15/05/2007

R.E.M. 1988 – 2003

Peter Buck si appoggia allo schienale della sedia e ripete la mia domanda: “Com’è cambiato negli ultimi quindici anni il mercato discografico?”. Fa una smorfia tra il divertito e il disgustato e risponde: “È sempre peggio. Negli ultimi anni, poi, ha toccato il fondo. Ma io la vedo così: il business da una parte, la musica dall’altra. Il mio compito è far musica. Degli affari me ne frego”. Benvenuti nel mondo di Peter Buck, il regno dell’understatement. Il 46enne chitarrista dei R.E.M., che incontriamo nel backstage dello Stadio di Padova dopo un soundcheck infarcito di vecchi brani, è un campione nello smorzare i toni: nelle sue parole i momenti drammatici nella storia del gruppo diventano difficili e persino i successi straordinari (non lo sono gli oltre dieci milioni di copie vendute di Out Of Time?) si trasformano in ordinaria amministrazione. È un musicista, lui, il resto sono chiacchiere. È l’anima dei R.E.M., l’uomo che con la sua Rickenbacker ha dato corpo e sostanza ai testi visionari di Michael Stipe, scovando una via fresca e innovativa all’amore per i suoni anni 60.

Naturalmente nemmeno lui, che dalla musica ha avuto tutto e alla musica ha dato altrettanto, può fregarsene completamente degli affari. Non si spiegherebbe altrimenti l’imminente pubblicazione di In Time, album che raccoglie sedici brani pubblicati dai R.E.M. dal 1988 fino ad oggi – vale a dire durante il periodo in cui il quartetto, oggi trio, ha inciso per la Warner. “Fosse stato per la casa discografica”, ribatte il chitarrista, “il best of sarebbe uscito molti anni fa. L’abbiamo deciso noi che era questo il momento di mettere un punto a capo nella nostra carriera. Ci siamo voltati indietro e abbiamo capito che siamo una band diversa rispetto a quella che incise i brani di In Time. È come un nuovo inizio.”

Un inizio che ci fa piacere raccontare proprio da qui, dall’Italia, un luogo in cui, dice il chitarrista, “ci sentiamo un po’ come a casa”. Oggi i R.E.M. sono infatti la più europea delle band americane. Complice la disaffezione del pubblico statunitense per i gruppi rock in genere, a metà anni 90 la popolarità dei R.E.M. in patria è calata vistosamente toccando il fondo nel 1998 con le vendite a ‘sole’ sei cifre di Up. Al contrario, in Europa il quartetto ha progressivamente consolidato la propria presenza diventando un gruppo da stadio.

In Time racconta queste e altre vicende. Riflette la storia d’un gruppo in perenne movimento, che ogni volta che si ripresenta in pubblico rinegozia la propria identità, un gruppo che nondimeno non ha mai abbandonato gli imperativi etici che l’hanno sempre guidato. È la storia di quattro musicisti che, pur avendo scelto di semplificare la propria arte per comunicare meglio col pubblico, non hanno mai smesso di fare dischi interessanti e, in alcuni casi, addirittura innovativi. È anche una storia drammatica, fatta di crisi e separazioni, di drammi e incomprensioni. La rievochiamo con Buck e col suo amico Scott McCaughey, muiltistrumentista in forza ai R.E.M. dal 1995.

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LA FINE DEL MONDO (INDIE)

Alla fine degli anni 80 i R.E.M. erano una delle massime autorità morali del rock indipendente americano. La solidità dei sette album pubblicati per la Irs dal 1982 al 1987 (contando anche il mini d’esordio Chronic Town e la raccolta di rarità Dead Letter Office), il controllo di ogni aspetto della propria vita artistica, le prese di posizione progressiste e ambientaliste, l’aura da santone underground che circondava Stipe, che nei testi preferiva suggerire ed evocare immagini piuttosto che raccontare storie definite: tutto concorreva a fare dei R.E.M. un gruppo non solo da amare, ma anche da ammirare. Emersi dalla fertile scena di Athens, Georgia (vedi pag. 42), erano la favola bella del rock indipendente in cui periodo in cui i gusti musicali delle masse sembravano prigionieri d’un film horror.

