“La mia esistenza è tornata ad essere normale dopo sei mesi traumatici”, racconta Pete Townshend. Ora che la sua vita è tornata finalmente a scorrere, può perfino iniziare a lavorare a un progetto cui, finora, aveva solo pensato e ripensato più volte: un nuovo album degli Who. “I need a new song”, sembra dire finalmente Pete parafrasando le parole dell’omonimo brano contenuto in Who Are You?. Il fatto che Townshend, stavolta, sia davvero all’opera, dopo anni di ripetute e accanite querelle con il suo indivisibile compagno di sempre Roger Daltrey, suona paradossale. Specialmente ora che John Entwistle, il bassista degli Who, non c’è più. Ora che, dall’ultimo album del gruppo, It’s Hard, sono passati ben ventidue anni. Tuttavia, l’avanzare dell’età e i luttuosi eventi spingono oltre quel desiderio di riprendere in mano il filo e ricominciare tutto da capo. Rinnovarsi partendo, però, da due nuovi brani registrati quando John era ancora vivo: Certified Rose e una ritmica, splendida nella sua connotazione classicamente Who style che le farà necessariamente catturare il cuore dei fan del gruppo, Good Looking Boy. A queste, vanno aggiunti alcuni demo tape registrati con John e le nuove canzoni scritte da Townshend alle quali Greg Lake, il bassista sostituto, ha già accennato nel suo sito web ufficiale.
Ma prima è necessario indietreggiare di qualche passo e varcare una dolorosissima soglia. All’inizio del 2003 il chitarrista e mente degli Who è stato indagato per aver visitato un sito contenente pornografia infantile. “È vero”, ammette Townshend, “ma solo per svolgere ricerche personali e per scopo anti-pedofilia. Ho cercato di capire come accadono certe cose per trovare il modo di proteggere i nostri figli. Non ho mai scaricato nulla. La pedofilia mi fa orrore e per questo ho cercato in tutti i modi di combatterla.” Townshend – ce lo ha rivelato una persona che ha avuto un ruolo ufficiale nelle indagini – teneva da tempo un file contenente gli indirizzi web incriminati per segnalarli a chi di dovere.
In effetti, da decenni il musicista inglese sostiene organizzazioni che combattono la violenza sulle donne e sui minori. La prima struttura è stata fondata, finanziata da lui e gestita in collaborazione con la sua ex moglie, Karen Astley, negli anni 70 a Londra. Sta anche scrivendo un’autobiografia che parlerà di un episodio di violenza che ha subito egli stesso all’età di 8 anni. Un episodio che ha richiamato non solo in un lunghissimo scritto pubblicato sulle pagine del diaro all’interno del suo sito web ufficiale nel 1999, intitolato A Different Bomb, ma anche in un’intervista rilasciata nel 1996, in tempi non sospetti, al giornalista John Harris e pubblicata dal mensile Q (numero 117) nel giugno dello stesso anno.
Infine, come molti appassionati di musica rock certamente già sanno, Pete Townshend ha raccontato nella sua più nota e visionaria rock opera, Tommy, i tortuosi meccanismi di una famiglia e di una società disfunzionali che possono portare le persone che dovrebbero sostenerlo e che gli sono accanto a violentare psicologicamente e fisicamente un bambino. Un essere innocente che, nel corso della narrazione, diventa prima un ragazzo e poi un adulto. Un essere che, per trovare se stesso e riconoscersi come persona, deve compiere un “salto del fosso”, oltre i sensi del dolore e della colpa poiché i traumi dell’infanzia lo hanno reso “deaf, dumb and blind” (sordo, muto e cieco), chiuso in un autismo psicologico che continua a renderlo, paradossalmente, senza difese anche a livello fisico.
Un mutismo dal quale Pete Townshend – come ha dichiarato più volte e scritto di suo pugno in A Different Bomb – sarebbe uscito e guarito non solo sublimando il tragico vissuto tramite la sua arte, ma anche, per l’appunto, ponendosi in prima linea nel campo di ricerche e segnalazioni su un tema che, probabilmente, è talmente scottante (e contornato da molta confusione, ora come ora, specialmente all’interno della realtà virtuale) da diventare un boomerang anche per chi, come lui, è armato di ottime intenzioni.
