15/05/2007

Sonic Revolution

La Detroit di Stooges e MC5

L’offensiva l’hanno lanciata in grande stile la coppia Meg e Jack White, in arte White Stripes. L’esplosione di un istinto primordiale che ha squassato il mondo musicale, una miscela di blues, punk e garage rock: la prova di un ritorno del Detroit Sound. Non un semplice indizio, bensì un’ancora calda smokin’ gun. Solo la punta di diamante di una scena che si va imponendo. Dalle retrovie, infatti, spuntano formazioni agguerrite, decise a dire la loro. Gli Electric Six, ad esempio. Il loro album Fire, in uscita a fine maggio, sposa ferali chitarre punk con la disco più decadente creando un wall of sound che inorgoglirebbe Phil Spector. “Le nostre fonti d’ispirazione?”, dichiara storcendo il labbro superiore in un ghigno malefico

Surge Joebot, chitarrista della formazione del Michigan. “Gli Stooges e gli Mc5, due band che hanno rappresentato, e continuano a farlo, la quintessenza di quel suono.” Come dire: Motor City is burnin’ again. E non si tratta di un fuoco di paglia, di una fiammata destinata a estinguersi all’alba di una notte dai bagliori sinistri.

Alla fine dello scorso marzo a Londra, sotto l’angusta volta del 100 Club si sono ritrovati sullo stesso palco i tre membri superstiti degli Mc5, il chitarrista Wayne Kramer, il batterista Dennis Thompson e il bassista Michael Davis, dando vita a uno show pirotecnico destinato a passare direttamente dalla cronaca alla storia (e dal quale verranno tratti un doppio cd e relativo dvd), mentre il 27 aprile la reunion degli Stooges di Iggy Pop (con l’Iguana c’erano il chitarrista Ron Asheton, suo fratello Scott alla batteria e Mike Watt al basso, in sostituzione di Dave Alexander, morto per cirrosi epatica alla metà degli anni 70) è stata la vera sorpresa del festival americano di Coachella. Non basta. Il quartetto è entrato in studio per incidere quattro brani destinati al nuovo album di Iggy Pop in uscita a luglio (in scaletta anche due canzoni con i Green Day e una con i Sum 41), cui seguirà probabilmente un tour che già si preannuncia sold out.

Dunque, l’araba fenice risorge dalle proprie ceneri. Ma perché Detroit e quel particolare capitolo della sua storia musicale? Constatato l’effetto, ricerchiamo la causa. Ci viene in aiuto uno dei protagonisti di quella stagione all’inferno, Wayne Kramer chitarrista degli Mc5, band di spicco dell’ala rock più oltranzista: “A metà anni 60 Detroit era come una polveriera pronta a esplodere, bastava una scintilla per provocare il peggio”, ricorda. “Fu lo scontrarsi di vari elementi, forze incontrollabili: da una parte il dar voce ai fermenti di una rabbia giovanile, dall’altra una civiltà industriale che soffocava ogni genere di spinta creativa. Era solo questione di tempo”.

Nella seconda metà dei 60 l’America è al centro di una sollevazione artistico popolare destinata a (s)travolgere il sistema preesistente, scuotendolo sin dalle fondamenta. La California (bisogna però distinguere tra San Francisco e Los Angeles), New York, Chicago, Boston e appunto Detroit diventano gli epicentri di tali sommovimenti: ognuno con proprie caratteristiche. A San Francisco è la Summer Of Love a imporsi, con i riti lisergici, gli Acid Test e le manifestazioni antimilitariste. Impegno politico e spirito hippie sbandierati dai due gruppi simbolo, i Grateful Dead di Jerry Garcia e i Jefferson Airplane di Paul Kantner, il teorico, e Jorma Kaukonen, il musicista. Sulla costa Est invece tiene banco un movimento rock d’avanguardia sperimentale che ha nei Velvet Underground i rappresentanti più famosi, a cui si affianca la vena elettro psichedelica dei Blues Magoos, quintetto del Bronx con cinque album all’attivo di cui due, i primi, assolutamente impedibili (Psychedelic Lollipop e Electric Comic Book con tanto di fumetto accluso). Nel frattempo anche Chicago assapora l’inebriante gusto della rivolta. Scontri di piazza a parte, musicalmente si evidenziano due filoni: l’urban blues della Paul Butterfield Blues Band, dei Buckinghams e degli American Breed e i suoni garage di gruppi come gli Shadows Of Knight, i Knaves e i Saturday’s Children. Dal canto suo Boston mostra il lato più grintoso e basic con i Remains e i Barbarians, filone da cui trarrà origine il cosiddetto Bosstown Sound degli Ultimate Spinac, i Beacon Street Union e gli Earth Opera.