Il loro ultimo album, Document, era stato il più venduto del catalogo (disco di platino e decimo in classifica negli Stati Uniti) e aveva creato un caso: il singolo The One I Love era entrato nella Top 10 di Billboard, un terremoto per quella che fino a quel momento era stata una band underground che incideva per un pubblico underground e che veniva trasmessa solo dalle radio underground. Il successo di quel disco concise con la scadenza del contratto che legava la band alla Irs, l’etichetta di proprietà di Miles Copeland che aveva permesso al complessino d’inizio anni 80 di diventare un gruppo da un milione di copie vendute per album. Spinti dal desiderio di raggiungere un pubblico maggiore, i R.E.M. firmarono col colosso Warner Bros, pare per una cifra vicina ai sei milioni di dollari.

Peter Buck: Discutemmo a lungo sull’opportunità di farlo. Sai che cosa ci convinse, alla fine? La distribuzione. Ogni volta che venivo in Europa, entravo nei negozi di dischi, chiedevo gli album dei R.E.M. e i commessi mi guardavano con aria interrogativa. Erano introvabili. Questa è la ragione principale che ci spinse a firmare per una major: raggiungere un pubblico più vasto, specie qui da voi. Credo abbia funzionato. Certo, a quel tempo ci sentivamo parte di una sorta di comunità sotterranea di musicisti. Ci sentivamo vicini alle band di Athens di quel periodo, ma anche ai Dream Syndicate, ai Black Flag, agli Hüsker Dü: è vero che facevamo musica diversa rispetto a loro, ma frequentavamo gli stessi posti e avevamo molte cose in comune. Nessuno di essi ha avuto il successo che abbiamo avuto noi, ma credo sia una questione di fortuna.

Forti di un contratto milionario – che prevedeva a quanto pare anticipi per due milioni di dollari ad album, con percentuali sulle royalties del 20% – i R.E.M. incisero col produttore Scott Litt quello che fino a quel momento era il loro disco più accessibile. Pubblicato nel novembre 1988 il giorno delle elezioni presidenziali che portarono al potere Bush Sr., Green era un miscuglio di rock elettrico e ballate acustiche alla Led Zeppelin IV. Con una novità non da poco: i farfugliamenti di Stipe si erano trasformati finalmente in testi più definiti – le parole di World Leader Pretend erano addirittura stampate nel libretto del cd! – e alcune canzoni erano memorizzabili dopo un solo ascolto. Sembrava che qualcosa di grosso dovesse accadere da un momento all’altro. La Irs ne approfittò per pubblicare un’antologia di vecchio materiale, Eponymous, venti giorni prima dell’uscita di Green. Seguì un tour mondiale con supporter negli States Robyn Hitchcock, Indigo Girls e Drivin’n’Cryin’. Nell’estate ’89, quando la tournée toccò l’Italia, ad aprire i concerti c’erano i Go-Betweens. Da noi il gruppo, non ancora affermato, si esibì davanti a poche migliaia di fan catturati dal magnetismo di Stipe. Sul palco con loro c’era Peter Holsapple dei dB’s (vedi pag. 39), musicista aggiunto fin dall’87.

Buck: Penso che Green sia un buon disco, anche se non mi succede mai di riascoltarlo. Eravamo consci che doveva essere un disco dal suono potente e vigoroso, perché ci stavamo rivolgendo a un pubblico più vasto. Ma in definitiva di quell’album mi piacciono le cose più acustiche come The Wrong Child e You Are The Everything.

Nell’aprile ’89 Rolling Stone, che due anni prima li aveva definiti “America’s best rock & roll band”, dedicò loro un’altra copertina, chiamandoli questa volta “America’s hippest band”, vale a dire il gruppo più à la page d’America. Ben presto sarebbe diventato anche il più popolare.

