Dicevano fosse il “Jimi Hendrix della chitarra acustica”. Perché come Hendrix, Michael Hedges aveva reinventato lo strumento; lo aveva persino modificato (tecnicamente e morfolo-gicamente) a sua immagine e somiglianza. Ma soprattutto perché, proprio come Jimi, l’arte di Hedges era infinitamente superiore a quel formidabile e a volte persino abbagliante virtuosismo che, da subito, stregava tutti coloro che si accostavano alla sua scintillante sei corde.
Come successo a Hendrix a inizio carriera, la straordinaria perizia tecnica ne aveva decretato il successo ma pure ne aveva condizionato il futuro artistico. Da Michael, infatti, i fan si aspettavano esibizioni spettacolari, quasi circensi, con evoluzioni sul manico da acrobata della sei corde. Lui aveva in mente altre cose. Per lui, come per Hendrix, la chitarra era solo il terminale di una comunicazione musicale superiore. Di una forma d’arte in grado di incorporare attitudini e filosofie prese a prestito da altre discipline. Per questo, a lui piaceva definire la sua musica heavy mental, violent acoustic, new edge oppure ancora, come mi disse una volta facendomi sorridere, “una via di mezzo tra il balletto classico e il wrestling”. La sua imprevedibilità melodica, il suo eccezionale senso ritmico, la sua folgorante energia andavano di pari passo con una evidentissima spiritualità. Ma anche con una quasi parallela ed altrettanto accentuata fisicità.
Per tutte queste ragioni (oltre che per la sua impareggiabile sensibilità come manipolatore di suoni) Michael Hedges, come Jimi Hendrix, è stato (e resta) unico ed inimitabile.
Anche se, ancora oggi (a oltre cinque anni di distanza da una morte prematura e stupida pur se assai meno prematura e infinitamente meno stupida di quella di Jimi) molti ‘ci provano’, visto e considerato l’elevato numero di “Michael Hedges sound alike” in circolazione. Addirittura, esiste un sito internet (www.rootwitch.com) che funge proprio da punto di riferimento per i moltissimi fan e per tutti coloro che vorrebbero copiarne lo stile. E dove, se volete, potete trovare tutti i ‘trucchi del mestiere’: dalle più stravaganti open tunings ai tapping sul manico, dagli armonici più assurdi a triplette e altre diavolerie inventate da Michael.
Ma anche nella migliore delle ipotesi (e penso a picker abili e creativi come il canadese Don Ross o l’americano Keller Williams, in grado di sviluppare tecnica e musicalità originali) tutti sono sempre molto distanti dallo ‘spirito’ di Michael Hedges. Lontani, cioè, da quella sua speciale visione artistica, da quel suo fenomenale senso melodico, da quel suo incredibile suono cosmico. Che invece ho ritrovato, con enorme stupore ma anche con grandissimo piacere, nella musica di un ragazzo della Basilicata nato, pensate un po’, a Lattronico (Potenza) e diplomato in chitarra classica al Santa Cecilia di Roma. Si chiama Pino Forastiere (www.forastiere.it) e il suo album di debutto solista Rag Tap Boom (S3L) è un autentico gioiellino. Le tredici tracce del cd (tutti strumentali per 6 corde acustica) suonano come una sorta di tributo sincero e rispettoso allo spirito di Michael Hedges. “Proprio così”, mi dice lui, “tanto che ho voluto evidenziare questo fatto nelle note di copertina.”
Non pensiate che il disco sia una sequenza di cover. Né tanto meno uno showcase di bizzarrie tecniche. Tutti i brani sono composizioni originali di Forastiere e, seppure concepiti ed eseguiti con esplicito riferimento a Hedges, di quest’ultimo mostrano il lato più riflessivo, intimista, spirituale. “La prima volta che ho ascoltato Michael”, ricorda Forastiere, “non sono rimasto particolarmente colpito. Ma, quando mi è capitato di imbattermi nuovamente nella sua musica è stata una vera e propria folgorazione. È successo nei primi anni 90. Avevo appena concluso i miei studi di chitarra classica e mi ero diplomato su una chitarra a dieci corde (la stessa usata da Narciso Yepes, nda). Ero quindi particolarmente interessato a un’espansione del suono dello strumento. Ascoltando Hedges ho avuto la netta percezione che quella fosse la strada da seguire. Perché, al di là della perizia tecnica e delle stupefacenti capacità ritmico e melodiche, ho colto nella musica di Michael sonorità meravigliose, una straordinaria capacità espressiva e un formidabile senso di comunicazione.”
Non è dunque un caso che tutti i cultori troveranno nel disco di Forastiere echi stilistici del Michael Hedges di Oracle (il suo ‘vero’ ultimo album, quello che ne ha segnato il ritorno al fingerpicking) ma anche qualche reminiscenza del suo disco-capolavoro, lo sbalorditivo concept Taproot. “È vero”, mi conferma, “oltre al leggendario Aerial Boundaries, sono proprio quelli da te citati i lavori di Michael che più hanno lasciato il segno nel mio modo di comporre e di interpretare.”
La tecnica (impeccabile) di Forastiere è uno squisito mélange tra classico e moderno, tra tradizione e innovazione. Così come lo sono le sue fonti di ispirazione artistiche che spaziano da Stravinsky a Frank Zappa.
“Per me la musica di Michael Hedges ha rappresentato un punto di partenza. Da lì, conto di progredire. Di evolvermi. Cercando di farlo con la stessa onestà intellettuale con cui ritengo di aver ‘citato’ e non ‘copiato’ l’arte di Hedges, che continua a rappresentare per me (specie dal punto di vista spirituale) una guida importante.”
Una guida importante, la musica di Michael Hedges continua ad esserlo per i tantissimi estimatori che, da ogni parte del pianeta, manifestano il loro affetto visitando quotidianamente il sito ufficiale (www.nomadland.com) gestito in modo puntuale dal manager e amico Hilleary Burgess. E che, ancora oggi, continuano a emozionarsi, a stupirsi e a rimanere gratificati da una musica bellissima, originale, unica in grado di coniugare (proprio come una donna avvenente, sensibile e intelligente) gusto estetico, contenuti artistici e valori spirituali.
“Non ho avuto la fortuna di conoscere Michael”, dice con rammarico Forastiere, “mi sarebbe piaciuto incontrarlo.”
E io, che di Michael posso dire di essere stato amico, garantisco che i due si sarebbero andati d’accordo.
