15/05/2007

L’anima del blues

5 settembre 1977: la navicella Voyager decolla dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral, Florida, per una missione spaziale ancora oggi in pieno svolgimento. Nell’ipotesi di eventuali incontri con altre forme di vita, gli scienziati della Nasa decidono di predisporre un cd-rom che rappresenti una concreta testimonianza della civiltà terrestre. Tra le documentazioni presenti, anche la registrazione di un blues, The Soul Of A Man effettuata da Blind Willie Johnson nel 1927.

Inizia così, con questa citazione della recente storia aerospaziale, L’anima di un uomo (The Soul Of A Man, appunto), il nuovo film di Wim Wenders. Il primo di sette cortometraggi firmati da sette grandi registi, prodotti da Martin Scorsese e tutti dedicati al blues.

Narratore della storia (nella versione originale, la voce è quella dell’attore afroamericano Lawrence Fishburne) è proprio Blind Willie Johnson, interpretato nel film dal bluesman Chris Thomas King. Wenders racconta la vita di Johnson unendola a quella di due altre icone della musica del diavolo, il leggendario Skip James e il pittoresco J.B. Lenoir.

Suggestivo, emozionante, a volte addirittura commovente, The Soul Of A Man cattura le diverse anime del blues e soprattutto la sua formidabile capacità espressiva. Che, oggi più che mai, risulta essere attuale e straordinariamente coinvolgente come dimostrano le performance di una serie di artisti contemporanei inserite senza soluzione di continuità nel tessuto narrativo del film. Marc Ribot, Lucinda Williams, Jon Spencer Blues Explosion, Alvin Youngblood Hart, Nick Cave, Beck, Vernon Reid con James Blood Ulmer e Eagle Eye Cherry, T-Bone Burnett, Garland Jefferys e Los Lobos si cimentano, infatti, in cover convincenti dei tre bluesman prima menzionati. Così come fanno Bonnie Raitt, Shemekia Copeland, Cassandra Wilson e uno stupefacente Lou Reed, le cui superlative interpretazioni sono autentiche chicche per palati raffinati.

Grazie ad un sapiente mix tra materiale d’archivio e fiction (talmente verosimile, a volte, da indurre lo spettatore in confusione), il cineasta tedesco dimostra una volta di più non solo il suo indiscutibile talento ‘registico’, ma anche la sua eccezionale passione per la musica. Che, in questo caso, ha come oggetto alcuni dei suoi artisti preferiti. Come lui stesso ammette (autocitandosi) nel corso della seconda parte del film quando affronta la storia di J.B. Lenoir. Grazie alla collaborazione di una coppia di documentaristi (amici di Lenoir e autori di alcuni cortometraggi per la televisione svedese, mai andati in onda) Wenders recupera materiale inedito che mostra per la prima volta l’eccentrico chitarrista di Monticello, Mississippi, trapiantato a Chicago. Anche se il documento appesantisce un poco la fase finale della pellicola, certamente ne aumenta lo spessore storico-culturale. E ne impreziosisce ulteriormente l’aspetto estetico. Che, come nella maggior parte dei film di Wenders, è di pregio assoluto. Le parti di fiction sono davvero mozzafiato, con la musica originale dei vecchi bluesman protagonisti a commentare scene che sembrano uscire direttamente dalle copertine dei vecchi vinili o dalle pagine di un libro fondamentale come La grande storia del blues di Paul Oliver. Di eguale raffinatezza sono gli insert d’epoca, vedi i discorsi di Martin Luther King, le storiche rivolte ai lati della Highway 61 ma anche gli spezzoni di un giovane John Mayall in concerto. Oppure la versione dei Cream di I’m So Glad, e cioè del pezzo di Skip James che, proprio grazie ai soldi ricavati dalle vendite del brano inciso dal supergruppo di Eric Clapton, Ginger Baker e Jack Bruce, ha potuto pagarsi le cure anti-tumorali e vivere (si dice) qualche anno in più. Addirittura straordinarie sono le immagini del Newport Folk Festival del 1964 con lo stesso Skip James al fianco di Mississippi John Hurt e Bukka White.

Wenders (così come aveva già dimostrato nel Buena Vista Social Club) ha sensibilità e gusto particolari nelle riprese della musica dal vivo. I close up sui dettagli degli strumenti così come i primi piani sui visi dei musicisti (per carpirne le espressioni più intense e significative) si alternano a quadri generali e a ‘totalini’ dal fascino assoluto: il tutto provoca autentici brividi lungo la schiena degli appassionati. Significative, a tale proposito, le performance di Marc Ribot e Bonnie Raitt. La rossa californiana, in particolare, dimostra tutta la sua sensibilità quando, prima di esibirsi in una versione acustica di I’d Rather Be The Devil, dedica con affetto il pezzo al suo autore: “Hey Skip, wherever you are. this is for you”.

Ma tutto il film è pieno di momenti teneri, d’immagini evocative, di attimi appassionanti. Su tutto, una musica che non sarà più l’espressione socio-culturale del popolo afroamericano (come è stata a cavallo tra gli anni 20 e 30) ma che rimane pur sempre una incredibile miscela di sentimenti, storie, emozioni.

Oggi, a 100 anni dall’incontro su un solitario binario ferroviario a Tutwiler, Mississippi tra il compositore W.C. Handy (il riconosciuto padre del blues) e l’uomo che suonava “la musica più magica che avessi mai ascoltato”, il blues conserva tutta la sua formidabile efficacia espressiva, la sua duplicità spirituale (diabolica e divina), la sua indubitabile importanza storica, la sua inesauribile influenza artistica.

Per questo, in occasione del centenario, il Congresso degli Stati Uniti ha proclamato il 2003 “Anno del blues”. E, proprio nell’ambito delle celebrazioni, ha contribuito al finanziamento della serie prodotta da Martin Scorsese che, come spiega benissimo l’ottimo website www.theblues.it, vedrà sugli schermi pellicole dirette da Charles Burnett (Warming By Devil’s Fire che descrive le tensioni tra i demoni del blues e i toni celestiali del gospel), Clint Eastwood (Piano Blues che mostra i diversi stili dei maestri del pianoforte, da Art Tatum a Professor Longhair), Mike Figgis (Red, White And Blues che racconta l’infatuazione per il blues da parte dei musicisti inglesi degli anni 60), Marc Levin (Godfathers And Sons che mette in parallelo blues, hip-hop e la cultura afro-americana del Terzo Millennio), Richard Pearce (The Road To Memphis che mette a fuoco la scena blues della città resa celebre da Elvis Presley). Per poi chiudere con From Mali To Mississippi dello stesso Scorsese che narra un fantastico viaggio alle radici del blues, dal fiume Niger nel Mali sino ai juke-joint del Mississippi. Perché, come ha detto il regista italo-americano “il blues è alle radici della musica e della cultura popolare nordamericana”.

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