Ma Pete Townshend dice la verità?
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BEHIND BLUE EYES
Il dato certo, a un anno dai fatti e allo stato delle cose, è che dopo un primo ed unico fermo – mai divenuto arresto – sono partite indagini a tappeto e ad ampio raggio. Dopo qualche mese di trambusto nell’occhio del ciclone, specialmente dei mass media, la polizia ha dichiarato che Townshend non era in possesso di alcuna immagine o filmato compromettente, né nei suoi computer, né in qualsiasi luogo dove vive e lavora. Nessuna stanza segreta, nessun episodio atipico alla Michael Jackson, per intenderci.
Nel frattempo alcune persone – tra cui un’ispettrice di Scotland Yard e alcuni membri di un’organizzazione anti-pedofilia – hanno dichiarato di essere al corrente delle ricerche di Townshend e di aver ricevuto svariate segnalazioni e denunce da parte sua. Molti amici di Pete, per esempio Roger Daltrey (vedi intervista a pag. 36) e Jerry Hall (ex moglie di Mick Jagger e sua vicina di casa) hanno immediatamente rilasciato dichiarazioni in suo favore. La Hall avrebbe addirittura raccontato non solo di essere al corrente delle ricerche di Pete, ma di avergli perfino chiesto dimostrazioni esemplificative, seduta davanti allo schermo del computer accanto a lui, su come uno dei suoi figli sarebbe potuto finire inavvertitamente nella chat sbagliata o su una home page pericolosa (basta digitare “Russia”, “orfanotrofio” o molti altri termini innocui per finirci dentro, provare per credere). I due avrebbero discusso dell’esistenza di un modo efficace per esercitare una tutela nei confronti dei pericoli che si celano all’interno della Rete.
È sufficiente tutto ciò a sciogliere ogni dubbio nell’opinione pubblica? Pete Townshend non era forse l’ennesima rockstar bizzarra e narcisa che poteva osare spingersi oltre rispetto all’uomo comune (come se i pedofili fossero solo miliardari o vip) nell’esercizio dei suoi vizi e delle sue perversioni? O anche, solamente, delle sue fantasie? E sarebbe dunque legittimo aprire un processo alle fantasie? Come sarebbe messo ciascuno di noi, mi chiedo, in tal senso?
Ma soprattutto, chi è Pete Townshend?
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WHO ARE YOU?
A questa domanda, un anno fa certi media sembravano disporre di ogni risposta chiara e inequivocabile – e, guarda caso, anche commercialmente remunerativa, quasi a richiamare il titolo della prima raccolta di demo tape di Pete: Scoop. Risultato: nonostante le indagini abbiano fatto chiarezza sulla sua innocenza, il marchio “colpevole” è rimasto addosso al musicista come un tatuaggio. O, quanto meno, è rimasta la macchia di un dubbio indelebile. La vicenda dovrebbe far riflettere non tanto e non solo sulla vicenda Townshend, quando sulle dinamiche del pensiero umano, su quel Quarto Potere che Orson Wells raccontò magistralmente in una sua celeberrima pellicola, antica e quanto mai attuale. Non ultimo, e cosa più importante, la vicenda deve spingere verso una migliore comprensione di quell’orrore umanoide che è la pedofilia. Su questo, per dirla in parole spicciole, non ci piove.
Entrare nei meccanismi mentali di Pete Townshend è uno sport praticato da molti. Per loro la sua mente è da sempre qualcosa di insondabile e di contorto. Per alcuni addirittura di pericoloso. Non è la prima volta, infatti, che Townshend diventa un perfetto argomento per l’attacco dei mass media anche se, stavolta, il contenuto scottava più di ogni altro.
Townshend è un genio indiscusso ma, di certo, non è un superuomo e la vita non è affatto snodabile come una sceneggiatura cinematografica. Così, quando il suo nome (scritto tale e quale da lui stesso nella home page di un sito texano, dal quale tuttavia non ha salvato, né scaricato alcuna immagine) è stato segnalato all’interno di una lunga lista captata dall’Fbi e comunicata a Scotland Yard, qualcuno ha fatto la spia a un noto giornale inglese e il mostro è finito in prima pagina. Prima di ogni indagine.