Infine, Detroit e dintorni. Non solo la città dell’automobile, (qui ha sede la Ford, nda) ma anche la leggendaria Hitsville Usa, la città della Motown. È qui, infatti, che nella prima metà dei 60 sboccia l’epopea dell’etichetta di black music che guiderà tutta la relativa scena musicale americana con i suoi grandi successi di Temptations e gruppi analoghi, per poi cedere il passo alla nuova scena rock di Mc5 e soci, diventando l’aspetto più atipico e corrivo di tutta la scena made in Usa di quegli anni. La capitale dell’automobile genera la più vibrante e incendiaria dimostrazione di come il rock possa essere un’autentica forza distruttiva. La pace, i fiori, i versi poetici e le sperimentazioni di studio vanno letteralmente a farsi fottere: la reazione a un sistema che reprime e che aliena mente e corpo non può esprimersi se non attraverso un suono urticante, una lama di rasoio che affonda nel corpo dell’establishment come nel burro. L’apertura dell’Hideout Club nel 1964, e relativa etichetta, è il primo vero catalizzatore per una manciata di promettenti garage band capitanate dai Fugitives (i futuri Src) e gli Underdogs. Ne seguiranno altre, creando una scena underground senza pari. Quasi uno stato a sé nella confederazione musicale di quegli anni. Nelle stanze fumose e anguste del Cows Nest, dell’Hullabaloos, del Pumpkin e del Bloomfield Teen Center si avvicendano i Tidal Waves, gli Yorkshires, gli Unrelated Segments e gli anglofoni Human Beings: la folla accorre e l’adrenalina, non solo quella, scorre a fiumi. Ma la svolta arriva nel 1967, con l’apertura della Grande Ballroom di Russ Gibb.

Russ, ispirato dalla scena di Frisco e soprattutto dalla gestione dei concerti da parte della Family Dog, torna a Detroit alla fine del 1966 determinato a crearne una sua personale versione. “Ricordo quando la inaugurarono”, spiega Wayne. “Prima ci esibivamo in piccoli locali, fumosi e maleodoranti. Lo spazio era minimo e il palco, che poi tale non era, non permetteva alcun movimento. Il suono era terribile e il volume altissimo. Ma non ci importava, avevamo la schiuma alla bocca e vomitavamo rabbia attraverso gli strumenti. Poi aprì la Ballroom e tutto fu diverso.” In breve diventa il simbolo stesso della Motor City, permettendo alle band di operare il classico salto di qualità, puntando al contempo sul lato strettamente promozionale. “In California, a San Francisco in particolare, furoreggiavano i poster dai colori accesi, con scritte e disegni psichedelici di artisti quali Alton Kelly e Stanley Mouse assurti al ruolo di veri maitre à penser. Le loro opere, una volta considerate alla stregua di grafica d’ufficio, erano diventate autentiche espressioni artistiche.” E qui sta il secondo, grande colpo messo a segno dalla Ballroom: dopo aver costruito il tempio, assolda colui che ne diventerà l’aedo ufficiale grazie al tratto felice dei suoi pennelli, Gary Grimshaw. In realtà si tratta di una coppia di giovani artisti, Gary Grimshaw e Carl Lundgen, ma è il primo quello destinato a gloria futura. C’è da dire che i budget a disposizione non sono gli stessi dei colleghi

californiani, spesso non si tratta di veri e propri poster ma di semplici handbill di formato più piccolo e materiale più leggero, ma ugualmente in grado di rivaleggiare con la produzione del Fillmore o dell’Avalon Ballroom.

La Grande Ballroom diventa ben presto l’attrazione di Detroit. Qui convergono i gruppi più in vista: dai Rationals ai Woolies, dagli Src ai Frost, dagli Amboy Dukes di Ted Nugent ai Third Power e i Frjid Pink. Comprese le due band più famose, gli Stooges (già Psichedelic Stooges) e gli Mc5. Da quel momento la città sarà per sempre associata all’heavy rock. Avanguardia armata della frangia più radicale (politica e sociale oltre che meramente musicale) di uno Stato, il Michigan, in piena crisi e sul punto di rompere gli argini. Fuoco sacro destinato però ad estinguersi già nei primi anni 70, lasciando a molti l’amaro in bocca. Gli Mc5 sprofondano nell’oblio dell’anonimato dopo tre album al cardiopalma, mentre gli Stooges si sciolgono come neve al sole dopo la rentrée deflagrante di Raw Power e l’addio fragoroso sul palco del Michigan Palace di Detroit il 9 febbraio del ’74.

Oggi, a distanza di trent’anni, quel vaso di Pandora torna a scoprirsi. Con effetti ancora una volta devastanti. “Un’eredità, la nostra e di gruppi come gli Stooges e gli Amboy Dukes, ancora fonte d’ispirazione per molte band. Una scena che merita di essere riscoperta”, confessa con una punta di orgoglio Wayne.