Dopo l’intensa stagione di concerti che l’avevano tenuto occupato durante praticamente tutto il 1989, il gruppo tornò in studio nell’estate del ’90. Il nuovo lavoro vide la luce nel marzo ’92: Out Of Time era il lavoro più intelligibile e accessibile dei R.E.M., “un disco sull’amore, sulla memoria e sul tempo” come lo definì Stipe. Era anche quello stilisticamente più vario e, in alcuni passaggi, facilotto. Trascinato dal ritmo irresistibile del singolo e dal video di Losing My Religion diretto da Tarsem Singh, l’album trasformò i R.E.M. in “number 1 with an attitude”, come strillava Rolling Stone in giugno: primi negli Stati Uniti, in Inghilterra e in innumerevoli altri Paesi nel mondo. Losing My Religion veniva passata anche in discoteca, opportunamente accelerata, e anche chi aveva sempre snobbato i R.E.M. cominciò ad ascoltarli. Gli appassionati di rock indipendente avevano perso il loro giocattolo. Niente sarebbe stato più come prima, e tutto a causa di un singolo il cui strumento guida era. un mandolino.

Buck: Quando incidemmo Out Of Time stavamo consciamente cercando di diventare una band diversa. Non sto dicendo commerciale o di successo, sto dicendo diversa. Ma francamente non mi aspettavo il successo che ebbe. Ero convinto che fosse un buon disco e assistere a un successo delle proporzioni di quello che ebbe quel singolo (Losing My Religion, nda) fu effettivamente scioccante. ma in fin dei conti non mi fece né caldo né freddo (alza le spalle come per dire: mai avuto nessun problema io, nda). La fama dei R.E.M. non mi ha minimamente toccato.

Nonostante le pressanti richieste per farlo, per la prima volta nella loro carriera i R.E.M. non partirono in tournée.

Buck: Per dieci anni eravamo stati costantemente in tour e sentivamo il bisogno di starcene per un po’ lontani dai palchi. Per onorare la gente che viene a vederti, devi presentarti con tanta voglia di suonare. E in quel periodo non era esattamente quel che ci sentivamo di fare. In retrospettiva, credo che stare lontani dai palchi per un po’ abbia fatto solo bene al gruppo. Se non l’avessimo fatto, la sopravvivenza della band sarebbe stata in serio pericolo.

Il successo dei R.E.M., diventati nel frattempo pupilli di Mtv grazie a video innovativi ed enigmatici almeno quanto la musica del quartetto, spinse altre grosse etichette discografiche a scandagliare la scena underground alla ricerca di qualcosa di nuovo e di altrettanto lucroso. In qualche modo, i R.E.M. di Out Of Time aprirono la porta che i Nirvana di Nevermind sfondarono. Nuove star come Eddie Vedder e Kurt Cobain dichiararono la loro ammirazione per il gruppo di Stipe, mentre sempre più gruppi provenienti da etichette indipendenti facevano immediatamente quel salto verso una major che i R.E.M. avevano fatto dopo anni di gavetta e, probabilmente, con un certo senso di colpa. Nel ’92, in piena isteria collettiva per il cosiddetto grunge, Buck si trasferì a vivere a Seattle, la nuova capitale statunitense del rock.

Buck: Era semplicemente tempo di cambiare aria. Mi piace suonare con tanti musicisti, affrontare vari progetti, e a Seattle lo posso fare perché lassù c’è quella mentalità. In fondo uno degli aspetti migliori nell’essere un musicista di successo è avere l’opportunità di suonare coi musicisti che stimi. Sperimentare altri progetti oltre ai R.E.M. è salutare: mi tiene occupato e mi permette di provare cose nuove. In quegli anni a Seattle, come in ogni altra scena, c’erano grandi band e altre tutt’altro che grandi. Quando uscirono i Beatles, attorno a loro c’era una scena a Liverpool. Non ci ricordiamo degli altri gruppi, ma dei Beatles sì. E poi a me non è mai piaciuto l’heavy metal e a Seattle c’erano molte band metal che cominciarono a indossare camice di flanella solo per attirare l’attenzione su di sé. Ma amo i Nirvana, i Pearl Jam, i Mudhoney. Se abbiamo contribuito in qualche modo ad aprire la strada per loro, a convincere i locali a far suonare band come quelle o a cambiare la mentalità dei programmatori radio, insomma a creare una base per la musica alternativa, beh, è un motivo di grande orgoglio.

La scelta di non effettuare una tournée all’indomani di Out Of Time, oltre a rivelarsi salutare per l’equilibrio del gruppo, lasciò libera di entrare immediatamete in sala d’incisione e pubblicare un nuovo album nel giro di un anno. Automatic For The People uscì nell’ottobre ’92 e a certe atmosfere gioiose di Out Of Time opponeva suoni cupi e storie di morte. Per molti, è il loro album migliore. Di sicuro è uno dei capolavori del rock anni 90.

