Una parabola della Bibbia racconta di una terra talmente rigogliosa che persino dai suoi sassi si ricava il miele. “Quando l’ho letta”, racconta Bernice Johnson Reagon, “mi ha ricordato le donne afro-americane: (spiritualmente) ricche come quella terra, forti come le sue pietre e dolci come il miele.”
È proprio questa metafora ad aver ispirato la Reagon nel momento in cui ha fondato (e battezzato) Sweet Honey In The Rock, leggendario collettivo vocale tutto al femminile che quest’anno celebra trent’anni di carriera. È nel novembre del 1973, infatti, che Bernice, allora direttrice del DC Black Repertory Theater Company di Washington, concepisce l’idea di dare vita a un gruppo a cappella in grado di interpretare un songbook di traditional afro-americani; lo stesso repertorio, cioè, che lei aveva usato per addestrare i suoi attori.
Da allora, le Sweet Honey In The Rock hanno pubblicato 16 album, compreso il delizioso Women Gather, uscito negli Usa lo scorso febbraio proprio per celebrare il trentesimo anniversario del gruppo. All’interno del quale, in questi anni, sono transitate una trentina di cantanti nere. “Tutte bravissime”, sottolinea Bernice, “e tutte perfettamente calate nel progetto. Che non è soltanto quello di cantare senza accompagnamento il meglio della musica nera, dal blues al reggae, dal gospel al rap. Ma, soprattutto, quello di rappresentare lo spirito femminile afro-americano. Quando le Sweet Honey In The Rock salgono sul palco è come se fosse una sola, unica donna la cui voce è la somma di voci diverse.”
Gli appassionati di rock le ricordano on stage al Madison Square Garden nel 1979 cantare A Woman al fianco di Bruce Springsteen, Jackson Browne, James Taylor, Bonnie Raitt (e di molte altre rockstar) nell’epocale film concerto No Nukes, primo grande evento musicale a schierarsi contro l’energia nucleare. Gli amanti di folk music associano il loro nome a A Vision Shared, bellissimo tributo (album più documentario) all’arte di Leadbelly e Woody Guthrie. I cultori della musica roots americana, infine, conoscono perfettamente il valore di un gruppo (certificato da alcuni Grammy e svariati premi) oggi sinonimo di qualità artistica e impegno sociale.
“Chi fa parte di Sweet Honey In The Rock sa benissimo di avere un ruolo che va oltre quello dell’entertainer”, sottolinea Bernice. Tutte le protagoniste passate e presenti sono infatti, oltre che cantanti, poetesse e attiviste politiche che non rimangono inerti di fronte alle varie istanze sociali e umanitarie presenti nel mondo. “È proprio il fervore di attiviste unito all’urgenza di risolvere alcune cause sociali a fungere da propellente per la nostra proposta artistica”, dice la Reagon.
Figlia di un ministro battista della Georgia, cresciuta nel profondo Sud degli Stati Uniti, Bernice prima di formare le Sweet Honey era stata promotrice delle originali SNCC (Student Nonviolent Coordinating Committee) Freedom Singers, un quartetto a cappella formatosi nel 1962, in pieno folk revival. E che, proprio in quegli anni, aveva raggiunto una certa notorietà girando l’America cantando canzoni di protesta. All’attività di performer e politica, la Reagon ha da sempre affiancato quella di studiosa e storica. Da alcuni anni è professore di Storia alla American University e curatrice del National Museum Of American History (Smithsonian Institution) a Washington. Ha pubblicato diversi libri ed è stata consulente di numerosi progetti cinematografici.
Women Gather, che celebra i trent’anni delle Sweet Honey, è la sua ultima fatica discografica che ha voluto condividere con la figlia Toshi, co-produttrice dell’album. Splendida collezione di 18 brani vecchi e nuovi (la maggior parte dei quali originali), il disco incorpora al meglio la filosofia del gruppo. A partire dalla spettacolare title-track (una sorta di gospel moderno) che apre l’album in modo coinvolgente e suggestivo. Dedicato alle madri che hanno perso i propri figli in modo violento, il brano è un’aperta denuncia verso uno dei principali drammi della società afro-americana.
Quasi tutti i pezzi hanno una tematica sociale: si va dai cupi ricordi legati alla dittatura di Pinochet (The Voice Of The Innocent) a reminiscenze dell’11 settembre (Fly, Let Us Rise In Love) fino a vere e proprie rivendicazioni del diritto al voto (We Want To Vote! Chant, Give The People Their Right To Vote). Un bel tuffo nel passato è rappresentato dalla classica Ballad Of The Sit-Ins (un brano del folksinger Guy Caravan) mentre vanno segnalati un paio di entusiasmanti escursioni in territori musicali influenzati dalla tradizione africana (Georgia Red Clay II, African Oasis II, Nyoka Boka II). Vocalmente, sono interessantissimi gli arrangiamenti della già citata Let Us Rise In Love e della seguente 22 Hours In the Day, che ricalcano la raffinatezza e l’originalità delle migliori nuove band a cappella. Anche se le Sweet Honey risultano davvero potentissime, trascinanti e inimitabili nei gospel moderni come Solid Gold II, Somebody Has Prayed Me Over o Prayer At The Crossoroads.
Formidabili nei concerti dal vivo (nel corso dei quali, al quintetto vocale, si aggiunge l’interprete di ‘linguaggio dei segni’ Shirley Childress Saxton che comunica con i non udenti) le Sweet Honey In The Rock sono sempre più richieste nei principali teatri e festival internazionali. Se andate a visitare il bellissimo website ufficiale (www.sweethoney.com) vi renderete conto che il loro calendario è già praticamente fissato sino a metà 2004. Perché, come scriveva di loro la scrittrice femminista Alice Walker, “le Sweet Honey non sono soltanto il miglior collegamento con le nostre radici. Esse sono come dei rami forti che proteggono tutti coloro che lavorano per un mondo più giusto e migliore. Il loro è un ruolo quasi sacro. Come se iniettassero coraggio, speranza ed energia nel nostro corpo. Non c’è un modo adeguato per ringraziarle se non quello di ascoltare, comprendere ed apprezzare la loro arte. E far sì che essa nutra adeguatamente il nostro spirito”.
Amen.