Necessità che diventa obbligo. Perché se dell’estate dell’amore, dei Dead e degli Airplane, sappiamo tutto, così come dei Velvet Underground e dell’epopea Warhol, poco si conosce della Detroit di quegli anni, ma soprattutto di chi contribuì a farne un polo d’attrazione per un’intera generazione di spostati desiderosi solo di fare tabula rasa per ricostruire qualcosa che avesse un senso diverso. E questo grazie al rock.

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Ted Nugent, Amboy Dukes e gli altri

Il primo acuto di una Detroit ancora regolata dai ritmi delle fabbrica e il suono delle sirene arriva da Ted Nugent e i suoi Amboy Dukes. Nuge, classe 1948, un metro e ottantacinque di forza belluina equamente divisa tra M16 e Gibson Byrdland, è reazionario per natura. Ama la vita all’aria aperta, procacciarsi il cibo con arco e frecce ed è un fermo sostenitore della disciplina quale regola di vita. Il padre è stato sergente dell’esercito e sebbene ora sia impiegato presso la locale azienda dei telefoni non ha abbandonato le vecchie regole. Ubbidienza, rispetto e determinazione. Quando la famiglia decide di trasferirsi a Chicago, Ted ha già al suo attivo due gruppi, i Royal High Boys e i Lourds, e di certo non gradisce la mossa paterna. E lo dimostra distruggendo l’intero mobilio di casa. “Tanto”, sosterrà, “andava cambiato”. Ma una volta a destinazione decide di non andare contro quelli che sono i desiderata dei genitori: a una condizione, che gli si lasci suonare la chitarra e fare del buon rock. A 17 anni, conseguito il diploma, torna alla natia Detroit e forma gli Amboy Dukes. Un concentrato di rabbia, sangue e sudore. Nuge è figlio degli anni 50, cresciuto ascoltando Ricky Nelson (adora James Burton, il suo chitarrista preferito) e Larry Williams, di cui conosce a memoria l’inno Bad Boy (1958). È sovversivo, stravagante, assolutamente imprevedibile. Solo di una cosa è sicuro: il volume degli amplificatori non sarà mai inferiore a 10. Detroit è scossa sin nelle fondamenta, non si è mai ascoltato nulla di simile. “Solo in un secondo tempo fui soprannominato Motor City Madman”, racconta Ted. “Un appellativo guadagnato sul campo: non conosco le mezze misure, solo quelle estreme. Allora tutto gravitava attorno al Jack Daniels, una fiammante Thunderbird, olio di motore e ragazze. Le band si davano battaglia a suon di chitarre distorte, gli attributi erano strizzati dentro calzoni a zampa, i capelli scendevano sulle spalle e i chewin’ gum riempivano le bocche. La politica c’entrava, le bandiere comparivano sul palco e nelle foto promozionali, ma il nocciolo era il rock. Nella sua forma più selvaggia e primordiale. La psichedelia, la sperimentazione, i sit in pacifisti? Roba da mammolette, da invertebrati della musica. Quando il rock è rock lo devi sentire pompare nelle vene, correre lungo la spina dorsale. Meglio di un orgasmo. In questo credo che la scena di Detroit sia stata unica, e irripetibile. Al punto da far paura, generando sconcerto e timore.”

Gli show incendiari degli Amboy Dukes rimangono un classico, il repertorio accept no substitutes. Un esempio? Confrontate un qualsiasi brano, come la versione di Baby Please Don’t Go dei Them di Van Morrison con Oh Yeah, successo coevo degli Shadows Of Knight (Chicago): come montare il motore di una Ferrari su una 500. “Ogni concerto era il concerto della vita, sputavamo l’anima sul palco. Io come Iggy, come gli Mc5. Non c’era nulla di uguale sulla faccia della terra.” Il primo album, registrato in un giorno su un quattro piste, porta il nome del gruppo ed esce nel 1967, quando Ted ha solo 18 anni. Heavy stuff, come dubitarne? L’uso del feedback e del distorsore danno il tono, e brani come Let’s Go Get Stoned e Down On Philips Escalator tracciano il solco di un rock a tinte forti, dal ritmo parossistico. Senza scordare le cover di I Feel Free dei Cream e quella di It’s Not True degli Who, da far impallidire Clapton con il suo stile armonicamente ortodosso, e Pete Townshend ancora acerbo nell’approccio alla Rickenbacker. Ma è l’anno successivo, il 1968, che vede i “Duchi” piombare come falchi in classifica. D’altronde non suscita sorpresa che, in un’estate segnata dall’imbarazzante filastrocca di Scott McKenzie, San Francisco, il fuoco di fila di Journey To The Center Of The Mind, tema portante nonché titolo del secondo disco, scuota le menti scatenando i sensi. Ma un brano stigmatizza meglio di altri lo spirito di quel periodo, si intitola You Talk Sunshine I Breath Fire e chiarisce la visione musicale di Detroit e dintorni. “Ero stufo di queste canzoni melense tutto sole, gioia di vivere, amore e pace interiore. Serviva una scossa e noi l’abbiamo data.” Sono mesi intensi, per gli Amboy Dukes. Il successo crescente li porta in giro per gli States, in cartellone con nomi affermati come i Cream e lo stesso Hendrix, suscitando ovunque entusiasmo e ammirazione.