Buck: Ed è tra i miei preferiti. A quei tempi stavamo tutti attraversando un periodo nero ed è per questo che il disco è così cupo. Quali problemi c’erano? Di tipo personale, ma preferisco non parlarne. Sai, a volte, ma solo a volte, la musica riflette i tuoi sentimenti e i tuoi pensieri. Non accade sempre, ma con Automatic è successo.

Scott McCaughey: Fu in quel periodo che la nostra amicizia divenne davvero forte. Conoscevo Peter da metà anni Ottanta: ci vedevamo ogni qual volta i R.E.M. venivano a suonare a Seattle oppure con i Young Fresh Fellows mi recavo ad Athens. Quando loro vennero a Seattle a incidere alcune parti di Automatic For The People, ci frequentammo per un mese di fila. Quando poi Peter si trasferì in città, cominciammo a vederci con gli strumenti appena potevamo. Seattle è una città ideale per farlo: c’è sempre qualcuno con cui suonare.

Dopo la pubblicazione dell’album, lanciato da un singolo poco commerciale come Drive e accompagnato come al solito da una pletora di videoclip anticonvenzionali da cui emergeva comunque il magnetismo di Stipe, il gruppo si limitò ad alcune sporadiche apparizioni pubbliche. La popolarità della formazione non accennava nondimeno a diminuire e sconfinava addirittura nella vita politica del Paese. Durante un comizio elettorale dell’ottobre ’92, il candidato democratico alla vicepresidenza Al Gore aveva detto che il rivale Bush era “out of time”, mentre lui e Clinton – a cui i R.E.M. avevano dato pubblicamente appoggio – erano “automatic for the people”. Nel ’93 i R.E.M. parteciparono al party col quale si festeggiava l’elezione di Clinton a Presidente degli Stati Uniti. L’attenzione spasmodica che circondava la formazione si trasformò in paranoia quando, nel ’93, la prolungata assenza dalle scene diede origini a voci incontrollate che volevano Stipe malato d’Aids – sindrome, questo era il sottinteso, contratta tramite rapporti omosessuali.

Sarebbe stato lo stesso Stipe a parlare esplicitamente della propria sessualità all’uscita di Monster nel settembre ’94. L’album sembrava riflettere il caos che circondava la band, il ritorno di immediatezza predicato dal grunge, la voglia di “fare casino” di Buck e compagni (tradottasi nella scelta di incidere praticamente dal vivo in studio), e la volontà di Stipe di proporsi a pubblico e stampa in modo sessualmente ambiguo. Prima era sfuggente. Adesso era sfuggente e. sexy. Nel disco si riflettevano anche le morti di due amici, l’attore River Phoenix e Kurt Cobain dei Nirvana. Stipe sapeva dello stato d’animo di quest’ultimo e, poco prima che si suicidasse, aveva inutilmente tentato di coinvolgerlo nel progetto di un disco a quattro mani.

L’incisione di Monster causò più d’un problema alla band. La tensione arrivò a un punto tale da mettere in pericolo i rapporti tra i quattro amici. “Non so come ne uscimmo vivi”, avrebbe detto Stipe. Ci riuscirono, e nel ’95 partirono nuovamente in tournée con un repertorio basato in gran parte sugli ultimi tre album: Australia, Asia, Europa, con ben sei date in Italia. Doveva essere un successo annunciato, rischiò di trasformarsi in una tragedia. Il primo marzo, durante il concerto di Losanna, in Svizzera, il batterista Bill Berry si accasciò, colpito da aneurisma cerebrale. Fu operato tra mille paure due giorni dopo, il resto del tour cancellato. Quando Berry si ristabilì e la tournée riprese a tempo record già a metà maggio, i guai non erano finiti: Mills fu sottoposto a intervento chirurgico e Stipe scoprì di soffrire di ernia ingui-nale.

McCaughey: Sapendo che in quel periodo l’attività degli Young Fresh Fellows era ferma, Peter mi propose di andare in tournée con loro. Il tour fu drammatico e traumatico. Ma, come usa dire Mike, al di là di particolari insignificanti come la morte sfiorata di Bill e le operazioni di Mike e Michael. (ride, nda). beh, nonostante tutto, fu divertente.