Lo abbiamo visto tutti, anche i suoi amici più cari, nei vari tg arrivare stravolto e stralunato alla stazione di polizia, chinato sui sedili posteriori della sua automobile e coperto da un panno, circondato non dai suoni di chitarra elettrica, ma da quelli di sirene spiegate. Poi un primo piano impietoso su quel viso che, da sempre, non possiede i caratteri somatici della faccia di Brad Pitt. Al contrario, quel nasone e gli occhi spioventi farebbero pensare al peggio – come se, nella realtà, i peggiori assassini dovessero per forza avere l’aspetto che i registi di Hollywood gli affibbiano nelle loro sceneggiature. Il trauma ha fatto balenare nella mente di Townshend perfino l’idea del suicidio. L’ammissione è giunta da lui stesso in un’intervista molto forte e sincera rilasciata al quotidiano inglese Observer, che ha recentemente fatto il giro (anche questo virtuale, con tagli parziali e sinonimi di qualunque tipo) delle agenzie giornalistiche internazionali.
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HOW MANY FRIENDS
Incontro Pete per la prima volta dopo quel traumatico gennaio 2003 in un’estate piena e torrida. Lui lascia girare lo sguardo tutt’intorno lungo le acque del fiume Twickenham, come a respirare con gli occhi un senso di libertà. Un respiro degli occhi e del cuore.
Quando entro nei suoi uffici, rivedo finalmente vecchi amici e persone con cui Pete lavora e con le quali io stessa ho condiviso spezzoni di vita durante le tournée. Con tutti volano abbracci, lacrime, sorrisi. Da poco, gli hanno ridato tutte le sue cose: computer, migliaia di demo. Dopo avergli rovistato la casa (e, anche se non si poteva fare altrimenti, la vita) non gli hanno trovato nulla di nulla, neppure immagini pericolose o altro, e lo hanno rilasciato senza bisogno di processarlo. Ora, finalmente, Pete Townshend può tornare a fare musica. È più tranquillo. Suo figlio minore sta bene, le persone care e i fan gli sono rimasti vicino perché lo conoscevano. Chi personalmente, chi attraverso la sua musica. C’è chi (come me) lo ha addirittura spiato, all’età di 13 anni, in una zona deserta e fuori Londra dove un pedofilo avrebbe potuto comportarsi come avrebbe voluto. Lì, invece, c’era un musicista dall’enorme e indiscusso talento che componeva meraviglie. E c’era anche una persona che pur essendo timida e introversa, ha sempre accolto la mia presenza facendomi sentire bene. Un uomo che, negli anni, mi è divenuto familiare, e necessariamente reale, al punto da includermi nei suoi progetti, spingendomi a realizzare almeno metà di quello che ora è la mia vita. Lo voglio premettere subito, prima di trasmettere le parole della conversazione-intervista avuta con Townshend, ora che Pete ha deciso di tornare in campo con gli Who e si sente di aprire i rubinetti con la stampa (non tutta e a ragion veduta), aggiungendo che nel 2000 ho scritto un libro parzialmente autobiografico sul tratto di cammino comune che ha legato la mia vita a quella di Pete (Magic Bus – Diario di una rock girl, Editori Riuniti). Mi auguro, da trentaseienne che odia la violenza sui deboli e le ingiustizie ancor più dei moralisti e giudicanti, che le sue parole giungano nude e crude. Forse qualcuno giudicherà comunque.
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CAN YOU SEE REAL ME?
“So di aver commesso comunque un reato: anche il semplice visionare una home page di quel tipo è reato, indipendentemente dal motivo. Chi mi conosce sa bene quanto io sia disgustato dalla pedofilia, ma anche incazzato nel combatterla. Ho commesso un errore, così il mio nome è stato scritto in un registro di persone da tenere d’occhio, cosa per la quale ho sofferto moltissimo. Poi ho capito che per i miei figli, la mia ex moglie, gli amici e le persone care io sono il Pete di sempre. Devo dire che tantissima gente, perfino i miei vicini di casa, mi hanno espresso un’incondizionata solidarietà.”