A proposito di Hendrix, si narra che Ted abbia partecipato a lunghe jam con lui e che, da qualche parte, esistano dei nastri. Ma anche che Jimi si sia lamentato più volte con l’organizzatore di alcuni show perché non gradiva che Nugent aprisse per lui. Ted elegantemente ha sempre glissato sull’argomento, ma la cosa non appare improbabile. La parabola degli Amboy Dukes, almeno la loro prima incarnazione, ha infine termine con la pubblicazione di Migration (’69). “I rapporti con la nostra etichetta, la Mainstream, si erano irreparabilmente deteriorati”, racconterà. “Poche royalties e ancor meno dividendi da concerti avevano reso tutto più difficile: non facevano nulla per noi, così il nostro management, la Breakout, ci portò alla Polydor.” Ma la situazione precipita. “A quel tempo la cultura rock era troppo dope oriented e la mia band non faceva eccezione. Così le cose presero una brutta piega: io sono sempre stato contrario a qualsiasi tipo di droga ma gli altri ragazzi ne erano succubi, e siccome volevo la mia band cercai di arginare la cosa. Tutto inutile. Non che non ci avessi provato, a fumare intendo, ad esempio con Iggy e soprattutto con gli Mc5, ma qualsiasi tipo di sostanza non aveva effetto su di me. Gli altri erano flippati, io mi incazzavo perché non sentivo nulla. Anzi, qualcosa sentivo: un infernale mal di testa. Tornando alla Motor City Madhouse, credo di aver contribuito non poco al suo sorgere e affermarsi. Sin dai primi anni 60 sono stato un vero istigatore, un fautore del rock tutta energia, creando dal nulla una scena e una sana competizione tra gruppi che porterà alla ribalta gente come gli Stooges, gli Mc5, i Rationals, i Frost (la band di Dick Wagner, nda). Per mesi di fila potevi suonare cinque sere a settimana in club sempre diversi nell’arco di dieci chilometri dal centro di Detroit. Nascevano come funghi e si respirava un’aria diversa rispetto a qualsiasi altra città d’America. Detroit era unica.” Non va inoltre scordato come i gruppi allora vivessero a stretto contatto, nel caso di Ted e gli Mc5 addirittura sotto lo stesso tetto. Una coabitazione non facile. “Come descriverlo: un caos, un tremendo caos. Non riuscivo a sopportare il modo di vivere da hippie debosciati e le loro spregevoli abitudini. Però non erano pericolosi. Solo una volta uno di loro tentò di passare il limite, quasi lo uccisi. In un certo senso mi sento responsabile, perché in fondo li ho cresciuti tutti. Non solo Iggy e i ‘5’, ma pure gli altri che allora si spartivano la torta.”

Già, gli altri. Come i Rational di Scott Morgan e Steve Correl, uno dei top act degli anni 60. Essenzialmente una blues band con risvolti rock, si specializzano in cover di brani famosi ottenendo un discreto successo fuori dai confini dello Stato. Il singolo Respect (di Otis Redding) sale in classifica e l’album The Rationals (’69) gode di un attimo di grande notorietà. Poi una manciata di singoli senza onta né gloria mette fine alla favola e di loro si avranno notizie sparute attraverso alcune interessanti compilation (procuratevi Michigan Rocks Vol. I-II). Maggior fortuna tocca ai Frost di Dick Wagner. Tre album di notevole interesse (ristampati anche su cd) come Frost Music (’69), Rock’n’Roll Music (’69) metà inciso in studio e metà dal vivo, non a caso alla Grande Ballroom, e il canto del cigno Through The Yes Of Love (’70) più qualche singolo, sono quanto lasciano in eredità. Con l’aggiunta di Live At The Grande Ballroom, stampato di recente dalla Vanguard (l’etichetta originale) e contenente materiale sin qui inedito.

A confermare che Detroit in quegli anni è soprattutto una guitar town ci pensano gli Src dei fratelli Glen e Gary Quackenbush. Nascono come Fugitives (un album a loro nome per la Hideout, ’65) per poi ribattezzarsi semplicemente Src (da Scott Richardson Case, il nome del cantante). Il 45 giri di debutto I’m So Glad è una torrida versione del classico di Skip James mentre il secondo è una ripresa ‘metallara’ di Get The Picture dei Pretty Things; poi arriva l’album Src (’68) e si grida al piccolo miracolo (Black Sheep ricorda i Doors di Light My Fire). Ma la dea bendata volge presto lo sguardo altrove, lasciando spazio a un secondo album, Milestone (’69), a cui ne seguirà un terzo (Traveller’s Tale, ’70) senza onta né gloria. Da avere, invece, la raccolta Revenge Of The Quackenbush Brothers (’87, Bam Caruso), con il meglio del repertorio più una dettagliata storia della band (solo su vinile). Da citare infine i Third Power (un album, Believe, uscito nel ’70) e il grande Mitch Ryder, con e senza i suoi Detroit Wheels.

