volta ci siamo visti e abbiamo suonicchiato insieme.
Mark: È vero. Me lo ricordo, io e Brendan Croker abbiamo fatto una mini session con voi.
Emmylou: Quindi, qualche anno dopo, Mark è venuto in città per registrare alcune parti del disco Sailing To Philadelphia. Mi ha chiamato perché voleva che facessi alcuni cori. Ricordo bene quella volta perché era la sera del Giorno del Ringraziamento.
Mark: È vero. incredibile.
Emmylou: Dice così perché gli sembra una cosa eccezionale.
Mark: Beh, per gli americani, il Giorno del Ringraziamento è una cosa eccezionale.
Emmylou: Giusto. Ma avevo finito la cena. Con me, c’era anche mia figlia, in vacanza dall’università. E, dopo aver mangiato il tacchino, dovevo fare questo “provino” per Mark Knopfler. dovevo lavorare, così lei mi ha seguita. Abbiamo registrato due canzoni bellissime, Red Staggerwing e Donkey Town. Le nostre voci si fondevano benissimo e il duetto funzionava a meraviglia. Credo che, a quel punto, qualcosa abbia cominciato a frullare nella testa di Mark. forse ha pensato che quelle due canzoni non erano propriamente adatte per Sailing To Philadelphia ma che avrebbero potuto essere l’inizio di un progetto diverso.
Mark: Confermo. Red Staggerwing è un duetto classico, nella vena di Johnny Cash e June Carter. Che è proprio ciò che piace a Emmy: si diverte a chiamare le canzoni di questo disco pezzi alla June & Johnny, ma soprattutto quelle due canzoni sembravano proprio fatte per un sodalizio uomo-donna che non era esattamente il filone di Sailing To Philadelphia. Dopo quel progetto che hai menzionato dedicato a Hank Williams c’è stata la possibilità di lavorare nuovamente insieme. Abbiamo visto che funzionava e così abbiamo iniziato a considerare seriamente l’idea di pubblicare un intero album. Quando stavo registrando Ragpicker’s Dream, ho scritto un altro paio di brani che mi sono sembrati ideali per il progetto con Emmylou. Approfittando del fatto che lei era disponibile, li abbiamo incisi. Sono nati All The Roadrunning e This Is Us. A quel punto, i pezzi cominciavano a essere quattro. Da allora, è passato ancora del tempo perché Emmy ha sempre qualcosa da fare.
Emmylou: Anche Mark ha sempre qualcosa da fare.
Mark: Già. Però, a un certo punto, abbiamo deciso che era giunto il momento di chiudere il progetto. Ci siamo ritagliati una settimana intera per terminare il lavoro e così, uno in fila all’altro, abbiamo registrato otto pezzi. Il nostro album era finalmente pronto.
Emmylou: Ma non era finita. Ciascuno di noi aveva progetti solisti sui quali lavorare; dischi da terminare, pubblicare, promuovere. Inoltre, le nostre case discografiche, hanno voluto far uscire pure delle collection dei nostri lavori migliori. e così ben quattro album si sono intromessi ritardando ulteriormente l’uscita di All The Roadrunning.
Mark: Emmylou era nervosa. Voleva far sentire l’album ai suoi amici ma io glielo impedivo. “Non è ancora finito, è un rough mix” le dicevo. Ma lei mi implorava: per piacere, per piacere.
Emmylou: Sì, gliel’ho chiesto un sacco di volte.
Mark: Per farla felice, ogni volta che finivo il mixaggio di un brano lo inviavo a Emmy. ha potuto ascoltare il disco solo pezzo per pezzo attraverso le mail che le inviavo.
Emmylou: Ma ho mantenuto la promessa che gli avevo fatto e non l’ho mai fatto ascoltare a nessuno.