Creativamente, È cambiato qualcosa dopo questa esperienza?
No. Quel che ho tristemente imparato riguarda la gestione della mia carriera: ora concedo interviste solo a chi mostra correttezza, prima avevo una fiducia sconfinata. La stampa – non tutta – ha tentato di distruggermi e questo fa di me oggi un uomo più cauto. Ho commesso ben più di una leggerezza, ma sono più che mai deciso a continuare, in tutti i modi possibili, la mia lotta contro la violenza sui minori. Ho un figlio di 14 anni che adoro.
Stai scrivendo nuove canzoni, forse finiranno nel nuovo album degli Who.
Sai, una delle cose più terribili è stata quando, a causa delle indagini, hanno portato via i miei computer e i miei demo: in tutta la mia vita non ero mai stato più di tre giorni senza poter fare musica. Nel frattempo, ho lavorato alla mia autobiografia e pensato di ripubblicare Psychoderelict (vedi box sulle rock opera a pag. 38, nda) a distanza di undici anni dalla sua uscita in video. Ora entrerò in studio per lavorare al nuovo album degli Who.
Vorrei che tu mi raccontassi l’episodio di te e Janis Joplin nei camerini del backstage del Festival di Monterey.
Non è granché come episodio. Certo, all’epoca ne fui molto gratificato.
Beh, se lo avessi saputo prima ne avrei almeno accennato nella mia mini biografia sugli Who, ti pare? Sono convinta che qualunque altro giornalista non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione di un’immagine tanto forte per l’immaginario collettivo. Dai, racconta.
Cosa ti hanno riferito, esattamente?
Che Janis ti diede la ‘palma della vittoria’ nella storica sfida chitarristica tra te e Jimi Hendrix offrendosi di fare sesso orale con te in camerino.
È vero. Lei venne e mi fece un pompino. Ma di certo Jimi Hendrix era molto meglio di me alla chitarra! Non ho il minimo dubbio ad ammettere questo e l’ho sempre saputo. Solo che la sfida, allora, andava portata avanti fino in fondo. E lo feci. Dopo di che, lo fece anche lui. Io distrussi la chitarra, seguito da Keith che distrusse la batteria e Jimi incendiò la sua.
Ma Janis diede a te, in una maniera tutta sua, la sua palma della vittoria.
Probabilmente sì, chi lo sa.
D’ora in poi, magari, chi riguarderà il concerto avrà un’ulteriore chiave di lettura. Ti rivedi mai, in concerto?
No. Però ho un’ottima memoria. E il pompino di Janis lo ricordo con estremo piacere, non lo dico tanto per dimostrare chissà cosa. Semplicemente, lei venne e si chinò e io la lasciai fare.
Tutto qui?
Nient’altro. Venne, si chinò e se ne andò. È tutto.
Peccato, in un certo senso.
In effetti, avrei potuto fare qualcosa anch’io.
Avresti dovuto, Pete.
Però, dal mio punto di vista, fu molto rilassante e gratificante. Non intendo solo dal punto di vista sessuale. Piacere a una grande artista come lei fu molto gratificante e vissi effettivamente il tutto come un grande applauso fisico dei sensi per la mia performance sul palcoscenico. Anche se devo ammettere di non sapere dove lei si recò, subito dopo.
Vuoi dire che resta il dubbio se abbia raggiunto o meno anche Jimi?
Sì, quel dubbio resta, poveri noi. (risate, nda) Ma spero che tutto ciò non rappresenti una delusione insormontabile.
No. Io penso che abbia fatto benissimo. E, nel caso, doppiamente bene.
(Altre risate, nda.)
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WON’T GET FOOLED AGAIN
Chiedo a Pete come mai, qualche tempo dopo l’inchiesta, ha sentito il desiderio di produrre un cd contenente un concerto che certamente non rientra tra le sue migliori performance. Sto parlando dell’esibizione durante la quale ha proposto il materiale del concept album del 1993 Psychoderelict. Il cd contiene registrazioni dei due concerti tenuti a New York che ottennero scarso successo. Ma oggi, col senno di poi, quelle canzoni hanno finito per assumere un nuovo aspetto di testimonianza, in relazione alle ombre legate alla violenza sui minori e ai pericoli della Rete. Così come, del resto, molti altri precedenti (capo)lavori di Townshend.