Buck: Che dire di Scott. Abbiamo sempre cercato di coinvolgere gente dotata di una propria spiccata personalità musicale. Ma tutto quel che devono fare è suonare le canzoni che noi R.E.M. scriviamo, questo è stato chiaro fin dal principio.

McCaughey: In fin dei conti il mio compito è far sì che dal vivo la band trovi il giusto equilibrio tra l’esigenza di far suonare le canzoni quanto più simili alle versioni su disco e la voglia di sperimentare qualcosa di diverso. Spesso sono a casa di Peter per aiutarlo a incidere demo che poi sottoporrà al gruppo, ma è sempre stato fuori discussione un coinvolgimento mio o di chiunque altro nella composizione. Non ce ne sarebbe nemmeno bisogno. Tu non hai idea di quante canzoni scrivano Mike e Peter, molte più di quante Michael possa gestire come autore dei testi.

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NUOVE (DIS)AVVENTURE

Nel 1996 i R.E.M. erano ancora una delle band più popolari al mondo, in grado di rivaleggiare persino con gli U2. Monster era finito istantaneamente primo in classifica negli Stati Uniti, il tour aveva nonostante tutti i guai spopolato, i mass media erano andati a nozze con la nuova immagine di Stipe. La sensazione che il gruppo fosse progenitore della nuova razza di band ‘alternative’ aveva dato ulteriore credibilità a una formazione che, nonostante lo strabiliante successo, era rimasta in cima alle preferenze anche dei rockettari più smaliziati. Ogni strada era aperta. I R.E.M. scelsero di percorrerne una ancora una volta originale. Durante i soundcheck del tour di Monster avevano registrato molte canzoni inedite. Lo scopo era registrare un album ‘diverso’, una sorta di documento sonoro catturato sulla strada e composto interamente da nuovi pezzi. Il risultato fu pubblicato nel settembre 1996 col titolo New Adventures In Hi-Fi. Chicca dell’album era E-Bow The Letter, duetto tra Stipe e Patti Smith, primo episodio di una lunga collaborazione e amicizia (vedi pagine 40 e 41). Fu pubblicato come primo singolo, una scelta considerata a posteriori nefasta.

Buck: Sono particolarmente orgoglioso del fatto di avere composto tutte le canzoni di New Adventures in tournée e di averle incise quasi tutte interamente sul palco oppure durante i soundcheck. Il concetto base era che le idee nate spontaneamente e portate a termine velocemente sono quelle che fruttano risultati migliori. È un esperimento che in qualche modo abbiamo portato avanti. Durante i soundcheck del tour del ’99 abbiamo infatti registrato quattro canzoni: un paio sono finite sul disco successivo, un’altra è comparsa da qualche parte su Internet. Purtroppo durante la tournée del 2003 non abbiamo ancora avuto l’opportunità di farlo.

McCaughey: Incidere New Adventures in quel modo, durante i soundcheck o nei backstage, fu strano e. incredibile. Penso che, con tutto quel che accadde durante il tour di Monster, la capacità del gruppo di rimanere creativo fu fenomenale.

Il periodo era travagliato. Nel maggio ’96 il gruppo aveva interrotto all’improvviso ogni rapporto con Jefferson Holt, l’amico e manager che ne aveva curato gli interessi fin dai primi giorni (vedi pagina 39). Non fu l’unico colpo di scena: New Adventures chiudeva il contratto siglato otto anni prima con la Warner. Mentre veni-va ultimato l’album, il gruppo negoziò un nuovo accordo col colosso, strappando condizioni favorevolissime: 80 milioni di dollari, di cui 10 di anticipo su ognuno dei cinque album previsti dal contratto e una clausola che assicurava il ritorno dei master in mano alla band allo scadere dell’accordo (oggi, spiega Buck, il contratto prevede altri tre dischi, senza contare la raccolta In Time). Ironia della sorte, New Adventures In Hi-Fi si rivelò essere un album infinitamente meno commerciale dei precedenti: negli Stati Uniti diventò sì disco di platino, ma uscì molto velocemente dalla classifica e finì per vendere un quarto dei dischi precedenti, innestando una lunga serie di articoli sulla presunta crisi del gruppo. Mentre negli Stati Uniti veniva comprato da poche decine di migliaia di persone a settimana, New Adventures era l’album più venduto sul continente europeo.