Mark: Al di là di tutto, sapevo che quei mix necessitavano di ulteriori aggiustamenti, che dovevano essere migliorati. Ma soprattutto non avevo ancora deciso la corretta sequenza dei brani e per un album come questo ritenevo fosse un fattore importante. Anzi, decisivo.
Emmylou ha detto che registrare questo disco è stato pura gioia. A me verrebbe da dire che è pura gioia per le orecchie degli appassionati l’ascolto di All The Roadrunning. Mark, hai davvero composto le canzoni in una prospettiva uomo-donna, specificamente per questo progetto? E quanto è stato diverso rispetto al tuo normale metodo compositivo?
Mark: Non ho composto le canzoni pensando “bene, questa strofa la canta Emmy, quest’altra io”. Non è andata così. Sarebbe stato un po’ stupido da parte mia. Mi sono limitato a scrivere di getto anche se, inconsciamente, ero nello stato d’animo post 11 settembre teso quindi a dare attenzione al valore della vita, alla natura straordinaria di una vita ordinaria.
Ho letto che il tuo amico Steve Phillips diceva che una volta andavi in giro con una borsa da pescatore nella quale tenevi un quaderno su cui ti appuntavi qualsiasi cosa colpisse la tua attenzione e che questa cosa, spesso, diventava il soggetto di una canzone. È vero? E ti capita ancora di fare così?
Mark: Gli autori di canzoni hanno sempre le antenne in funzione. e la memoria spesso vacilla. A volte mi capita di far la barba al mattino e scordarmi quello cui stavo pensando. ecco l’utilità del mio block notes: fissare alcune idee, per non dimenticarle. Da qualche tempo sto diventando una specie di rigattiere. Mi capita di immagazzinare nozioni e cose senza sapere esattamente il perché: Beachcombing parla di qualcosa del genere, raccogliere pezzettini di cose. Fossi un pittore, uno scultore o un artista che si occupa di visual farei proprio quello che racconta la canzone: andrei in spiaggia a raccattare ciò che trovo. A volte, quello che facciamo rimbomba talmente forte dentro di noi che solo in un secondo tempo si riesce a comprenderne il significato. Sapevo che il lavoro mio e di Emmy aveva un certo valore. Non intendo: ehi, fermi tutti, adesso vi facciamo ascoltare qualcosa di importante. Quello che abbiamo fatto era ed è importante per noi. Importante per il momento che stiamo vivendo, per i problemi della nostra età e per il fatto di essere uomo e donna in questa fase della nostra vita.
La cosa più stupefacente del disco è, a mio avviso, il modo in cui cantate insieme. Soprattutto Emmylou che sembra avere un talento naturale per cantare in armonia. Qualcuno mi ha detto che cantare con Gram Parsons o con Bob Dylan (che non volevano mai provare) sia stata per te una scuola insostituibile. È vero? Si tratta solo di un dono divino o è anche frutto di studio e tecnica?
Emmylou: Non credo di possedere una tecnica vocale specifica.
Mark: Dai Emmy, spiegaci quanto sei brava.
Emmylou: Ho cantato in armonia per così tanto tempo. e Gram Parsons è stato una scuola importante. Io, al contrario di quello che hai detto, credo fosse estremamente facile cantare con lui. Ricordo di aver sempre avuto la situazione sotto controllo. Riascoltando oggi quelle registrazioni mi pare di riscontrare, semmai, che cantavo troppe note alte; sembrava quasi che lo facessi per farmi un vanto delle mie doti. Ma Parsons mi ha insegnato molto anche da questo punto di vista: non che dicesse mai nulla di specifico ma mi faceva ascoltare cosa voleva. È stato lui che mi ha trasmesso la passione per la musica country, mi ha migliorato moltissimo come vocalist e come interprete così come ha addirittura formato lo stile che ho ora. Ho imparato a cantare in armonia con lui pur non avendo dietro un background specifico. Se mi chiedi qual è la parte di voce tenore o quella del baritono non te lo so dire.
Mark: Se è per questo, neppure io.
