Circa dieci anni dopo l’ultimo sforzo in studio, e soprattutto per la prima volta dopo la cacciata di Dickey Betts, la ABB dimostra ancora una sorprendente freschezza. Merito dello strepitoso Warren Haynes, il miglior chitarrista emerso in America da molti e molti anni, che non fa rimpiangere Betts, ma merito anche di un Gregg Allman in forma vocale eccezionale. Qualcuno ha detto che questo è un disco del chitarrista dei Gov’t Mule più che uno della ABB, ma non è corretto. È vero che Haynes è un musicista talmente geniale e preparato da riuscire a guidare (cosa difficilissima, per questa band) perfettamente la ABB in studio, ma è anche vero che si piega umilmente al classico sound dell’ensemble, senza strafare e senza protagonismo eccessivo. E poi Gregg Allman è davvero in forma strepitosa, non solo vocalmente, ma anche dal punto di vista compositivo, firmando alcune delle sue migliori canzoni di sempre (ad esempio Desdemona e la strepitosa Old Before My Time). Ma soprattutto, rispetto alle ultime, pur buone, prove in studio, sono state abbandonate certe tentazioni hard che facevano capolino, certe sonorità di grana grossa che svilivano l’anima profondamente blues e jazz della ABB. Non è un caso che le sonorità siano quelle calde, avvolgenti, raffinate, tipicamente anni 70, del loro passato e che l’anima musicale che prende il sopravvento sia quella black.
Per arrivare a ciò è stata giocata la carta migliore, e cioè la jam live in studio (Gregg Allman, nel corso di una intervista che pubblicheremo sul prossimo numero, mi ha detto che in tutto ci sono voluti dieci giorni per registrare l’album), tanto il suono ripropone le formidabili caratteristiche che on stage li fanno apparire, ancor oggi, uno degli ensemble migliori d’America. In questo senso ascoltare lo strumentale Instrumental Illness, dodici minuti di improvvisazioni che partono da un approccio evidentemente jazz (e il cui giro iniziale di basso non può che ricordare quello leggendario di Whippin’ Post) in cui ogni musicista si ritaglia il suo spazio.
Forse questa è la miglior line-up che la ABB ha saputo mettere insieme da quando Duane Allman è morto: oltre al già citato Haynes, sorprende anche il giovane Derek Trucks, nipote del drummer storico della band, Butch Trucks, scafato axeman dal tocco jazzy, tanto da far rivivere in pieno le antiche vibrazioni rock blues che fanno emozionare in più occasioni, dall’iniziale e vigorosa Firing Line alla bellissima Desdemona, slow ballad bluesy che con il suo efficace cambio di tempo riporta di schianto agli immortali giorni del Fillmore East (nove minuti la durata).
Altri episodi risentono evidentemente della mano di Haynes, come l’R&B di Woman Across The River, o la blues ballad acustica Old Friend, ma è in quelle grasse note di Hammond, in quelle scale discendenti di accordi, in quei vorticosi cambi di tempo e soprattutto in quella voce nera come l’inferno di Gregg che la gloria di questo immortale gruppo risplende in tutta la sua luce: brani come Who To Believe, Maydell, Heart Of Stone (già, proprio il brano dei Rolling Stones, in cui Allman si produce in una performance a dir poco eccezionale) e tanti altri sono un colpo al cuore per chi ha amato la leggenda della ABB: è l’incredibile dimostrazione che, come intitolava un loro classico disco degli anni 70, “the road goes on forever…”.
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Voto: 8,5
Perché: è il miglior disco in studio della ABB dai tempi di Brothers And Sisters, ed è un disco ricco di ottime canzoni, suonato alla grandissima. In una parola, tutta la magia della ABB in undici, emozionanti brani.