Infine Bob Seger. A prima vista il cantante pare fuori luogo, ma per anni è stato uno degli eroi rock di Detroit, capace, forse l’unico, di coniugare hard rock e soul. I primi due album (Ramblin’ Gamblin’ Man, ’69, e Mongrel, ’70) andrebbero riscoperti e gustati a dovere. Anche perché si tende a considerare la carriera di Seger a partire dal ’76, anno di Live Bullet e soprattutto di Night Moves. Errore grossolano.

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Iggy irrompe sulla scena

Sono sempre più convinto che Iggy Pop detenga il copyright del famoso slogan “sex, drugs and rock’n’roll”. Droga, sesso e rock’n’roll non sono un pacchetto all inclusive da acquistare insieme al successo, a un album in classifica o un tour sold out. Non necessariamente. Iggy forse non lo ha inventato, certamente nessun altro lo ha innalzato a tali vette di sublime e grottesca perfezione. Riuscendo a raccontarlo. Per James Newell Osterberg, 56 anni compiuti il 21 aprile scorso, la vita è stata sin qui tutta un superlativo: gli alti altissimi, i bassi orridi di cui non si intravede la fine. I suoi Stooges avrebbero potuto essere gli Stones americani, ma qualcosa andò storto e fu caduta libera: senza fermarsi, sino a raggiungere il fondo. L’ho incontrato un paio di volte,e il ricordo rimane quello, nitido, di una persona insicura, preda di fantasmi che cerca di nascondere dietro la maschera del rocker tutto d’un pezzo e in possesso di un animo sensibile e per certi versi anche fragile. La vita non lo ha risparmiato, concedendo molto ma pretendendo di più. Mi colpì un’immagine: “Stai estraendo un ago dal braccio di Iggy e il sangue schizza fuori a fiotti. Poco più in là Alice Cooper si sta aggiustando il trucco aggiungendo un tocco di eyeliner. La vita vissuta e la recita quotidiana: indovina chi assaporerà il successo?”. Ecco, in queste poche parole c’è tutto Iggy Pop. “Una vita all’insegna dell’estremo”, mi confidò. “Soprattutto per gente della mia generazione il mio nome è sinonimo di selvaggio, arrabbiato. Pericoloso. Da maneggiare con cura.”

Durante tutto l’arco della carriera questo genio provocatore e la sua band hanno incarnato lo spirito poetico dell’America industriale. Mostrando il proprio carisma in tutta la sua affascinante e sinistra bellezza. “Sono nato nel mezzo degli States, a Detroit; nato e cresciuto in un caravan, in un camping fuori città. Per i miei compagni ero ‘quello del trailer’, e non era certo un complimento. Questo sino a 16 anni, forgiando un carattere spigoloso, attento e diffidente. Un’attitudine alla competizione, al confronto e scontro diretto con i coetanei. Del tipo: ‘Ok, vi voglio sotto di me. Ad ogni costo’.”