Emmylou: Vedi? Da un certo punto di vista, è fantastico essere ignoranti! Forse ti dà maggiore libertà.
Se non si tratta di tecnica, è forse questione di feeling?
Emmylou: Sì, certamente. Ma anche di attenzione alla voce del solista, che ha il controllo della melodia. Pensando però al canto in armonia in termini di ulteriore voce solista credo si possa dare quel tocco di emotività (in genere, monopolio proprio del solista) in grado di completare il coro e di rendere il tutto più affascinante. Al solista rimane sempre il compito di condurre la melodia e dettare il fraseggio. Come poi si avveri la magia di due voci in perfetta armonia, quello per me resta ancora oggi un mistero.
Sono davvero grata a Dio per la naturalezza, la facilità e la bellezza della miscela vocale che scaturisce dall’unione della mia voce con quella di Mark. Abbiamo registrato il canto in diretta, proprio per enfatizzarne l’emotività. A volte è più difficile sovraincidere le voci. Almeno, lo è per me. Cantare con un altro per me è sempre emozionante. Assai più che fare una corsa su un’auto sportiva.
Graham Nash, uno che di armonie vocali se ne intende, mi spiegava che il segreto per cantare in perfetta armonia è di guardare negli occhi il proprio partner. strano, no? Mescolare due sensi diversi.
Emmylou: Sono d’accordo con Nash; anche se si giunge a un punto in cui i diversi sensi (vista, udito, ecc) finiscono con il fondersi con la sensibilità artistica: seguire il groove del pezzo, prestare attenzione al fraseggio del partner, trasmettere l’emozione, diventano fasi che si sovrappongono e allora occhi, orecchie, cervello (l’intero corpo, direi) partecipano al canto. Ma è qualcosa che spesso si fa in modo irrazionale: non riesci a pensarlo mentre lo fai, è impossibile. Per me, pensare sta all’estremo opposto del fare musica. Io vedo la musica come un insieme di emozioni. Impari il testo, la melodia e l’armonia ma poi vieni travolto dal coinvolgimento emotivo. Sei presente, lucido ma è come fossi al volante con il piede pigiato sull’acceleratore .
Mark: Io penso che il segreto sia quello di cantare e di ascoltarsi nel medesimo istante. Fare calcoli, in questo senso, è certamente più complesso.
Come hai sviluppato il tuo suono di chitarra? Unico e originale, è come il timbro di un cantante: lo riconosci dopo due battute, proprio come la voce di Emmylou che, secondo me, equivale alla griffe di uno stilista, alla firma di un grande pittore.
Mark: Credo dipenda molto dal fatto che non uso il plettro. Suono con le dita. A me piace anche suonare con il plettro; riesci a ottenere un suono bello, pulito, solido. Continuo a farlo sull’acustica. Sull’elettrica, era diverso. Succedeva che, il più delle volte, mi scappasse di mano mentre suonavo, lo perdevo o.
Emmylou: . lo dimenticava nelle tasche dei pantaloni che poi finivano in lavatrice.
Mark: Già, ne ho persi un sacco nelle lavatrici. Insomma, dover superare il fatto di suonare senza plettro mi ha costretto a sviluppare uno stile. Una volta fatto, non ho più cambiato. Anzi. Ho cercato di perfezionare il tutto anche se, come provava a spiegare prima Emmy, non è semplice per me fare un’analisi dettagliata e razionale di questa tecnica nata in modo spontaneo. Ho seguito il mio istinto. E, così come esiste un fattore di sensibilità o di espressività nella voce, la stessa cosa vale anche per la chitarra, il pianoforte o gli altri strumenti. Noi chitarristi lo chiamiamo tocco.