Perché pubblicare e vendere Psychoderelict dal tuo sito commerciale, eelpie.com, a dieci anni di distanza dalla realizzazione?
Per i contenuti della storia. All’epoca, come sai, realizzai quel concerto dal vivo in videocassetta e molti mi chiesero perché non avessi fatto la stessa cosa in cd. Ora, data l’attualità tematica della narrazione, ho capito che era giunto il momento per farlo.
Vuoi spiegare, con parole tue, a cosa ti riferisci esattamente?
Allo stato d’animo di Ray High, la vecchia rockstar dimenticata e vilipesa, attaccata dalla stampa ma anche dalle persone che lui pensa essere fidate. Ray High è in una posizione debole, nella quale peraltro si è messo egli stesso, e l’unico aspetto positivo della vicenda è il suo mantenere una corrispondenza con una giovane fan, Rosalind, che lo sostiene anche da lontano. Mentre Ray si aggrappa a questo sentimento puro, lo stesso diviene un motivo per aprire uno scandalo e gettare fango anche su qualcosa di veramente bello. Nel contesto generale, domina su tutto quel meccanismo mastodontico e potente che è “the Grid” (la rete, nda). Ecco perché era il momento giusto per produrre Psychoderelict, non m’importa sapere quanto vendono i miei lavori nella misura in cui sono io stesso a produrli e ciò mi permette di decidere io stesso cosa e quando proporre un album, mentre lavorare con una multinazionale rende necessariamente dipendenti da decisioni altrui.
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TIME IS PASSING
Trascorrono altri mesi. Nel frattempo è stato pubblicato anche il live del concerto che gli Who, con John Entwistle al basso, tennero nel 2000 alla Royal Albert Hall insieme ad alcuni special guest, Eddie Vedder su tutti. Un live accolto positivamente dalla critica.
La scorsa estate, tra le altre cose, aveva espresso il desiderio e l’intenzione di tornare al più presto a suonare su un palcoscenico: non uno qualsiasi, bensì quello del Madison Square Garden di New York, un luogo dove gli Who sono da sempre particolarmente amati. Lo avrebbe fatto insieme a Roger. Ma non è stato possibile e una delle ragioni è che Pete Townshend, il cui nome deve rimanere per legge in una lista di persone “potenzialmente pericolose” su un registro della polizia inglese, ha ricevuto solo da qualche giorno il permesso di espatrio. Prima, per ragioni di sicurezza, gli era stato ritirato.
Ora, però, i progetti sono in atto e possono proseguire. Come tutti, per prima cosa voglio sapere come sta andando il famigerato e ipotetico futuro album degli Who.
Pete, hai dichiarato più volte che, se non sarai soddisfatto, non si farà nessun nuovo album degli Who. Ora, però, hai chiamato Greg Lake ad aggiungersi ufficialmente alla band e so che Lake ha già registrato alcune basi insieme a Zak e Rabbit. Ha anche dichiarato di aver lavorato a nuove canzoni anche se tu non ti sei ancora materialmente aggiunto alla combriccola. What’s new?
In questo momento siamo al lavoro. Poi, si vedrà. Sono cauto, lo sai. Una cosa è certa: suoneremo alla Royal Albert Hall dove, ogni anno, Roger organizza una serie di concerti benefici per sostenere l’associazione Teenager Cancer Trust. Lo scorso anno, partecipare non mi è stato possibile. Ma quest’anno lo sarà. Poi, in estate, andremo all’Isle Of Wight Festival (sabato 12 giugno 2004, nda). Greg suonerà il basso. Stiamo pensando anche nuove cose. Sai cosa penso, sinceramente? Che sarebbe bello ricavare qualcosa di nuovo e di veramente valido. Per scaramanzia, dico solo: si vedrà.
Faccio l’avvocato del diavolo, ma sono anche sincera: non riesco a immaginare un vero e proprio nuovo album degli Who come a un effettivo nuovo album degli Who. Però, ascoltando sommariamente i demo degli spezzoni registrati prima della morte di Entwistle e l’ultima canzone che hai scritto, Good Looking Boy. beh, Pete, oggettivamente quello è uno dei tuoi brani migliori dai tempi di Quadrophenia!