I genitori appartengono alla middle class; il padre Newell, mezzo irlandese mezzo inglese, è stato adottato da una famiglia svedese residente in America e ha studiato all’università diventando insegnante, mentre la madre Louella, con ascendenze danesi e norvegesi, è impiegata presso un’agenzia aerospaziale. “Entrambi intelligenti, di sani principi. Gente con i piedi ben saldi per terra”, li descriverà. La giovinezza trascorre senza grossi scossoni, ma la guerra in Vietnam incalza e le dimostrazioni pacifiste si moltiplicano. “Avevo 18 anni e non volevo andare a crepare dall’altra parte del mondo. Il Vietnam non mi avrebbe avuto. Per nulla al mondo. Si creò così una frizione, un attrito incredibile tra la mia generazione e il sistema: uno scontro destinato a degenerare. Ad esplodere.” I primi rudimenti musicali li apprende picchiando sulle pelli di una batteria, con gli Iguanas, una delle cover band più ‘dure’ di Ann Arbor, nel Michigan. A dispetto di un tiepido successo (in repertorio anche un’infuocata Louie Louie cantata dallo stesso Iggy) decide di abbandonare subito dopo l’uscita di Mona di Bo Diddley, singolo auto prodotto nell’agosto del ’66. La nuova formazione si chiama Prime Movers, sono ragazzi più grandi, molto bohemienne e suonano blues elettrico sulla falsariga di Paul Butterfield. È allora che viene soprannominato Iggy, in ricordo della sua prima, e poco fortunata, band. Bazzicando la neonata scena di Detroit incontra Ron Asheton e Dave Alexander. I due, abbandonata la scuola, hanno fatto un viaggio a Londra venendo a contatto con la scena beat inglese e assistendo a tutta una serie di concerti di band di successo, primi fra tutti gli Who di Pete Townshend. Tornati a Ann Arbor si fanno vedere nei posti giusti indossando pantaloni attillati, stivaletti alla Beatles e giacche su misura. Insieme a loro il fratello di Ron, Scott Asheton. Un terzetto che certo non passa inosservato. “Non avevo mai visto nulla di simile. Una via di mezzo tra un teppista e un idiota, con lo sguardo perso nel nulla, immobili, senza muovere un muscolo. Decisamente cool”, come ricorderà anni più tardi nel brano Dum Dum Boys. Ovvio che diventino inseparabili. Iggy tenta di far entrare Ron nei Prime Movers al basso, ma quando si rivela non all’altezza non si perde d’animo e lo ‘piazza’ nel gruppo dell’amico Scott Richardson, i Chosen Few. Scioltisi, Scott lo vuole con sé nella sua nuova formazione, gli Src, ma una telefonata di Iggy, dimissionario dai Prime Movers, lo convince a seguirlo in un progetto che definisce “sensazionale”, i Psichedelic Stooges, poi solamente Stooges. Un quartetto formato, oltre che da Iggy e Ron Asheton alla chitarra, dal fratello Scott alla batteria (“Il classico delinquentello di periferia, uno spaccone che voleva assomigliare ad Elvis ma che, di fatto, ricordava più il Marlon Brando di Fronte del porto, con le maniche della camicia sempre arrotolate e il pacchetto di sigarette in evidenza”) e Dave Alexander al basso. Sarà l’esaltazione dello spirito giovanile di quegli anni, violenta reazione alla noia e alla frustrazione.

Agli occhi di tutti gli Stooges appaiono come degli spostati, senza una causa per cui combattere, senza un futuro, senza una direzione precisa da seguire. “Da quando proposi ai ragazzi di formare la band a quando ci esibimmo la prima volta passarono quasi due anni, in cui pensai di averli traditi, di non aver mantenuto le mie promesse. Perciò ci rifugiammo nella droga, diventai il loro pusher procurandomi marijuana e altre sostanze in quantità industriali e al contempo loro manager, factotum e confidente. Ero il cuoco, la donna delle pulizie della casa in cui abitavamo (la famosa Fun House che diverrà titolo del secondo album, nda) e quant’altro. Assaporando quella che definisco ‘la gioia dell’esistenza negativa’. Contemporaneamente però dentro di me montava una rabbia incontrollabile, che aspettava solo di essere vomitata fuori”. Alla fine le cose iniziano a girare per il verso giusto e d’improvviso si ritrovano con l’agenda piena, donne a profusione, droga come piovesse e alberghi decenti. L’unico fatale errore è di pretendere fan, fama, limousine e voli in prima classe senza fare assolutamente nulla per guadagnarli. Sebbene appartengano de facto alla scena rock di Detroit, gli Stooges sembrano poi in qualche modo discostarsene, evitando i soliti cliché rock propri di band come gli Mc5, sebbene senza di loro molto probabilmente non sarebbero mai esistiti.

“Ci consideravano i fratelli minori, e grazie ai ‘5’ ottenemmo un contratto con la Elektra”. Sarà infatti a Rob Tyner, il cantante, a suggerire a Danny Fields, allora A&R dell’etichetta arrivato in città per assistere a un loro concerto, di visionare anche questo nuovo gruppo di cui si dice un gran bene. Molti sostengono che il segreto del successo degli Stooges (due soli album, più Raw Power, e una fama che supera le barriere del tempo, nda) risieda nella violenza inaudita della musica, nella presenza scenica del leader e nell’aver saputo vivisezionare la basi del blues per poi cuocerle sul fuoco del riff ipnotico, della distorsione di massa. Altri, e Wayne Kramer è tra questi, ritengono invece che la ragione della loro unicità stia nel non saper suonare, riuscendo così a inventare qualcosa di assolutamente originale capace di attirare l’attenzione del pubblico provocando una reazione, spesso violenta. Il debutto live ha luogo il 31 ottobre 1967 a un party privato a cui partecipa anche John Sinclair, capo delle White Panther nonché manager degli Mc5. Il quale però, per paura di un’irruzione della polizia a causa del volume troppo alto, si dilegua a metà serata. Forse l’abilità strumentale sarà approssimativa, e i primi concerti sembrano confermarlo, ma le canzoni sono davvero ‘uniche’ e il pubblico di Detroit rimane attonito, incredulo di fronte a ciò che vede e ascolta. Dirà al proposito proprio John Sinclair: “Riuscivano a trasformare la sterile avanguardia europea in qualcosa di comprensibile ai ragazzi. Pura energia. La gente allora incensava Jim Morrison paragonandolo a uno sciamano, ma Iggy era di più, molto di più.”