Io e Emmy siamo stati molto fortunati perché i nostri rispettivi timbri vocali si fondono a meraviglia. Quasi si trattasse di un disegno del quale non c’è bisogno di tracciare il profilo, di una fotografia o addirittura di uno spezzone cinematografico. Emmylou è la quintessenza della vocalità al femminile capace di aggiungere una qualità infinita al tutto. È perfettamente in linea con la tensione di ogni brano, lo studia nel minimo dettaglio, ne assorbe l’atmosfera, ne carpisce ogni recondito significato. Così, quando è il turno della voce femminile, appena la senti riesci a “vedere” il personaggio, a tratteggiarne il carattere nella tua mente. E questo rende le cose facili. Prendi Red Staggerwing: quando si diceva prima che suona come June & Johnny era questo che intendevamo. Perché quel feeling è stato da lei totalmente assorbito.
Emmylou: Ho ascoltato dosi massicce di June & Johnny.
In genere, italiani ed europei considerano il sound dei Dire Straits molto americano. Io invece credo ci sia un preciso imprinting inglese che ritrovo anche in questo disco. Addirittura, mi pare di aver udito accenni di english country dance, proprio in un brano come la più volte menzionata Red Staggerwing. Addirittura, la title-track ha forti reminiscenze irlandesi.
Mark: Hai ragione. C’è molta influenza celtica. D’altronde ho avuto tante collaborazioni in tal senso, quella con i Chieftains su tutte. Mi sono divertito molto a suonare con i Chieftains, come tutti quella che hanno la fortuna di farlo. Senza dimenticare altri formidabili musicisti irlandesi come Liam O’Flynn, Donal Lunny, Martin O’Connor. Sanno benissimo di essere, musicalmente, di un altro pianeta. Eppure, non se la tirano per niente. comunque, hai ragione. Nel disco c’è una forte influenza inglese.
Ci spiegate la connection tra If This Is Goodbye, canzone ispirata alla tragedia del 11 settembre, e This Is Us?
Mark: Credo ci siano collegamenti tra diverse canzoni dell’album, non solo tra queste due che hai, peraltro giustamente, menzionato. La prima è una canzone d’amore. Certo, l’enfasi sulle telefonate fatte dai cellulari di alcune delle vittime delle Torri Gemelle e degli aeroplani è forte: e tutti si ricordano di quel particolare, davvero spezzacuori. This Is Us è una canzone che ho scritto dalla parte della gente comune. In questo caso dalla parte della gente comune americana. Perché uno scrittore o chiunque possieda un briciolo di compassione capisce che la vita è la vita delle persone comuni. Questa canzone è una celebrazione della vita delle persone comuni e dei loro sentimenti d’amore.
Emmylou: Quelle perdute l’11 settembre erano vite di persone comuni, ma erano vite straordinarie, piene di valori importanti. Siamo stati travolti dai numeri. Nonostante ciò, dobbiamo sempre ricordarci che la perdita anche di una sola vita è una tragedia di proporzioni immani. Con ripercussioni di ogni tipo. Trovo che queste due canzoni abbiano una valenza terapeutica. Perché celebrano l’amore che le persone hanno vissuto nelle loro vite. Mi vengono in mente le fotografie descritte in This Is Us. Fotografie di feste di compleanno, di matrimoni, di giochi sulla spiaggia. Quelle sono le foto che i parenti delle vittime hanno portato a Ground Zero: pensare a quelle fotografie continua a commuovermi.
Qualche mese fa è morta Betty Friedan, la fondatrice del movimento femminista americano. Perché, secondo te, la country music ha sempre dato attenzione alle donne, dalla Carter Family ad oggi? Lo dico sia dal punto di vista delle protagoniste sia, a volte, per gli argomenti trattati.
Emmylou: Sono contento che tu la pensi così, io non ne sono così sicura.
Mark: Anch’io credo che Ezio abbia ragione.
Emmylou: Dicevo così perché tutti in America abbiamo in mente Tammy Wynette cantare Stand By Your Man che non è propriamente un inno femminista.