Ti ringrazio per avermelo detto. Io suono la chitarra, ma ho un solo talento: comporre. La voce di Roger è diversa, oggi, e siamo rimasti in due. Devo scrivere pensando a questo ed è una strana sensazione, sai. Le ragioni più forti per percorrere la via che ci conduca a un nuovo album sono i brani con John. Però io sono il primo a nutrire dubbi sull’esistenza degli Who, parliamoci chiaro. I miei primi dubbi sono nati addirittura prima che Keith morisse. Sai, sull’argomento io sono più realista di Roger e, d’altra parte, io e lui non potremmo darci altro nome al di fuori di The Who. Sarebbe alquanto ridicolo cambiare nome, alla nostra età. I due album dopo la morte di Keith, 26 anni fa, sono stati già molto difficili per me e continuare il tour senza John, due anni fa, lo è stato ugualmente. Però, dopo quel che mi è successo, sento forte l’esigenza di tornare a suonare dal vivo: avrei voluto farlo lo scorso ottobre, al Madison Square Garden, nel giorno del compleanno di John. Non è stato possibile ma conto di tornarci. Nel frattempo, abbiamo le date fissate in Inghilterra e molta carne al fuoco.
Stai anche scrivendo un’autobiografia: dopo quel che è successo negli ultimi mesi, pur essendo tu una persona sincera, quanta sincerità sarà realmente concessa a quelle righe?
È una bella domanda. Come ti dicevo, nei mesi scorsi ho scritto moltissimo e di getto. Quella a cui ti stai riferendo è la fase del publishing. Certamente avrò voce in capitolo. Quel che voglio dire è che l’autobiografia è un lavoro iniziato anni fa, che conteneva già, tra l’altro, l’argomento pedofilia, il motivo delle mie ricerche. Il progetto non è nato per dimostrare niente a nessuno e, in questo momento, nemmeno dopo quello che è accaduto, non ho bisogno di dimostrare la mia innocenza attraverso l’autobiografia. Caso mai, ho collaborato con gli investigatori fin dall’inizio perché quella era la via per farlo, il contesto idoneo. E, devo dire, ho trovato persone corrette e professionali. Sapevo che svolgevano il loro lavoro. Quello che mi è successo ha contribuito a chiarire una legge. Questo, alla fine, per me è un fatto positivo anche se non bisogna demordere ma continuare a lottare per tutelare i minori da certi siti web: questi sorgono, addirittura, per celare uno sfruttamento reale e organizzazioni strutturate che alimentano continuamente situazioni di violenza. È questo che bisogna capire, è il meccanismo. È difficilissimo debellarlo, ma questo non significa che non sia importante provarci con ogni mezzo. Di questo parlerà la mia autobiografia.
Immagino che sarà autobiografico anche il prossimo album degli Who, un altro concept il cui titolo dovrebbe essere The Boy Who Heard The Music.
Inevitabilmente. La mia musica è strutturata così. Registro su più piste e poi, insieme alla band, procedo alla messa in opera finale. Ma dietro a tutto ciò, io non so parlare altro che di me stesso e di quel che conosco. Quello che sento è forte e alla musica non si può nascondere nulla.
Quando, insieme a Roger e Greg, rimetterai il piede su un palco arriveranno alcune inevitabili critiche, come quando avete deciso di proseguire la tournée dopo la morte di John. Perché non anticipi una risposta?
Nessuna risposta. Le motivazioni del nostro proseguire sono profonde e personali: la decisione spettava a me e a Roger. Abbiamo pensato anche a chi lavora con noi: intere famiglie vivono di questo. Penso che molti comprendano, anche John lo avrebbe fatto. Per me, ogni concerto è un memorial per lui (si commuove e fa una pausa, nda). A Roger, voglio bene da morire. siamo fratelli, fin da ragazzini, e anche se ci incazziamo regolarmente a vicenda, non possiamo fermarci perché sappiamo vivere solo di musica. L’unica cosa che possiamo fare, in questa maledetta vita, è vivere.
