Non è certo la prima rockstar che si mette a dipingere. Joni Mitchell, Miles Davis, Ronnie Wood, Jerry Garcia o persino Bob Dylan e John Lennon (giusto per citare i più famosi di una lista infinita), l’hanno fatto per anni. Con una piccola differenza: non hanno mai appeso strumenti musicali o microfoni al chiodo per dedicarsi interamente a tavolozza e pennelli. Anche perché, come sostiene con ironia Randy Newman, “il rocker è l’unico professionista al mondo che non ci pensa proprio ad andarsene in pensione”.
Forse per questo, stupiscono sempre più le mosse di Grace Slick, leggendaria vocalist dei Jefferson Airplane e icona del flower power. Stufa della carriera musicale (“È una cosa che ha fatto sin che si è divertita”, ha commentato l’amico Joel Selvin, critico musicale del San Francisco Chronicle, uno che Grace la conosce bene), nel dicembre del 1999 è riuscita a piazzare per la modica cifra di un milione di dollari la sua autobiografia Somebody To Love, divertente ma tutto sommato evanescente ritratto di un’epoca indimenticabile. Subito dopo, ha deciso di dedicarsi anima e corpo a un vecchio hobby: la pittura (i più informati certamente ricorderanno che la copertina del primo album solista Manhole, del 1974, era un suo autoritratto). Ancora oggi, la Slick adora dipingere se stessa ma anche amici dei tempi d’oro (Hendrix, Morrison ma anche Garcia e Joplin), illustra scene immaginifiche da Alice nel Paese delle Meraviglie o semplicemente propone esercizi di arte grafica. E, nonostante da diversi anni risieda a Malibu, si diverte sempre a ritrarre particolari della sua città d’adozione, San Francisco.
Proprio a San Francisco, poche settimane fa, Grace ha voluto presentare in pompa magna la sua ‘nuova’ arte. Per valorizzare l’evento, Willie Brown, sindaco della città, ha proclamato il 24 ottobre 2003 “The Grace Slick Day” e fatto in modo che il lussuoso Paris Ballroom dell’Hotel Monaco ospitasse la ricca collezione dei suoi lavori ai quali ha presenziato l’artista stessa.
Tra vecchi amici (come il fotografo Jim Marshall, la publicist Cynthia Bowman o il pittoresco Wavy Gravy), celebrità cittadine e rappresentanti dei media della Bay Area, Grace è apparsa in pubblico con un patto esplicito: niente foto né autografi e neppure domande sul suo passato musicale.
La sua figura maestosa ha mantenuto inalterato il fascino di sempre, nonostante le rughe e qualche chilo di troppo. Tanto che anche i lunghi capelli, bianchissimi, raccolti in un elegante pony tail diventano un piccolo vezzo. Ma, a chi le fa i complimenti per l’intramontabile bellezza, Grace si rivolge con altezzosa severità: “A 64 anni nessuno può essere bello”, taglia corto, “io cerco soltanto di essere presentabile. E quindi, per favore, non fatemi foto: è una cosa che ho sempre odiato anche quando avevo più motivi di mostrarmi”.
Ma non per questo volta la schiena ad amici e ammiratori. Anzi, superata la scorza pseudo-dura, Grace si dimostra di una simpatia travolgente. Quando scopre che sono italiano si ferma a conversare con me per quasi mezz’ora confessandomi che ha “studiato latino per un sacco di tempo: per questo oggi riesco a cavarmela con spagnolo, francese e italiano”.
“Ho la grande fortuna”, mi dice, “di poter fare nella vita quello che mi piace; prima la musica, oggi la pittura. Ormai sono fuori dal giro rock da quasi quindici anni. Non m’interessa più: fossi nata trent’anni fa, oggi forse farei le stesse cose di Eminem.”
Determinata, arguta e convincente, Grace è un fiume in piena. Senza peli sulla lingua. “Le droghe che prendevamo negli anni 60 facevano meno male di alcol e tabacco ma erano, socialmente, meno tollerate, e per questo più combattute. Io, e altri con me, abbiamo magari esagerato un po’ ma. chissenefrega: ci siamo divertiti un casino.”
Quando vedo che inizia anche a firmare autografi, capisco che, davanti a me, ho la vera Grace Slick. Quella che voleva convincere Nixon a farsi un trip allucinogeno, ma anche quella che, trentacinque anni dopo, racconta della “scopata alle fragole” con Jim Morrison in un albergo inglese alla fine degli anni 60. Quella che, due settimane prima degli attentati alle Torri Gemelle, è salita sul palco della House Of Blues di Los Angeles a cantare White Rabbit con l’ex marito Paul Kantner e il vecchio compagno Marty Balin nascosta dietro a un burka. La stessa che oggi mi dice di considerare San Francisco “come la mia vera casa. Sono orgogliosa di aver fatto parte di quella ristretta cerchia di persone, veri e propri esploratori proprio come i miei antenati vichinghi, che a Haight-Ashbury quasi quarant’anni fa ha potuto coltivare il sogno del peace & love”.
A chi, con un pizzico di cattiveria, sostiene che la cosa più bella dei suoi quadri sia la sua firma, in basso a destra, o a chi semplicemente ironizza sulla non eccelsa qualità dei suoi lavori, Grace manda un messaggio preciso: “Dipingo i miei amici, le mie emozioni. La cosa mi dà gioia e mi gratifica. E piace pure al pubblico. Guarda quel quadro laggiù: ho impiegato poche ore a farlo. Ero completamente ubriaca, eppure c’è gente disposta a pagare 3 mila dollari per averne una copia. Non è fantastico?”.
Non ci capisco molto di pittura ma, anche a me, i quadri di Grace non sembrano il massimo (se volete dargli un’occhiata, provate a visitare il sito www.areaarts.com). Vero è che le loro quotazioni sono piuttosto elevate. E che al nuovo Hard Rock Café cittadino (che si è trasferito da qualche mese al Pier 39) c’è esposto un suo ritratto di Jerry Garcia. “Trovo sia migliore come cantante”, mi aveva confessato con eleganza Paul Kantner che, anche senza la sua ex moglie, continua a guidare l’astronave Jefferson.
“I quadri della Slick fanno schifo”, ammette con cruda sincerità Joel Selvin, “ma alla gente piacciono.”
Una cosa è certa: Grace Slick rimane sempre l’imprevedibile personaggio che nel 1966, guidava The Great Society prima e Jefferson Airplane poi. Una ex regina del rock che oggi ammette di “non aver più tempo da perdere”.
A chi le chiede se tornerà mai a bordo dell’Aeroplano Jefferson risponde: “Mai dire mai”.
Incrociamo le dita: sarebbe la fantastica reunion dell’unica grande band degli anni 60 con line-up al completo.