La discesa commerciale della band fu accompagnata, nell’ottobre ’97, da una notizia ferale: il batterista Bill Berry lasciava la formazione per ritirarsi a vita privata. Per un gruppo che aveva fatto della coesione e dell’amicizia tra i suoi quattro membri un punto d’onore, e un motivo di sopravvivenza, era un duro colpo da assorbire. Ma, come disse Stipe, “un cane a tre gambe è pur sempre un cane”.

Buck: No, non pensai che la band sarebbe finita lì. Neanche per un minuto. Ho sempre saputo che, qualsiasi cambiamento sarebbe occorso, i R.E.M. avrebbero continuato ad esistere. A volte il caos è una buona cosa dal punto di vista creativo, e lo dico nonostante il dolore associato a quel periodo. Bill è rimasto un amico e ha partecipato all’incisione delle due nuove canzoni di In Time.

McCaughey: Ho imparato una cosa: che all’interno dei R.E.M. i rapporti interpersonali sono fondamentali. Tutto si basa sull’amicizia.

Come avevano fatto già altre volte nel corso della loro carriera, i R.E.M. dovettero inventarsi una nuova identità, questa volta come trio. Passarono i primi mesi del ’98 a lavorare a un nuovo album, allacciando durante il resto dell’anno collaborazioni dal vivo con mostri sacri come Patti Smith e Neil Young, ma anche con un ‘figlioccio’ come Thom Yorke dei Radiohead. Erano un trio, adesso, e stavano cambiando pelle. Forse non a caso, per la prima volta in oltre un decennio non si affidarono al produttore Scott Litt, ma a Pat McCharty.

Buck: In quel periodo Scott stava avviando la sua casa discografica ed era quindi impegnato su quel fronte. Allo stesso tempo, come band sentivamo la necessità di progredire, di fare qualcosa di differente. Oltre a cambiare il produttore, per la prima volta incidemmo senza Billy: ecco perché Up è un disco strano di cui sono però ancora molto orgoglioso. Ma è stato duro inciderlo. Anzi, finirlo è stata un’impresa. Avevamo deciso che saremmo diventati una band differente, sì, il problema semmai fu come farlo. Fu un periodo difficile, quello. Ma dire che fu duro, beh, non me la sento proprio. La maggior parte dei nostri amici ha un lavoro regolare, dalle 8 alle 5: ecco, loro sì che fanno una vita dura, mica noi.

McCaughey: Le session di Up, il primo disco senza Bill. Capivo perfettamente che loro tre stavano attraversando un periodo brutto, stressante, pieno di dubbi circa l’esistenza stessa del gruppo. Ma per quanto mi riguardava, beh, è stato uno dei momenti migliori della mia vita: voglio dire, ero in studio coi R.E.M. a San Francisco per sei settimane e stavo contribuendo a creare quello che pensavo e penso ancora sia un vero capolavoro. Avevamo trenta, quaranta canzoni tra cui scegliere. Ero convinto che stessimo incidendo disco più figo di tutti i tempi.

Anticipato da alcune esibizioni tele-visive, Up uscì nell’ottobre ’98. Il gruppo che aveva inciso quelle canzoni era irriconoscibile non solo ai fan acquisiti con Losing My Religion, ma anche a chi aveva comprato Murmur. Niente melodie facili o arrangiamenti ariosi, ma suoni minimali e algidi, cupi e alieni. Tanta elettronica e niente chitarre jingle-jangle. Al posto della batteria di Berry, una drum machine spettrale. Al pubblico non piacque, men che meno a quello americano. Dal punto di vista delle vendite, i R.E.M. toccarono il fondo del loro periodo presso la Warner.

Buck: Non vendiamo più tonnellate di dischi negli States. Potrei tirare fuori grandi scuse e dare la colpa a tutti tranne che ai R.E.M. Ma la verità è che la gente ha voglia di comprare dischi diversi da quelli che facciamo noi. Non siamo in sintonia con quel che accade in America. Ascolta le radio e sentirai canzonette per adolescenti dal cuore infranto, tanto heavy metal, una valanga di hip-hop. niente che abbia a che fare con noi. Ma in fondo non va così male: negli ultimi tre anni abbiamo venduto due o tre milioni di copie in America, che sono poche solo se confrontate a quante ne vendevamo un tempo. Non è una cosa a cui penso spesso, co-munque. So riconoscere un buon disco e lo giudico in base alla qualità, non alle vendite. E comunque, guardami, faccio un gran bel lavoro, sono pagato bene, mi diverto, viaggio. non mi posso lamentare.