Però, qualche tempo dopo, la stessa Tammy ha cantato D.I.V.O.R.C.E.
Emmylou: Dolly Parton cantava al padre “dopo aver cresciuto i tuoi figli, chiedi scusa, te ne vai e dici arrivederci. mi spiace, ti ho aspettato abbastanza”. Bisogna riconoscere una certa forza nell’essere pazienti, comprensivi e disposti al perdono. A pensarci bene, forse hai ragione. Nella tradizione della country music è spesso stata sottolineata la forza delle donne. Una forza che non è quella fisica dell’uomo o che tende a rendere uguali i due sessi. Tra uomo e donna è necessario equilibrio.
Ho avuto la fortuna di avere due genitori che hanno saputo benissimo interpretare i ruoli tradizionali di padre e madre con sentimenti di amore, tolleranza e di educazione verso i propri figli. Da questo punto di vista sono stati i miei modelli di vita e, in un certo senso, i miei idoli.
Ci spieghi il tuo contributo come autrice in questo album?
Emmylou: Mark aveva un pacchetto di ottimi brani, ma mi ha comunque chiesto di contribuire. Avevo due canzoni pronte, Love And Happiness e Belle Starr.
Mark: Love And Happiness è diventato un pezzo importante. Belle Starr crea un interessante parallelo con Red Staggerwing: è una canzone di corteggiamento. Di corteggiamento combattivo. mi ricorda quei biplani che si rincorrono e cercano di abbattersi l’un l’altro nei cieli. L’importanza di Love And Happiness è legata alla tematica delle due canzoni di cui parlavamo prima. Qui, viene valorizzata la figura e il ruolo del genitore. È quasi una filastrocca: quando canta Emmy svolge il ruolo della madre mentre io interpreto quello del padre. E ti dà la sensazione che il bimbo sia protetto. Questo ti fa capire quanto invece nel caso di eventi come quello dell’11 settembre un genitore si senta indifeso e incapace di difendere i propri figli.
Emmylou: Effettivamente, non possiamo proteggere i nostri figli ma possiamo sperare in un futuro migliore. E soprattutto una cosa è certa: possiamo dare loro tutto il nostro amore. Cosa non sempre facile da fare, specie quando i figli si comportano male o rispondono ai nostri rimproveri.
Mark: Love And Happiness è stato anche un momento musicalmente divertente trattandosi dell’unico brano rigorosamente country del disco.
Emmylou: Forse è l’unica canzone country che abbia mai scritto.
Mark: È anche la prima canzone rigorosamente country che Emmy incide dal 1993 e questo dimostra che spesso la gente si sbaglia quando pensa che Emmylou sia una cantante country: lei è molto di più di questo. Tornando alla canzone, questa tematica è il fil rouge di tutto l’album e trovo che si sia sviluppata in modo naturale.
È confermato che suonerete in Italia all’Arena di Verona, il 3 giugno. Come sarà il concerto? Un brano obbligatorio sarà Romeo And Juliet.
Mark: Dici? Non è una cosa troppo ovvia?
No, se lo eseguite dal balcone di Giulietta.
Emmylou: Per farla in modo originale, potrebbe salire Mark sul balcone e io cantare da sotto. Suoneremo insieme, stessa band e repertorio in comune: alcuni pezzi del nuovo disco più vecchi pezzi di Mark che io proverò ad aiutare nei cori. Se Mark vorrà farò anche qualche brano da sola.
Mark: Sicuro che li farai.
Emmylou: Sì, ma con la band. magari qualche pezzo degli Everly Brothers…
Mark: Da sola o con la band. Poi, magari, faremo pure qualcosa di strano. un po’ di rap. qualche pezzo di heavy metal.
Emmylou: Ahi, mi sa che si è fatto tardi. questa è la nostra ultima intervista di una settimana di promozione e Mark è stanco… Chiudila così: “E lei disse: Mark farò qualunque cosa mi chiederai di fare”.