L’ascesa e caduta degli Stooges dura lo spazio di due incredibili album, concentrato di genio e inettitudine. Un caos primordiale in possesso però di una sua logica stringente. Nulla è lasciato al caso, ogni verso di Iggy, ogni riff di Ron, trovano la giusta collocazione all’interno del mosaico. E alla forza dirompente di The Stooges, prodotto non a caso da John Cale e contenente classici come 1969, I Wanna Be Your Dog e No Fun, nichilismo allo stato puro, fa seguito Fun House con la delirante title-track e l’ipnotica Dirt. Un uno-due da ko, impossibile opporre resistenza.

Nel 1970 il giocattolo però si rompe. Iggy indugia ancor più nelle droghe, diventando cocainomane per salvarsi appena in tempo con un anno in riabilitazione, ma quasi contemporaneamente arriva David Bowie a tendergli la mano producendo la rentrèe Raw Power (’73). Album stupendo, frutto della collaborazione di Iggy con James Williamson, amico di vecchia data e vera ancora di salvezza. L’album riscuote un buon successo e Tony DeFries, manager di Bowie, convince Iggy a riesumare gli Stooges per un lungo tour americano. Errore fatale. Iggy ricade nella depressione, preda di antichi fantasmi e sostanze di vario genere, riuscendo a malapena a salire sul palco. I fasti del Cincinnati Pop Festival, anno 1970 (“Mi pareva di camminare sull’acqua, invece erano le teste dei ragazzi del pubblico: una sensazione inebriante. Sembravo Gesù”), appartengono inesorabilmente al passato. L’avventura volge al termine, ma c’è ancora tempo per un acuto. Nel febbraio del ’74 gli Stooges suonano in un club nei dintorni di Wayne, Michigan. Tra gli spettatori la locale banda di biker, gli Scorpioni, i quali non apprezzano la loro musica. Finisce inevitabilmente in rissa, ma senza grosse conseguenze. Iggy però non ci sta, e quando qualche giorno dopo annuncia via radio il concerto che la band terrà al Michigan Palace di Detroit non manca di invitare i biker per. chiudere la faccenda. Inutile aggiungere che scoppierà il finimondo, voleranno bottiglie di birra e altri oggetti contundenti, ma la performance della band risulterà magnifica. Immortalata per i posteri su nastro, il famoso album Metallic Ko.

“Fu l’ultimo concerto degli Stooges e sul palco arrivò di tutto. Compresi capi di biancheria intima femminile, il che non è poi così male”. Degno finale di partita per una band unica.

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Kick Out The Jams: l’ora degli Mc5

Gli Mc5 (Motor City 5, dal soprannome della città di Detroit, sede delle maggiori aziende automobilistiche) stanno al Detroit sound degli anni 60 come i Beatles al Mersey Beat e i Velvet Underground ai bassifondi rock di New York. Un’istituzione. Certo una scena musicale non si specchia in una sola band, ma è un dato di fatto che prima dell’avvento di Rob Tyner (voce), Fred ‘Sonic’ Smith (chitarra), Wayne Kramer (chitarra), Michael Davis (basso) e Dennis Thompson (batteria) l’area urbana di Detroit/Ann Arbor è tutt’altro che eccitante. Almeno per ciò che concerne il rock’n’roll. Anche due futuri protagonisti indiscussi come Billy Lee e Mitch Ryder al momento si guadagnano la pagnotta esibendosi a feste private, matrimoni e aperture di drive in. Alimentando il sacro fuoco dell’arte, e dello stomaco, con lavori saltuari e prestazioni di bassa manovalanza. In attesa di svoltare l’angolo che porta al successo.