Dopo la pubblicazione di Up, la band tornò a fare concerti, con Joey Wa-ronker seduto momentaneamente alla batteria e l’apporto dell’oramai fidato Scott McCaughey e del suo amico Ken Stringfellow, ex Posies. In novembre il gruppo tornò in Italia, prima per un’esibizione televisiva, quindi per prendere parte agli European Music Awards di Mtv.

McCaughey: Ovviamente si sentiva la mancanza di Bill nelle vecchie canzoni. Joey aveva uno stile molto diverso, per cui alcune canzoni furono rimaneggiate. comunque non c’era una gran voglia di suonare i pezzi dei primi album. Adesso sono cinque anni che Bill non suona coi R.E.M. e in questo tour (alla batteria siede Bill Rieflin, ex Ministry e vecchio amico di Scott, col quale suona nei Minus 5, nda) i ragazzi hanno riacquistato la voglia di fare quei pezzi. Ma ci hanno messo un po’ a capire che cosa avrebbero dovuto essere i R.E.M. senza Bill.

I fan furono sollevati nell’apprendere da alcune dichiarazioni che l’album successivo sarebbe stato più solare e ritmato di Up. Annunciato come una sorta di ritorno alle origini, Reveal uscì solo nel 2001 mostrando una band finalmente più solare e a suo agio nel formato trio. “Un disco per l’estate”, titolò JAM. Seguì nel 2002 la pubblicazione, ma solo sul sito ufficiale remhq.com, dell’album di remix r.e.m.IX, conferma dell’amore del gruppo – di Stipe in particolare – per le sonorità elettroniche e sperimentali. In quanto ai risultati commerciali, Reveal ha confermato lo status di band di medio calibro negli Stati Uniti (400mila copie vendute) e degna di nota nel mondo (due milioni e mezzo le vendite globali).

Buck: Con Reveal non abbiamo fatto altro che prendere molte delle idee cui stavamo lavorando ai tempi di Up trattandole però in modo musicalmente più tradizionale. Tradizionale per noi, s’intende. È stato un tentativo di fare un disco prodotto nei minimi particolari, con un suono sofisticato e sontuoso, pieno zeppo di strumenti.

McCaughey: Ricordo un momento preciso, mentre incidevamo Reveal a Vancouver, in cui pensai che eravamo una band – voglio dire, io, Ken e Joey suonavamo coi R.E.M. da un pezzo. Ecco, Reveal è stato in un certo senso il primo disco di una nuova band. Nonostante quel che si possa pensare per via degli arrangiamenti carichi, lo incidemmo quasi dal vivo in studio. Anche per Reveal avevamo almeno una trentina di pezzi strumentali a cui Michael avrebbe potuto aggiungere i suoi testi.

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PUNTO E A CAPO

In Time: The Best Of R.E.M. 1988-2003, nei negozi a partire da prossimo 24 ottobre, è per la band una sorta di ‘punto e a capo’. Raccoglie gran parte dei singoli pubblicati dal gruppo dall’88 ad oggi, più All The Right Friends (dalla colonna sonora del film di Cameron Crowe Vanilla Sky). Stupisce l’assenza di singoli che hanno rappresentato tappe importanti e popolari per la band come Shiny Happy People (che però ai R.E.M. non è mai piaciuta granché), Drive o Bang And Blame. L’album che annunciò il declino commerciale del gruppo, New Adventures In Hi-Fi, è rappresentato da ben tre canzoni, il disco di maggior successo, Out Of Time, da appena due. I R.E.M. hanno fatto ancora una volta le cose a modo loro. Stipe, Buck e Mills hanno redatto singolarmente le proprie liste. La scaletta è un’unione delle tre, con un piccolo aggiustamento richiesto dalla Warner.

Buck: In Time è il nostro modo per dire al pubblico americano che ci siamo ancora. Voglio dire, un sacco di gente non sa nemmeno che sono usciti Up e Reveal.! Ecco, la raccolta è pensata per loro.

In Time, che sarà pubblicato anche in edizione limitata con allegato un secondo cd di rarità (vedi pag. 36; in contemporanea uscirà un dvd contenente video e documentari, ma al momento di andare in stampa non possediamo la scaletta), contiene anche due inediti che il trio sta presentando dal vivo: Animal e Bad Day. Quest’ultimo è stato scelto come singolo di lancio ed è accompagnato da un video in cui i tre R.E.M. impersonano i giornalisti televisivi di un fantomatico Morning Team (vedi morningteam.com, oppure remhq.com). La canzone suona famigliare: la stesura originale risale al 1986, primo tentativo di scrivere un brano dal beat scoppiettante e dal cantato fortemente ritmato alla It’s The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine).

In quel periodo i R.E.M. incidevano le loro canzoni più politicizzate, reazione all’America di Reagan e Bush. Anche Final Straw (il brano contro la guerra in Iraq messo on line) e Bad Day raccontano quel che sta accadendo negli Stati Uniti. Ironia della sorte, oggi alla presidenza c’è un altro Bush.

“Bad Day”, commenta il chitarrista, “è una canzone incazzata, un rockettone rumoroso che riflette su ciò che sta accadendo in America in questo momento. Pensiamo che la percezione della realtà creata ad arte nel pubblico americano non sia la verità. È un modo appropriato per chiudere un ciclo ed è strano constatare che pezzi vecchi di quindici anni, magari scritti sull’onda della rabbia di quattro ventenni, siano ancora tanto attuali.”

Buck: Rispetto a quei tempi, io, Michael e Mike siamo ancora più uniti: siamo passati attraverso così tanti eventi che la nostra amicizia ne è uscita rafforzata. Pensiamo che il best of andrà bene e siamo sicuri che il prossimo album sarà una bomba, la gente dice che non abbiamo mai suonato così bene come in questo periodo. Di ritirarci non ci pensiamo nemmeno: siamo ancora pieni di energia e ci sono ancora un sacco di cose da fare. Sai qual è stata la nostra forza in tutti questi anni? Continuare a scrivere e a suonare, scrivere e suonare. Col passare degli anni alcuni musicisti tendono a pensare troppo a quello che fanno. È un errore. Io preferisco agire.

E Peter lo fa: nonostante l’età non più verde, afferma di scrivere una trentina di canzoni per ogni disco. Fedele alla sua volontà di “fare tutto quel che posso prima della fine di questa band”, il gruppo ha già cominciato a lavorare a un nuovo album, il tredicesimo. “Fosse per me”, mi dice il chitarrista, “farei ancora un disco all’anno, come ai vecchi tempi.” Il nuovo album uscirà invece nel 2004 e, annuncia Buck, sarà accompagnato da una tournée.

Buck: Sarà una nuova partenza. Mi sento come se la band si fosse formata ieri. Ci piace la nostra nuova identità. Sto cercando di mantenere le registrazioni quanto più scarne e spontanee. Abbiamo un sacco di canzoni e il lavoro potrebbe prendere qualsiasi direzione. Di certo non sarà sontuoso come Reveal, ma nemmeno elettronico come Up. Lo sta producendo Pat McCarthy. Poi mi piacerebbe suonare di nuovo con Neil Young. E magari con Brian Wilson, che ho conosciuto ma con cui non ho suonato. È un tipo molto dolce. Certo ha avuto i suoi problemi, ma spero li abbia superati. Ha un fantastico senso della melodia e dell’armonia, ed è un grande arrangiatore. Amo anche Bob Dylan. Ma visto il carattere che ha, non sono sicuro di volere suonare con lui.

McCaughey: Le nuove canzoni sono più. psichedeliche. Sarà una sorta di evoluzione di Reveal, più bizzarro e. trippy. E credimi, ci sono alcune canzoni davvero meravigliose.

A vederla adesso, gettando uno sguardo d’insieme su vent’anni di dischi e concerti e trionfi e drammi, la carriera dei R.E.M. appare come un ininterrotto esercizio di trasformismo – un aspetto sottovalutato d’un gruppo ricordato per lo più per la fedeltà immob

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