Anche per gli Mc5 la trafila è la stessa, e non potrebbe essere altrimenti. Con una differenza. Sin dall’inizio sono convinti di essere qualcosa più di una semplice garage band: mescolando i suoni soul formato Stax con i quali sono cresciuti a un personale genere che battezzano “avant rock” e che riecheggia molto la scena inglese di quegli anni, soprattutto band come Yardbirds, Who e i Them di Van Morrison. Tre accordi rock spruzzati di blues/soul, con l’aggiunta di un uso aggressivo di strumenti elettrici, che li affranca da qualsiasi artista in circolazione. La struttura è semplice, ma il suono complesso in virtù anche di un rumore di fondo che stordisce i padiglioni auricolari. Ne è esempio chiarificatore il brano Black To Comm (mai pubblicato ufficialmente ma punto di forza in concerto e piatto forte di numerosi bootleg e raccolte pseudo ufficiali). “Tutto nasce da un’improvvisazione di Fred (Smith), sulla quale ognuno di noi costruisce la propria parte: una sorta di work in progress, un po’ come accade nel jazz”, ricorda Wayne. “Il titolo poi è assai curioso. Rob (Tyner) stava cercando di far funzionare un amplificatore connettendo i vari fili, ma era in chiara difficoltà. Così chiese il mio aiuto. Gli dissi di basarsi sul colore dei fili per non sbagliare collegamento, tenendo a mente che quello nero va con la presa a terra. Rob decise di usarlo come titolo, così non se ne sarebbe dimenticato.” Il nucleo originale è formato da Kramer, Tyner e Fred Smith mentre la sezione ritmica subisce varie mutazioni prima di assestarsi con l’accoppiata Michael Davis/Dennis Thompson: una formazione da cui fuoriesce un’energia senza pari, che trae origine dalla rabbia e dalla frustrazione. Anche la politica entra in gioco ma all’inizio, prima dell’avvento di John Sinclair in qualità di manager, meglio padre padrone, riveste un ruolo marginale. Solo più tardi gli Mc5 diventeranno l’ala più oltranzista e impegnata del movimento di Detroit: croce e delizia, come vedremo.

Sinclair è figura di spicco della comunità hippie della città, allora abbastanza distante dalle posizioni rock essendo un’elite che predilige il jazz e la marijuana e che professa una way of life in cui ognuno è libero di vivere la vita, l’arte e la poesia lontano dal clamore del mondo lavorativo. D’un tratto però gli Mc5 si scoprono ponte ideale tra il movimento e i giovani, una sorta di cassa di risonanza utile a entrambe le parti. “Ciò che trovammo in Sinclair fu non solo un mezzo per comunicare la nostra musica, ma un fido collaboratore e una fonte di ispirazione”. Sinclair fonda di lì a poco il White Panther Party redigendo un vero statuto e utilizzando la band come portavoce ufficiale delle proprie idee. Ai concerti e alle manifestazioni gli Mc5 suscitano grande interesse indossando la bandiera americana (Kramer adorna il corpo della sua Stratocaster con stelle e strisce, modello custom che oggi pare torni in produzione) e urlando slogan rivoluzionari. Sostanze illegali e provocazioni verbali a parte (come la famosa “Kick out the jams, motherfuckers!”) sono il volume e la scarica elettrica degli strumenti che i ragazzi vomitano sul pubblico, il vero ago della bilancia. Quello che fa la differenza. Come capitava agli Stooges, anche gli Mc5 danno il meglio di sé su un palco, perciò decidono, mossa allora assai azzardata, di registrare l’album di debutto dal vivo: “Volevamo cogliere l’essenza, lo spirito di un nostro concerto. Atmosfera assolutamente irripetibile in studio”.

Esce dunque Kick Out The Jams, portando con sé polemiche a non finire. Soprattutto per quella parola (“Motherfuckers”): il solo sentirla fa inorridire addetti ai lavori e venditori al dettaglio. L’album viene ritirato, poi con l’Elektra si arriva a un compromesso anche se la band giura di non aver mai abbassato la testa: eliminare l’orrendo termine sostituendolo con un più annacquato e innocuo “brothers and sisters”. L’album è un concentrato di rabbia ancestrale e potenza distruttiva: una vera arma letale. Con spunti che sforano nel jazz di Coltrane e Sun Ra (la sua Starship viene vivisezionata e ricostruita ad arte) amalgamandosi con un rock primitivo ma efficace (Rambling Rose, Borderline).

Alcuni sostengono che i veri Mc5 finiscono qui. Sinclair viene infatti arrestato per possesso di marijuana e la band come decapitata. Senza più un manager né un’etichetta alle spalle. Ed è qui che entra in scena Jon Landau, capace di operare un piccolo miracolo producendo da par suo Back In The Usa, uno dei migliori album di hard rock mai incisi anche se le vendite non sono incoraggianti. Sorte avversa che continua con il terzo e ultimo capitolo della saga, High Time, sebbene gli vada riconosciuto il merito di contenere almeno due capolavori come Sister Anne e Over And Over, la Won’t Get Fooled Again degli Mc5.

Davis e Thompson sono i primi a lasciare la nave che affonda, mentre Tyner ha un certo successo come autore e fotografo (morirà nel ’91, per un attacco di cuore). Michael Davis formerà i Destroy All Monsters con l’ex Stooges Ron Asheton (tutto torna.), mentre Dennis Thompson mette in cantiere alcuni progetti che non approderanno a nulla e Fred Smith forma la Sonic Rendezvous Band (alcuni tour con Iggy Pop e un singolo) per poi sposare Patti Smith (morirà nel ’94 per infarto).

Wayne Kramer è quello che se la passerà meglio, intraprendendo una carriera solista che lo innalzerà allo status di cult hero regalandogli quel successo di cui la band era stata privata troppo presto.

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